SOTTO I RIFLETTORI|23 ottobre 2011 20:58

Quale sarà il futuro della Libia dopo la morte del raìs?

Qualche riflessione sulla controversa figura di Muammar Gheddafi, la guerra civile e le incerte prospettive politiche dell’ex colonia italiana

Dopo quasi otto mesi di cruenti combattimenti, i ribelli cirenaici del Consiglio nazionale di transizione sono riusciti a conquistare tutta la Libia, abbattendo il regime ultraquarantennale di Muammar Gheddafi, che è stato, infine, sommariamente ucciso durante l’assalto alla sua ultima roccaforte di Sirte, dove si era rifugiato in un disperato tentativo di resistenza.

Secondo quanto sostenuto da Giulietto Chiesa, in un’intervista rilasciata il 26 agosto 2011 su L’espresso on line a Fabio Chiusi (Come in Iraq: è un’invasione), i ribelli cirenaici sono stati sorretti fin dall’inizio della rivolta da alcune potenze occidentali (Francia, Gran Bretagna, Usa) e hanno vinto grazie al fondamentale supporto dei bombardieri dell’aviazione della Nato, ma anche all’ausilio di soldati mercenari stranieri e di militanti di gruppi islamisti vicini ad al Qaeda (cfr. a tal proposito anche: Gianni Cipriani, La Nato aiuta al Qaeda: le verità nascoste in Libia, in www.globalist.it, 5 ottobre 2011). È indubbio che il regime di Gheddafi sia caduto soprattutto perché il Colonnello, a differenza del premier siriano Bashar al-Asad, si è trovato isolato sul piano internazionale, venendo abbandonato persino dall’attuale governo italiano, che nel 2009 e nel 2010 lo aveva accolto trionfalmente, consentendogli di accamparsi con tende, cammelli e numeroso seguito nel centro di Roma.

Gheddafi è stato un dittatore privo di scrupoli, ma per lungo tempo si è dimostrato un abile manovratore, che ha alternato la violenza alla diplomazia. Egli, infatti, è riuscito a mantenersi a galla dal settembre del 1969 fino alla primavera del 2011, nonostante alcune scelte arrischiate gli abbiano attirato l’ostilità di molti governi occidentali. Prova della sua grande duttilità fu l’accordo stipulato nel 1976 tra la Fiat e il governo libico, con il quale circa il 9% delle azioni dell’industria torinese furono acquisite dalla Libyan Arab Foreign Bank (dieci anni dopo il governo libico le ha quasi tutte rivendute con lauto profitto, mantenendone il 2%). Il raìs, in seguito, è diventato azionista anche di altre note imprese occidentali, tra cui la Finmeccanica, la Juventus, la Tamoil e l’Unicredit.

Asceso al potere grazie al golpe che l’1 settembre 1969 depose il re Idris I, Gheddafi creò un regime ibrido, la cui ideologia coniugava il nazionalismo panarabico a istanze di tipo socialista, e avviò la modernizzazione della società libica, senza però attuare riforme di tipo democratico, ma riuscendo comunque a elevare il reddito pro capite degli abitanti, grazie soprattutto all’estrazione e alla vendita del petrolio e del gas. Personaggio decisamente megalomane, il Colonnello si è atteggiato, all’inizio della sua carriera politica, a nuovo profeta della rivoluzione araba, tentando di prendere l’eredità di Nasser, ma ben presto, di fronte ai dissidi insorti con vari leader del mondo islamico, ha rimodellato la sua politica estera, optando per l’espansione territoriale in Ciad e fornendo il proprio sostegno ai movimenti antioccidentali più radicali.

Il tentativo, poi fallito, di egemonizzare il Ciad ha condotto la Libia, tra il 1975 e il 1987, a entrare in rotta di collisione con la Francia, mentre l’avversione nei confronti di Israele l’ha fatta assurgere a maggiore sostenitrice dei gruppi palestinesi più intransigenti (come il Fronte popolare per la liberazione della Palestina). Pare che alcune potenze occidentali abbiano tentato più volte, in passato, di eliminare fisicamente il dittatore libico: il misterioso incidente di Ustica del 27 giugno del 1980, nel quale persero la vita gli 81 passeggeri di un Dc-9 dell’Itavia, fu presumibilmente provocato da un missile lanciato durante un combattimento aereo tra mig libici e caccia della Nato, che avevano tentato di intercettare e abbattere un aereo su cui viaggiava Gheddafi. Il Colonnello si salvò perché fu avvisato in tempo da qualcuno e riuscì a riparare in Jugoslavia.

Fino a metà degli anni Ottanta, il leader libico fu in buoni rapporti con l’Urss, finché la politica di distensione voluta da Michail Gorbačëv non ne determinò una temporanea emarginazione internazionale: entrata in conflitto con gli Usa per la definizione del limite delle acque territoriali del Golfo della Sirte, la Libia subì nel 1986 un violento attacco da parte dell’aviazione statunitense, che bombardò Tripoli e altre zone limitrofe. Gheddafi reagì violentemente, prima sganciando due missili Scud contro la base della Nato di Lampedusa, poi organizzando un attentato terroristico che distrusse un Boeing 747 della compagnia Pan Am, a Lockerbie in Scozia, il 21 dicembre 1988. Egli fu poi indotto dalle sanzioni economiche impostegli dall’Onu a consegnare, nel 1999, i presunti esecutori dell’attentato, risarcendo i familiari delle vittime.

L’atteggiamento conciliatore assunto a partire dal 1999 consentì al raìs di riabilitarsi agli occhi delle potenze occidentali come leader arabo “moderato”, almeno rispetto agli ayatollah iraniani, ai talebani o a Saddam Hussein. I rapporti con l’Italia, rimasti sempre buoni sul piano economico, s’intensificarono agli inizi del Nuovo Millennio, quando i governi italiani, sia di centrosinistra che di centrodestra, stipularono con Gheddafi fruttuosi accordi commerciali e intese politiche, sorvolando sul fatto che la Libia non rispettasse i diritti umani e maltrattasse i profughi, rinchiusi nei terribili centri di detenzione situati nel deserto. Il 30 agosto 2008 è stato firmato il Trattato di amicizia italo-libico, con cui il nostro governo si è impegnato a pagare 5 miliardi di dollari per i danni inferti alla Libia durante il dominio coloniale, in cambio del contenimento dei flussi migratori e dell’ulteriore apertura del mercato libico agli investimenti delle imprese italiane (tra cui Alitalia, Anas, Ansaldo, Edison, Enel, Eni, Fininvest, Impregilo, Saras, Telecom).

Il futuro della Libia rimane incerto: c’è il rischio che la guerra civile si protragga ancora per qualche tempo e che il Consiglio nazionale di transizione, guidato da Mustafa Abd al-Jalil, dia vita a un governo debole, condizionato dagli interessi economici delle potenze straniere (in particolare Francia, Gran Bretagna e Usa) e, inoltre, infarcito di fondamentalisti islamici. Sarà piuttosto difficile, invece, che l’Italia, troppo compromessa col passato regime, possa aspirare a svolgere un ruolo di primo piano nel nuovo corso della storia libica.

Le immagini: cartina della Libia e bandiera del Consiglio nazionale di transizione.

Giuseppe Licandro

(Lucidamente, anno VI, n. 71, novembre 2011)

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