I nonluoghi sorpresi dal teatro

Intervista a Natasha Czertok, attrice, regista, coreografa e “pedagoga teatrale”… Ideatrice di progetti in cui l’arte si incrocia con il sociale

Una performer di Ferrara che ha saputo tradurre il teatro in una vera e propria condivisione scardinando le barriere tra pubblico e rappresentazione, incentrandolo sulla valorizzazione della diversità culturale, entro la quale imparare a improvvisare. Natasha Czertok è un’attrice che non solo rivela se stessa al mondo attraverso i propri spettacoli, ma crede nell’insegnamento come ruolo essenziale per la propria crescita professionale e interpersonale. Natasha ci ha gentilmente rilasciato al seguente intervista.

Parliamo di te, del tuo percorso: chi è Natasha Czertok?

Ho iniziato a fare teatro da bambina. Anzi, posso dire che ci sono nata in mezzo, infatti i miei genitori sono entrambi teatranti arrivati dall’Argentina. Ho quindi sempre vissuto il mondo del teatro dall’interno viaggiando con loro e avendo la possibilità di conoscerne i tanti aspetti e sfaccettature. Così, dopo il mio percorso di studi alle superiori in cui non volevo assolutamente sapere niente di teatro, a 18 anni ho frequentato un corso finanziato dalla Comunità europea e nello stesso periodo sono stata in Messico, dove ho studiato con Gladiola Orozco (una stella del balletto dell’Opéra National de Paris insieme a Maurice Béjart), che ha creato la compagnia Ballet Teatro del Espacio. Un’esperienza che mi ha profondamente segnato e mi ha fatto capire la strada da seguire. Il teatro era nel mio dna, non potevo scappare più di tanto. Al ritorno, infatti, ho continuato con grande approvazione ad approfondire all’interno della compagnia dei miei genitori scegliendo però direzioni e visioni differenti: a volte in famiglia la relazione lavorativa è complessa e il confronto risulta più difficile, tant’è vero che, appena ho iniziato a studiare con loro, sono andata via di casa, mantenendo così la mia indipendenza. Quindi, mi sono formata presso il Teatro Nucleo (www.teatronucleo.org/principale/ita/pageframe.html; teatronucleo@gmail.com), di Pontelagoscuro, nel quale cui ho continuato a lavorare dal 2000 a oggi.

Quale tipo di esperienza ti piace rappresentare e ti caratterizza?

Il fatto che la vita mi abbia portato sempre a sperimentare e canalizzare tutto in mondi diversi, così come diverse sono state le esperienze concrete cui ho preso parte. Ad esempio, ho deciso di intraprendere un percorso universitario, mi sono laureata in Scienze della comunicazione e, iniziando a studiare Psicologia, mi sono resa conto che quella che era la mia vocazione: credo molto nella funzione sociale dell’arte e quindi tutte le scelte artistiche che faccio sono molto legate a questo aspetto. Adoro il lato umano della funzione artistica, quindi, per esempio, conduco percorsi pedagogici nelle scuole, lavoro in un centro dove faccio un percorso di psicomotricità con i ragazzi disabili e insegno agli operatori sociali come acquisire gli strumenti da utilizzare in comunità di tossicodipendenti o nelle carceri, imparando a gestire queste situazioni attraverso il linguaggio teatrale.

L’utilizzo degli spazi si è delineata come una tua peculiarità. Da dove nasce questa espressione?

L’idea è quella di scardinare il concetto di spazio usuale dell’arte preferendo spazi non convenzionali come possono essere una strada, una piazza, un parcheggio o elementi storici. Anche teatri con caratteristiche particolari, ad esempio senza palco o sipario, scegliendo un utilizzo delle aree che vanno verso il contatto diretto con lo spettatore. Questo progetto, realizzato insieme ad altri artisti, è Urbanica (www.urbanica.com) ed è legato anche al mondo della danza. La sua missione è quella di portare una rappresentazione dove di solito non c’è, di creare un’interazione tra arte, spazio e appunto i cosiddetti nonluoghi. Il tutto giocando anche sull’effetto sorpresa: un pubblico impreparato alla visione di uno spettacolo rimane incantato, cogliendo e apprezzando con immediatezza una performance cui non avrebbe mai pensato di prendere parte. Si crea, così, così una vera e propria stratificazione di luoghi ed esperienze.

Giorgia Tisselli

(LucidaMente, anno VII, n. 73, gennaio 2012)

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