Simoncelli e i falsi eroi

Gli italiani si commuovono per il povero Marco, ma non per chi muore per poche centinaia di euro al mese

Tra lo sfidare la morte e il “lottare” quotidiano per la sopravvivenza gli italiani scelgono il primo.

Marco Simoncelli, classe ’87, di professione motociclista, amava la velocità, emozionare ed emozionarsi correndo su una moto a oltre duecento chilometri orari era per lui un bisogno prima ancora che una necessità. Simoncelli è morto durante il Gran Premio della Malesia sul circuito di Sepang. Una curva impostata male, la moto che scivola via e il pilota che, scaraventato verso il centro della pista è investito in pieno da altri corridori: una manciata di secondi e la vita è persa per sempre.

Migliaia di persone hanno reso omaggio alla salma, lacrime, canzoni e frasi più o meno sincere hanno fatto da triste contorno al rito funebre. C’è perfino chi, affermato giornalista televisivo, preso da un incontenibile rigurgito retorico, è arrivato a definire Marco un eroe. Di cosa però non è dato ancora sapere. Il dolore per la scomparsa di un ragazzo rappresenta, a prescindere dalla causa che l’ha generata, un vuoto incommensurabile.

Ciò che più colpisce però in tutta questa vicenda è la straordinaria partecipazione degli italiani; indice quest’ultima dell’abisso pauroso di valori e di senso critico in cui da tempo è precipitato questo sciagurato Paese. Si è reso omaggio, con una moto parcheggiata all’interno di una chiesa, a un ragazzo che liberamente aveva scelto di giocare con la propria vita correndo su una moto ad oltre duecento chilometri orari ricevendo in cambio milioni di euro.

Ho osservato i volti rigati dal pianto dei tantissimi fan accorsi sul sagrato della chiesa e la domanda sorta spontanea è stata: quanti di loro hanno preso parte ai funerali degli uomini e delle donne morti sul lavoro, caduti non in nome di una passione ma solo per necessità? Ho letto i giornali e gli stuoli di commenti riservati dai migliori giornalisti al futuro campione morto prematuramente a causa di un destino cinico e baro; un moto di indignazione si è impadronito di me fin quasi a raggiungere il paradosso dell’indifferenza verso una morte e un dolore che merita pur sempre rispetto.

Ogni giorno in Italia muoiono persone sul lavoro, che non sfidano la morte ma lottano per la propria sopravvivenza guadagnando in un mese quello che altri guadagnano in un minuto. Non hanno il talento che aveva Marco e non fanno sognare come faceva lui, ma rappresentano i veri valori per cui forse vale veramente la pena di vivere: la salvaguardia della propria dignità. Che non suoni blasfemo ma in questi giorni di dolore nazionale la mia vicinanza va a questi ultimi prima ancora che a Marco.

Morire in nome di una passione rischiosa pagata profumatamente fior di quattrini non è la stessa cosa che soccombere per un lavoro la cui unica gratificazione è la possibilità di assicurare un’esistenza dignitosa a sé e alla propria famiglia.

Raffaele de Chiara (da www.ondanomala.org)

(LucidaMente, 30 ottobre 2011)

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3 Comments

  • Condivido solo in parte questa analisi… la trovo giusta sui paragoni che si fanno fra i “motivi” della scelta di Simoncelli e della sua morte, sicuramente messa in conto nello sport che praticava, in contrasto con le necessità che deve soddisfare chi fa un lavoro molto più “normale”, magari anche socialmente molto più utile di quello di Simoncelli, e che perde la vita mentre svolge il proprio dovere, parlare di eroismo nella morte di Simoncelli è sicuramente fuori luogo. Ma la morte e i funerali di Simoncelli hanno avuto un grande seguito per un altro motivo, almeno secondo me; non è la morte improvvisa, ne l’età, ne le sparate mediatiche di certi giornalisti ad avere portato tutta quella gente al suo funerale, e in generale alla grande partecipazione sul web, ma il fatto che Simoncelli fosse una persona percepita da tutti come semplice, spontanea, reale, con dei valori, uno che, entrato giovanissimo in un mondo “dorato” non si è fatto influenzare più di tanto. Nell’epoca in cui i media ci propongono reality a nastro, paradossalmente abbiamo sempre meno persone vere che entrano nelle nostre case tramite la tv, che è ancora il driver principale anche degli altri mezzi di comunicazione (aggiungo purtroppo… ). Mi si potrà obiettare che anche fra le vittime di morti bianche ci possono essere persone eccezionali, e questo non lo metto in dubbio, ma è chiaro che in questo caso le differenze sono dovute alla diversa visibilità che Simoncelli aveva in quanto personaggio pubblico.

    • Anch’io avevo pensato alla ingenua percezione di Marco da parte della gente. Infatti, nel mio articolo,
      http://www.lucidamente.com/wordpress/attacco-frontale/gheddafi-e-simoncelli-senza-pieta/
      non avevo posto il problema come fa de Chiara. Tuttavia, mi è sembrato interessante pubblicare anche la sua presa di posizione perché pone problemi centrali per il nostro Paese: “Povera la nazione che ha bisogno di eroi”, affermava Bertold Brecht.

    • Gentile Simone,
      Nel suo commento, lei come molti altri, sembra sviare il reale interrogativo di fondo: è giusto glorificare la morte di un ragazzo pagato fior di milioni e ignorare chi invece è passato a miglior vita cercando di guadagnare quello che Marco intascava in un minuto?
      Lungi da me il criticare chi ha preso parte ai funerali di un campione dello sport e che ancora piange la sua prematura dipartita, vorrei però che la stessa costernazione fosse riservata anche agli eroi che quotidianamente muoiono in fabbrica o nei cantieri.

      Cordialmente
      Raffaele de Chiara