CINEMA-MUSICA, RECENSIONI|21 marzo 2006 00:00

Le “cattive idee” si fanno musica

Dopo gli ultimi decenni, in cui tanto si è lottato contro la criminalità organizzata, ottenendo anche piccole, ma significative, vittorie, è ancora possibile accettare che la diffusione di ignobili prodotti commerciali abbia l’effetto di rafforzare – soprattutto all’estero – lo stereotipo secondo il quale tutti i calabresi sono mafiosi o loro complici?
Francesca Viscone – esperta ricercatrice socioantropologica – spiega nel saggio La globalizzazione delle cattive idee. Mafia, musica, mass media (presentazione di Vito Teti, postfazione di Renate Siebert, Rubbettino, pp. 258, € 14,00) come questo sia avvenuto con l’immissione sul mercato di raccolte musicali contenenti i “canti di malavita”, espressioni di una vera e propria subcultura mafiosa.
L’aspetto più grave della vicenda è che questi abbiano ottenuto un enorme successo; ben 160.000 copie delle compilation Il canto di malavita. La musica della mafia e Omertà, onuri e sangu. La musica della mafia vol. II sono, infatti, state acquistate in Europa – con picchi di vendita in Germania – e negli Stati Uniti. Un terzo cd della stessa raccolta è stato, poi, immesso sul mercato il 17 ottobre 2005, esattamente il giorno dopo l’omicidio di Francesco Fortugno, in maniera totalmente irrispettosa del terribile momento di angoscia che la Calabria stava vivendo.

Gli uomini cattivi non hanno canti belli – Il volume della Viscone è suddiviso in due parti: nella prima, dal titolo Gli uomini cattivi non hanno canti belli, l’autrice si concentra sull’analisi dei testi dei canti. Qui si raccontano i riti e i valori della ‘ndrangheta – o meglio, dell’Onorata Società – descrivendo le esistenze degli affiliati secondo i più comuni cliché mafiosi, trasformando vite maledette in biografie eroiche e leggendarie. I protagonisti sono uomini coraggiosi, che non hanno paura di sfidare la legge ma che, piuttosto, vengono da essa perseguitati. Questi devono dare prova del proprio coraggio attraverso una parabola ascendente di azioni delittuose, fatta di crimini, omertà, vendetta e morte. Ad essere narrata è, quindi, un’unica, terribile, sfaccettatura della situazione calabrese, descritta come se fosse la sola realtà esistente, come se tutti fossero conniventi. In questi canti viene, poi, esaltato l’onore di chi non parla e non tradisce, messo a confronto con l’infamia dei pentiti che collaborano con la giustizia. Ad essi sono rivolte innumerevoli ingiurie e minacce.

Il mondo alla rovescia – Gli unici sentimenti espressi sono l’odio, il disprezzo e il desiderio di vendetta. Molto frequente è, poi, il canto del carcerato, il quale lamenta un destino ingiusto, autocommiserandosi e provando pietà per la sua categoria. Nessuna parola compassionevole è, invece, riservata alle vittime o alle loro famiglie. A ricorrere con particolare continuità è il mito della vecchia e “buona” ‘ndrangheta, contrapposta alla feroce criminalità attuale. Eppure questa distinzione – ammonisce l’autrice – non ha alcun fondamento di verità, ma serve solo a rivestire di una fasulla patina romantica quella che è, invece, una della più terribili declinazioni della criminalità organizzata. Ad essere descritto – per dirla con Bachtin – è un mondo alla rovescia, in cui i malviventi divengono eroi, gli uomini di legge criminali e i pentiti spie. La realtà si divide, dunque, in un “dentro” e un “fuori”, per cui chi è all’interno dell’organizzazione è “uomo”, mentre chi sta fuori non è nulla, non conta niente.

La stampa nel vicolo globale – La seconda parte del saggio, La stampa nel vicolo globale, contiene una scelta antologica degli articoli pubblicati dai più prestigiosi giornali mondiali, come Financial Times, Frankfurter Allegemeine Zeitung, Le Monde, New York Times, Newsweek International, che hanno dedicato interi servizi a questi canti, diffondendo per lo più luoghi comuni su una Calabria vista come “terra dei desperados”, in cui persino la gente comune sembra proteggere e sostenere ‘ndranghetisti e latitanti, poiché a sua volta “protetta” da questi ultimi nei confronti di uno Stato ingiusto e, dunque, legittimamente combattuto dai malviventi. La stampa straniera – spiega la Viscone – ha commesso l’imperdonabile errore di ritenere i contenuti dei canti come validi strumenti di indagine antropologica sulla realtà calabrese, offrendone, così, una visione offensiva e del tutto distorta (la stessa che da anni molti calabresi stanno cercando di abbattere). È questo uno degli effetti devastanti della globalizzazione, poiché comporta la diffusione capillare di pregiudizi a carattere razzista verso il Sud del nostro Paese.

Cattiva informazione – Oltre a ciò, non bisogna dimenticare la gravità della portata delle false notizie messe in giro dai media di tutto il mondo, come quella secondo la quale la vendita dei canti della malavita è stata proibita dal governo italiano. Questa informazione, oltre a non rispondere a verità, è portatrice, ancora una volta, di un pregiudizio, proprio perché, al contrario, in quanto parte integrante della libera e civile Europa, anche l’Italia permette di acquistare legalmente i cd (come dimostra il fatto che essi siano tuttora rinvenibili – contrassegnati dal marchio Siae – su molte bancarelle dei mercatini). Persino l’insospettabile Bbc è arrivata a costruire a proprie spese uno scenario criminale nel centro di Reggio Calabria. Ad essere inscenate sono state addirittura interviste a boss e latitanti, rifugiati sulle montagne dell’Aspromonte.

Contro il Meridione, razzismo mondiale – La pubblicità dei mass media esteri ha senz’altro contribuito al trionfo commerciale delle compilation nel resto del mondo, mentre da noi queste si sono rivelate – non a caso – un vero flop. Ogni italiano, infatti, ascoltandole, non può che avvertire un forte senso di disagio, di rabbia e di disgusto. Ma allora perché – viene da chiedersi leggendo il testo della Viscone – la stampa mondiale ha assunto un atteggiamento tanto offensivo e, allo stesso tempo, superficiale, nei riguardi dei calabresi, portando al successo cd e musicassette di pessima qualità (tenendo anche in considerazione lo scarso grado di professionalità di musicisti e cantanti)? Forse perché, all’interno della diffusa coscienza civile, la Calabria viene considerata un po’ come il fanalino di coda dell’Europa; dunque, il fine di molti Paesi è stato quello di ritrovare una falsa conferma della degradata situazione del Sud in testi di canzoni che non rispondono affatto alla realtà, ma sono frutto di una spudorata operazione commerciale. In questo modo è molto più facile convincersi della propria superiorità culturale, svelando, però, allo stesso tempo, il sottofondo tarato e razzista che l’opinione mondiale ha nei confronti del Meridione.

Globalizzazione delle cattive idee – È importantissimo ricordare che questo tipo di marketing compie un terribile torto nei confronti delle innumerevoli vittime della mafia e delle loro famiglie. Chiunque favorisca la vendita delle raccolte contribuisce a nobilitarne il contenuto, minimizzandone l’orrore. Noi, che condividiamo con i giornalisti americani ed europei il compito di fare dell’informazione, non possiamo che ritenerci indignati di fronte alla dimostrazione di una così scarsa professionalità, spintasi alla commercializzazione di valori mafiosi. È precisamente questo che intendiamo per “globalizzazione delle cattive idee”.

L’immagine: la copertina del libro di Francesca Viscone.

Claudia Mancuso

(LucidaMente, anno I, n. 4, maggio 2006)

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