ATTACCO FRONTALE|23 ottobre 2011 20:50

Gheddafi e Simoncelli: senza pietà

Lo strazio mostrato sui mass media, il rischio di anestesizzazione dei sentimenti umani, il massacro mediatico, il degrado dell’informazione

Chiariamo subito che l’accostamento tra il povero Marco Simoncelli e l’infame dittatore Muammar Gheddafi (vedi articolo di apertura) non intende assimilare in alcun modo due figure diversissime: farlo sarebbe offensivo per il giovane e simpatico centauro di Coriano.

Il comune denominatore è legato alla sovraesposizione mediatica della loro morte violenta. L’equiparazione riguarda pure l’assoluta insensibilità – se non altro verso i parenti – con cui entrambi i corpi delle vittime di tragiche circostanze tanto diverse tra loro sono stati trattati dai mass media. Inquadrati, esposti, analizzati in ogni modo. Anche post mortem. Immagini, filmati, ripetuti all’infinito in modo infame, con una rincorsa che nessun mezzo di comunicazione, di qualsiasi provenienza politica e culturale, ha inteso risparmiarsi e risparmiarci. Il rischio più grave, e per nulla da sottovalutare, è quello di desensibilizzare gli spettatori, soprattutto i più giovani, che probabilmente non hanno nel proprio background culturale stagioni meno infelici e squallide sul piano della comunicazione e forse neppure gli anticorpi psicologici ed etici. Siamo alla spettacolarizzazione della sofferenza e della morte, al degrado dell’informazione, che rincorre, anzi incita il destinatario ai più bassi istinti.

Lasciamo stare gli altri Paesi e l’islam, ma la nostra Italia, che si reputa ed è ritenuta cristiana (e forse, invece, incarna il peggiore cattolicesimo) e civile, dovrebbe conoscere il silenzio, la riflessione di fronte al mistero della morte e il rispetto per corpi senza più vita. Ma c’è poco da illudersi. Basterebbe, d’altronde, pensare al fatto che nel nostro recente retroterra storico vi è la barbarie di piazzale Loreto, più grave di quella consumatasi in Libia, visto che il cadavere di Benito Mussolini è stato esposto all’aperto per ore, per essere dato in pasto alla folla, che lo ha profanato. (E, in entrambi i casi, dove iniziano e dove finiscono le differenze morali tra vincitori e vinti, tra presunti buoni/vittime e sicuri cattivi/carnefici?). Ed è sufficiente riflettere sul recente, squallido costume di tributare applausi prima e dopo i funerali delle persone. E, ancora, sulla bramosia morbosa con cui gli italiani seguono da anni gli orrori dei casi giudiziari della signora Franzoni, di Erika e Omar, di Olindo e Rosa, o degli assassinii delle povere Sarah Scazzi, Meredith Kercher, Yara Gambirasio. Morbosa attrazione verso il raccapricciante e verso la violenza, malsano interesse per la morte, incapacità di provare raccoglimento quando ci si incontra o ci si scontra con essa e di manifestare rispetto per le vittime e i defunti. Il tutto generato, oltre che dal generale e complessivo imbarbarimento civile, da forme di accanimento mediatico senza scrupoli.

L’immagine: Cristo portacroce (forse 1515-16, olio su tavola, 76,5 x 83,3, Gand, Musée des Beaux arts) di Jeroen Van Aeken, meglio noto come Hieronymus Bosch (’s-Hertogenbosch, 1450-1516).

Rino Tripodi

(Lucidamente, anno VI, n. 71, novembre 2011)

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2 Comments

  • Sono d’accordo con l’articolo di Tripodi. Questa superproduzione visiva e retorica magari anche contro le intenzioni dell’ Italia DEI FUNERALI ci fa venire la nausea.La morte è un episodio così drammatico ed intimo da consegnarsi al silenzio e tutt’al più alla sobrietà. L’accanirsi contro i cadaveri è vera stupidità, gli uomini si combattono eventualmente da vivi. La pletorica diffusione di fiori,corone,bla bla sul piccolo schermo e perfino degli “inauditi” appalausi da stadio diviene insopportabile e porta proprio non solo all’anestesia ma proprio alla ripulsa! Nel cordoglio per Simoncelli sono i media ad accaparrarsi di una spontanea manifestazione di feeling verso un ragazzo semplice e buono che spiccava nella giungla odierna. Tuttavia- mi pare che il sentimento così enfatizzato e spettacolarizzato perda la sua vera freschezza.

    serena d’arbela

  • E’ la medesima attrazione che ti costringe a voltare la testa in cerca di sanguinose tracce quando sfili accanto all’assembramento di un incidente stradale.
    Non riesci a farne a meno. E’ proprio dell’uomo, l’istinto di ammirare la morte del proprio simile. E la propria, attraverso lo specchio deformato dell’altro.