RECENSIONI|5 marzo 2006 00:00

Guerra “sporca”? Non raccontatela

Giuliana Sgrena narra la tragedia irachena in “Fuoco amico” (Feltrinelli)

Nessun paese arabo ha subito negli ultimi 25 anni tante devastazioni quante ne ha patite l’Iraq. Neppure la martoriata Palestina, che pure ha convissuto con la guerra fin dal 1948. È dal 1980, infatti, che il popolo iracheno vive in uno stato di guerra continua e di indigenza, nonostante le immense risorse petrolifere presenti nel sottosuolo. Dopo il recente attentato contro la moschea di Samarra, si è inasprito lo scontro secolare fra gli sciiti e i sunniti, che sta degenerando in una vera e propria guerra civile. Del resto, già da molti mesi nel tormentato paese mediorientale sono entrati in azione gli “squadroni della morte”, che avrebbero già causato più di un migliaio di vittime! Il territorio iracheno, inoltre, viene incessantemente devastato pure dalla lotta armata contro le truppe della Nato e dai delitti commessi da bande di criminali comuni, senza che s’intraveda all’orizzonte nessuna stabile soluzione della crisi. Eppure, nel 2005, è stata approvata una Costituzione a carattere federalista, si sono svolte due tornate elettorali apparentemente democratiche (vinte entrambe le volte dall’Alleanza unita irachena, formata dai due maggiori partiti sciiti). Ma, evidentemente, ciò non è ancora sufficiente per superare il clima di violenza diffusa e riportare la pace.

Le cifre del disastro – Il numero delle vittime degli ultimi tre anni, per quanto approssimativo, è impressionante: circa duemila sono stati finora i soldati americani uccisi, cinquemila o seimila i militari iracheni caduti, mentre un numero ancor più elevato di civili è stato trucidato (le stime più prudenti parlano di almeno 25.000 morti, quelle più tragiche di quasi 40.000!). Per non dire dei gravissimi danni arrecati dai bombardamenti sistematici, dall’uso di armi all’uranio impoverito, dagli attentati terroristici, dai continui rapimenti, dalla distruzione degli impianti idrici e fognari, dagli incendi dei pozzi petroliferi e dalle spoliazioni continue dell’ingente patrimonio artistico. E non si devono neppure dimenticare le devastazioni degli impianti chimici e – fatto ancor più grave, di cui si è parlato poco sulla stampa italiana – il saccheggio del centro di ricerca nucleare di Tuwaitha (una struttura nella quale, in verità, non si effettuavano più esperimenti dal 1991, ma che era pur sempre ricolma di materiale radioattivo).

Fuoco amicoLo scontro fra Iraq e Iran – Le guerre nella zona del Golfo Persico ebbero inizio nel lontano 1980, quando tra l’Iran khomeinista e l’Iraq saddamista esplose un truculento conflitto militare, che aveva come posta in palio il controllo dello Shatt al-Arab e dei pozzi petroliferi della zona di Bassora. All’epoca, Saddam Hussein era un personaggio gradito alle potenze occidentali, che lo foraggiavano apertamente sul piano militare, nella speranza di contenere la “rivoluzione islamica”, portata avanti proprio dagli ayatollah di Teheran. L’appoggio al “rais” di Baghdad si rivelò un atto sconsiderato: i suoi insipienti mentori giunsero persino a rifornirlo di armi chimiche, da lui prontamente usate per sterminare una parte rilevante della minoranza curda, da sempre indipendentista (nel 1988 circa cinquemila curdi furono uccisi da gas letali nella città di Halabia). La contesa tra Iran e Iraq si concluse dopo otto lunghi anni (alla fine dei quali si parlò giustamente di “guerra dimenticata”) senza apparenti vincitori; di fatto, essa segnò il ridimensionamento delle pretese egemoniche iraniane nell’area del Golfo e il rafforzamento del potere militare di Saddam.

Le successive vicende – L’autocrate iracheno, ringalluzzito dai successi militari e diplomatici, non esitò nel 1990 ad invadere il Kuwait – altro paese produttore di enormi quantità di petrolio -, scatenando quella che correttamente viene definita come la “Seconda guerra del Golfo”. Le vicende successive sono note: l’invasione delle truppe della Nato nel gennaio del 1991, la rotta rovinosa dell’esercito iracheno, la controversa scelta di George Bush senior di non abbattere il regime saddamista, ma di sottoporlo ad un duro embargo commerciale, che finì per provocare la morte per denutrizione di migliaia d’inermi abitanti. Dal 1991 fino al 2003 l’Iraq fu colpito da sporadici conflitti militari – come la guerra civile curda del 1996 e le periodiche incursioni dell’aviazione della Nato -, ma tutta la popolazione irachena visse quella fase storica come se fosse sempre in guerra, stretta fra la repressione del partito Ba’th al potere e il rigido isolamento internazionale, rotto solo dagli interventi umanitari di alcune apprezzabili organizzazioni non governative (tra cui ricordiamo, soprattutto, le associazioni Emergency e Un ponte per Baghdad). Nella primavera del 2003, infine, si è assistito alla detronizzazione di Saddam Hussein, all’inizio dell’ultima guerra che avrebbe dovuto – almeno nelle intenzioni propagandistiche dei suoi ideatori – portare la libertà agli iracheni, la stabilità nell’area del Golfo e la riduzione del prezzo del petrolio. I risultati rovinosi di tale strategia neocolonialista sono sotto gli occhi di tutti: le azioni militari non si sono per niente concluse con la caduta del “rais”, mentre il prezzo dell'”oro nero” ha raggiunto vertici incredibilmente alti, superando stabilmente i cinquanta dollari al barile (a sommo beneficio dei petrolieri angloamericani, che hanno tratto i maggiori vantaggi economici da tutta questa turpe faccenda)!

Fuoco amico? – Una toccante e lucida ricostruzione di ciò che è avvenuto negli ultimi anni in Iraq è fornita dal libro Fuoco amico (Feltrinelli, pp. 160, € 12,00), scritto da Giuliana Sgrena, la giornalista de il manifesto rapita dai mujaheddin il 4 febbraio del 2005, rilasciata un mese dopo e, poi, gravemente ferita da un gruppo di militari statunitensi, mentre si recava in macchina lungo la Irish Route, la strada che collega il centro di Baghdad con l’aeroporto. L’espressione “fuoco amico”, usata dalla Sgrena, ha un doppio valore semantico: da un lato, letteralmente, sta a significare i colpi sparati dai soldati americani, presunti “amici” dei giornalisti occidentali; dall’altro, però, simboleggia anche l’incomprensibile rapimento, patito proprio da una persona che – come già Simona Torretta, Simona Pari ed Enzo Baldoni – si era schierata contro l’invasione della Nato, denunciando puntualmente le violenze perpetrate dalle truppe di occupazione (violenze che sono state ampiamente comprovate dalle raccapriccianti immagini del carcere di Abu Ghraib, dove si torturavano i prigionieri di guerra!). All’inizio del suo drammatico racconto, la cronista italiana s’interroga sul senso di ciò che le è accaduto, domandandosi: «Perché proprio io? […] Perché rapire una giornalista che si era sempre battuta contro la guerra?». Non è possibile fornire una risposta definitiva, anche se la Sgrena propende per la tesi secondo cui «né gli occupanti, che hanno fatto una guerra con il pretesto delle menzogne, né gli occupati, che combattono gli occupanti, ma temono di far conoscere la loro realtà, vogliono testimoni». Quest’asserzione implica varie conseguenze: la “sporca guerra” in atto deve essere rimossa dall’opinione pubblica mondiale; i reporter non embedded sono sgraditi alle forze occupanti; una parte consistente della resistenza irachena non accetta, a sua volta, la presenza di giornalisti stranieri e di volontari pacifisti. Siamo, dunque, dinnanzi ad uno scontro sempre più cruento, di cui non s’intravede ancora la conclusione e che è destinato a protrarsi negli anni avvenire. E appare ormai chiaro che nel nuovo Iraq si sta affermando la Shar’ia, ossia la legge coranica, soprattutto a causa della presenza nel nuovo governo di molteplici forze religiose.

La strage di Falluja – Oltre che una dolorosa testimonianza del rapimento, della dura detenzione, dei rapporti tesi ma a tratti anche cordiali con i rapitori, del complicato rilascio e dell’inopinata sparatoria in cui la giornalista rimase ferita, il libro della Sgrena si presenta anche come un valido reportage sull’odierna situazione irachena e sulla divisione che intercorre, oltre che fra sciiti e sunniti, anche fra i due principali gruppi dell’opposizione armata: i “mujaheddin” e gli “jihadisti” – nazionalisti iracheni i primi, legati al vecchio regime, fondamentalisti sunniti i secondi, che provengono spesso da altri Paesi arabi. Tra i tanti eventi di cui si parla nel libro, ci sembrano degni di una particolare menzione sia le notizie riguardanti la battaglia di Falluja – del novembre 2004 -, sia la dettagliata descrizione della sparatoria in cui perse la vita, coraggiosamente, l’agente del Sismi Nicola Calipari, la sera del 4 marzo 2005. Ricordiamo che Falluja è stata quasi completamente rasa al suolo dai bombardamenti dell’aviazione statunitense, nel corso dei quali furono usate armi di distruzione di massa (bombe al napalm o al fosforo), provocando la morte di circa cinquemila civili! L’interesse dimostrato per gli avvenimenti della città irachena sembra sia stato determinante per provocare il sequestro della Sgrena, esattamente come lo è stato per Florence Aubenas, la giornalista francese rapita un mese prima nello stesso luogo di Baghdad (all’uscita della moschea Mustafa), dopo aver anch’ella parlato con i profughi sopravvissuti al massacro.

Lo strano “incidente” – La giornalista de il manifesto smentisce apertamente il resoconto fornito dal governo di Washington sui fatti avvenuti lungo la Irish Route. I militari Usa hanno riferito che la macchina su cui viaggiava la giornalista italiana (insieme agli agenti Nicola Calipari e Andrea Carpani) correva ad alta velocità e non si sarebbe fermata in tempo all’alt intimatole, costringendoli a sparare. La Sgrena – in perfetta sintonia con quanto testimoniato separatamente da Carpani – ha reso, invece, un’altra versione alla commissione d’inchiesta, asserendo che “la macchina non andava affatto forte (quaranta-cinquanta chilometri orari)”, che «non c’era stato alcun preavviso per fermarci», che «la macchina è stata illuminata contemporaneamente all’arrivo dei proiettili, ed è stata colpita da destra e all’altezza dei passeggeri, non al motore – dove è arrivato un solo colpo – o alle ruote per fermarla». Si sarebbe trattato, quindi, di un attacco proditorio, dettato forse dall’inettitudine dei giovani soldati americani o forse dalla malafede dei loro superiori, che li avrebbero indotti all’errore fornendogli una serie di ordini “sbagliati” (per i dettagli rimandiamo alla lettura del libro). Nella parte conclusiva, la giornalista esprime il proprio sconforto per aver subito un intenso trauma psicofisico e per aver rinunciato al lavoro di “cronista di guerra”, dichiarandosi convinta che «la caduta di Saddam non ha portato la libertà, ma l’imbarbarimento della Mesopotomia, culla di civiltà con i sumeri, gli assiri e i babilonesi». E le ultime parole con cui si chiude Fuoco amico sono dedicate proprio a chi è caduto per proteggerla, a chi tanto si è prodigato per liberare gli ostaggi italiani, all’agente del Sismi sulla cui morte aleggiano ancora troppi inquietanti interrogativi: «Perché proprio Nicola Calipari? Avremo mai una risposta? Non possiamo rinunciare a cercare la verità».

L’immagine: la copertina del libro di Giuliana Sgrena.

Giuseppe Licandro

(LucidaMente, anno I, n. 3, aprile 2006)

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