Dal berlusconismo al montismo?

Alcune domande sul governo Monti, i poteri forti e la crisi della democrazia

Tira in Italia una brutta aria, l’aria di chi, annusando la fine del seduttore di folle caduto in disgrazia, si illude che senza di lui tutto si risolverà come per magia. Magia che di fatto non si è verificata, dato che le ultime notizie ci dicono di Borsa e Btp comunque ai minimi storici (Angela Merkel parla, non a torto, di una situazione che ricorda da vicino il periodo post bellico) e di un’Europa che richiede, a chiunque sia al governo, misure aggiuntive.

Con buona pace di chi, forse preso da un sano (o malsano) entusiasmo di fronda, al quale in diciotto anni il Cavaliere Uscente sembra aver contribuito, festeggiava con spumante e monetine (ma, vista la crisi, diremmo di conservarle per comprare il pane), la pseudo scomparsa del “Silvio nazionale” non pare essere servita a molto, visto che banche e istituti di credito non sembrano volere entusiasmo popolare, ma soldi. Tralasciando la situazione di Berlusconi, sul cui declino staremmo attenti a dare giudizi affrettati, sarebbe utile proporre un parallelo Grecia-Italia e sarebbe altresì utile parlare del perché un Paese dovrebbe dare credito, a scatola chiusa, a un personaggio come Mario Monti, per i più, diciamolo, oscuro (nel senso di non conosciuto) e particolarmente familiare al sistema delle grandi banche, al gruppo Bilderberg e alla Trilateral Commission.

Per inquadrare il personaggio, la rivista PaginaUno dedica un lungo articolo di Giovanna Cracco all’argomento, dal titolo Il regime di verità del libero mercato. L’Europa, la Trilateral Commission e il gruppo Bilderberg, mentre ItaliaOggi, citato anche da Dagospia, che in tempi di crisi dell’informazione è sempre bene tenere d’occhio con la dovuta stima, pubblica un commento di Stefano Sansonetti dedicato al rapporto fra Monti e la multinazionale Coca Cola (cfr. http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/tonto-di-monti-beve-coca-cola-anzi-il-premier-in-pectore-prima-s-bevuto-32102.htm).

Ci poniamo, innanzi tutto, alcune domande: che relazione c’è fra Monti e i poteri (occulti) del neoliberismo sfrenato? Che rapporti con Emma Bonino, anche lei ospite del Bilderberg, e con Lucas Papademos (anche lui espressione del mondo dell’economia)? A chi invoca la crisi come panacea dei mali, madre del futuro ordine mondiale e sociale in nome di una famigerata uguaglianza di tutti gli esseri umani davanti a un mondo globale, ricordiamo che la portata della crisi non è tale da investire e interessare trasversalmente tutti i cittadini (chi arriva a questo fatale momento con un lavoro a tempo indeterminato non avrà gli stessi disagi di chi non ne ha uno, solo per fare un esempio: l’Italia non è un Paese in cui tutti i cittadini sono uguali, questo dovrebbe essere chiaro). La crisi non è dunque un elemento di unità, ma un elemento di divisione che, con l’allentamento dell’intervento dello Stato in nome del “Dio liberista”, rischia di diventare una bomba sociale vera e propria.

Come ulteriore interrogativo, ci chiediamo: quale sinistra uscirà da questa situazione? Una sinistra che dovrebbe monitorare, tutelare e sorvegliare i diritti dei lavoratori (che andranno con buona probabilità a essere lesi) e che invece avalla senza riserve un governo sconosciuto e forse dettato dalle banche e da Bruxelles senza nemmeno conoscerne i contenuti? In totale onestà, ci dovrebbe allarmare anche il fatto che solo Umberto Bossi (insieme ad Antonio Di Pietro) abbia posto la discriminante fra approvare a scatola chiusa il nuovo governo e valutare caso per caso gli interventi. Altre domande, ancora, sorgono: che Paese è quello in cui la politica economica, seppur dettata dalle emergenze (e sulla natura di queste emergenze ci si potrebbe soffermare per anni, tirando in ballo prima di tutto la soluzione fornita in Argentina da Nestor Kirchner), appare non sottoposta al primo degli elementi della democrazia che è quello del consenso popolare? Viene chiesto di abdicare a questo, anche se “per breve tempo” (si parla di elezioni nel 2013), ma non si sa in cambio di cosa.

Lo Stato è un banchetto, alla cui tavola siedono politici, banche (poteri economici) e popolo, ma l’ultimo basilare invitato, che si esprime attraverso il voto, attraverso la libertà di espressione e il consenso, sembra avere sempre meno voce, secondo un modello cinese (decisioni veloci, burocrazia snella in nome del mercato) in salsa ovviamente europea. Perché se è vero che davanti ai provvedimenti del Governo ci si potrà esprimere con proteste e dibattiti, è anche vero che la protesta non dovrà oltrepassare la linea d’ombra tracciata dai poteri centrali, linea oltre la quale la protesta diventerà terrorismo e delinquenza. Ultima domanda: non è che la Grecia è più vicina di quanto tutti pensano? Domande per le quali non pretendiamo di avere risposte, ovviamente, ma sulle quali piacerebbe soffermarci con il passare del tempo.

Matteo Tuveri

(LM EXTRA n. 26, 15 novembre 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 71, novembre 2011)

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