SOTTO I RIFLETTORI|6 giugno 2011 20:20

Tuteliamo l’acqua pubblica, l’ambiente e la giustizia

Il 12 e il 13 giugno prossimi si terranno quattro importanti referendum, da cui dipendono le sorti future del Belpaese

Domenica 12 (tutto il giorno)  e lunedì 13 giugno (solo la mattina)  i cittadini italiani potranno recarsi alle urne per esprimere il proprio parere su quattro quesiti referendari, che riguardano: 1) le modalità di affidamento e gestione ai privati dei servizi pubblici locali di rilevanza economica; 2) la determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito; 3) la costruzione di nuove centrali per la produzione di energia nucleare; 4) l’abrogazione della legge n. 51/2010 in materia di “legittimo impedimento” del presidente del Consiglio e dei ministri a comparire in udienza penale. Vediamo brevemente per quali ragioni è utile votare «sì» ai quattro quesiti oggetto della consultazione referendaria.

In difesa dell’acqua pubblica

La legge n. 133/2008 ha stabilito che entro il 31 dicembre 2011 tutti i comuni italiani dovranno provvedere alla privatizzazione, totale o parziale, degli acquedotti, affidandone la gestione ad aziende private o a imprese miste. Così facendo, si spera che i privati, attratti dal miraggio di lauti guadagni, investano molti soldi negli acquedotti per migliorarli e renderne più efficienti i servizi, abbassando le tariffe in virtù della libera concorrenza.

L’odierna società italiana, tuttavia, non garantisce molto il libero commercio, visto che la nostra economia è governata da un numero limitato di aziende e di banche, che tendono a costituire cartelli e trust per tenere alti i prezzi. Sulla base dei calcoli fatti dal Codacons, quindi, c’è il rischio che in Italia, nell’arco di tre anni, ci sia un aumento medio del 30 per cento delle tariffe dell’acqua!

Del resto, laddove ha già avuto luogo la privatizzazione degli acquedotti, non si è registrato un miglioramento del servizio idrico, anzi si sono notevolmente innalzati i prezzi delle bollette, come nel caso dei comuni di Arezzo e Latina.

Il primo dei due referendum vuole eliminare l’articolo 23 bis della legge n. 133/2008, con l’esplicita intenzione di contrastare la gestione privata dei servizi idrici, facendo sì che la loro proprietà torni interamente in mano ai comuni.

Il secondo referendum mira ad abrogare l’articolo 154 del decreto legislativo n. 152/2006, cancellando la possibilità che le tariffe siano determinate anche in funzione della remunerazione del capitale investito e non solo tenendo conto della qualità del servizio erogato.

Votare «sì» ai due quesiti sull’acqua significa sia tutelare gli interessi dei consumatori, che finirebbero altrimenti dissanguati da alcune voraci multinazionali (tipo Suez e Veolia), sia salvaguardare un bene comune, indispensabile per la vita, che non può essere venduto come fosse una merce qualunque.

Nucleare? No, grazie…

Il dibattito sulla costruzione delle centrali elettronucleari, rilanciata in Italia soprattutto attraverso la legge n. 133/2008 e la legge n. 99/2009, è diventato di stringente attualità a causa dell’incidente avvenuto l’11 marzo scorso a Fukushima, in seguito al terremoto e al maremoto che hanno devastato il Giappone.

Com’è noto, il sisma giapponese e lo tsunami hanno provocato seri danni alla centrale nucleare di Fukushima, causando l’arresto del sistema di raffreddamento dei reattori e determinando un’esplosione nel reattore numero 1 della centrale, che ha generato il crollo del tetto dell’edificio e l’emissione di vapore radioattivo. Nei giorni seguenti, difetti di funzionamenti si sono registrati anche nei reattori numero 2, 3 e 4, con fuoriuscita di vapori.

Uno studio condotto dal dottor Helmut Hirsch, su incarico di Greenpeace, ha rivelato che la radioattività complessivamente emessa dai tre reattori di Fukushima ha raggiunto il livello massimo (7) della scala Ines.

È evidente che le centrali nucleari attualmente esistenti non sono sicure e che nemmeno quelle di “terza generazione” – ancora in fase di costruzione e sperimentazione – lo potranno essere in futuro, data l’imprevedibilità degli eventi naturali o degli errori umani, che possono danneggiare irrimediabilmente gli impianti. Inoltre, rimane ancora irrisolto il problema dello smaltimento delle scorie radioattive, che non si sa dove stoccare senza causare danni all’ambiente, nonché quello dei costi esorbitanti imposti dalla costruzione, manutenzione e rottamazione delle centrali.

Per questo, e nel rispetto di quanto già deciso dal referendum del 1987, invitiamo a votare «sì» al terzo quesito referendario, onde evitare che l’Italia s’imbarchi nella perigliosa avventura del “nucleare civile”.

Verso la fine di maggio, su proposta del governo, il parlamento italiano ha approvato un apposito emendamento, inserito nel decreto legge Omnibus, con cui sono state abrogate le norme oggetto del terzo referendum, senza peraltro che ciò abbia significato la definitiva uscita dell’Italia dal nucleare, ma con lo scopo evidente di far decadere il quesito e scoraggiare la partecipazione popolare alla votazione del 12 e 13 giugno, per poi riproporre tra qualche tempo un’altra legge che consenta la costruzione di nuove centrali elettronucleari (come ha ammesso lo stesso presidente del Consiglio).

Tuttavia, una sentenza della Corte costituzionale del 1978 ha stabilito che modificare una legge sottoposta a referendum non significa automaticamente annullare il quesito referendario che ne chieda l’abrogazione: infatti, se si mantengono in vita «i principi ispiratori della disciplina preesistente», il referendum si deve tenere ugualmente.

Pertanto, la Corte di Cassazione ha deciso che il referendum sul nucleare si svolgerà regolarmente, ma al vaglio degli elettori non saranno sottoposte le leggi ormai decadute, bensì l’articolo 5, commi 1 e 8, del decreto legge Omnibus n. 3/2011.

Contro il “legittimo impedimento”

Il “legittimo impedimento” è un escamotage che consente al presidente del Consiglio e ai membri del governo di non partecipare alle udienze dei processi che li riguardano, qualora risultino impegnati in attività o attribuzioni previste dai loro incarichi. Si tratta dell’ennesima “legge ad personam”, escogitata dall’attuale maggioranza governativa per far sì che il premier (o un ministro) non venga giudicato, in caso di processo a suo carico, come un normale cittadino, ma usufruisca di uno slittamento dell’udienza fino a sei mesi.

La norma in sé non impedisce lo svolgimento del processo, ma permette comunque di allungare i tempi del dibattimento. Si tratta, pertanto, di una legge discutibile, che è stata già in parte rigettata dalla Corte costituzionale, la quale, con una sentenza del 12 gennaio 2011, ne ha invalidato alcuni commi, affermando che spetta ai giudici stabilire se sussista o meno un “legittimo impedimento” e che questo non viene concesso automaticamente, solo in base alle richieste avanzate dall’imputato.

Invitiamo a votare «sì» per rendere inefficace la legge n. 51/2010, perché ci sembra inopportuno che il premier (o un ministro) si sottragga, anche solo temporaneamente, a un processo, in quanto, rinviando ad hoc le varie udienze, si potrebbe nel frattempo approvare qualche altra legge “ad personam” che permetterebbe ai membri dell’esecutivo di evitare l’eventuale condanna (vedi, ad esempio, la proposta di legge sul cosiddetto “processo breve”, presentata recentemente in parlamento).

Sostenere il «sì» nei quattro referendum del 12 e del 13 giugno, dunque, è fondamentale per le sorti future del Belpaese. Tuttavia, non basta andare a votare: bisogna convincere a farlo anche i tanti cittadini che, essendo disinformati sui contenuti dei referendum, potrebbero non recarsi alle urne, determinando così il mancato raggiungimento del quorum, che renderebbe nulla la consultazione.

Questo articolo viene pubblicato, in contemporanea, sia su LucidaMente che sulla «Rivista di attualità e cultura» Excursus (n. 23, giugno 2011).

 

 

 

 

L’immagine: un manifesto che invita a votare «sì» ai quattro referendum del 12 e 13 giugno 2011.

Giuseppe Licandro

(LucidaMente, anno VI, n. 66, giugno 2011)

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