INEDITION|13 aprile 2006 00:00

Malinconici castelli di sabbia

Questa è la prima sera del mio primo giorno al mare. Stamattina mi sono svegliato presto ed ho poi camminato tutto il giorno avanti e indietro sulla spiaggia, lasciando che il sole si prendesse cura di me, e il tempo, le ore, volassero alle mie spalle. Era da tanto tempo che non lo facevo, anni, e quasi non ricordavo più quanto fosse piacevole. Ricordo che mi divertivo a scambiare commenti e pareri sulle altre persone che mano a mano si incontravano: un topless troppo audace, un bambino col sorriso da furbetto, pelli scottate che preludevano a difficili riposi notturni, sui quali ironizzare. Ho continuato a camminare fino al tardo pomeriggio, fermandomi solo per bere qualche bibita fresca ed alcuni caffè, e sovrapponendo continuamente le immagini che avevo davanti agli occhi con quelle che avevo impresse nella memoria. In silenzio. Solo.
Ora che mi sono lavato e cambiato d’abito non vedo l’ora di sedermi per riposare e mangiare qualcosa di leggero. Le mie gambe sono stanche, hanno già portato il peso di molti anni ed oggi hanno lottato contro le insidie della sabbia, dove i piedi, anziché trovare un appoggio sicuro, affondano inesorabilmente. Così la fatica è grande, e per fare qualche passo non basta solamente muovere i piedi uno davanti all’altro, ma bisogna prima, ogni volta, liberarli da quella calda, morbida e dorata trappola.
Mi rendo conto di non avere più l’età in cui pare di potere nuotare nella sabbia, l’età dei giochi. Gli anni in cui i castelli sulla spiaggia non hanno ancora lasciato posto a quelli costruiti in aria. L’età in cui ci si diverte nel costruire i primi, e ancora non si conosce il dolore del veder crollare i secondi. Non sono nemmeno vecchio, a dire il vero, ho trentaquattro anni, ma sento che il mio corpo è appesantito e non ha più l’elasticità e la leggerezza di un tempo.
Camminando lentamente raggiungo un locale che avevo visto nel pomeriggio, dove aspetto in piedi che qualcuno si accorga di me. Dopo pochi istanti una ragazza mi si fa incontro con un sorriso gentile e mi indica il tavolo cui posso sedere. E’ l’ultimo rimasto libero nel giardino esterno, mi ritengo fortunato. È bello qui, c’è l’aria fresca e frizzante delle prime ore della sera, e c’è tanta altra gente che mangia o aspetta. Si avverte il classico brusio dei locali affollati, quel mescolarsi di tanti suoni diversi che finiscono per diventare uno solo, per sembrare poi quasi silenzio. Riesco persino ad isolarmi, come quando si è immersi con la testa nell’acqua e i rumori arrivano alle orecchie in modo ovattato, lontano. Il coro di tante voci si fonde in una sola, tanti primi violini che suonano distintamente, ma l’ascoltatore avverte un unico suono d’orchestra.
Guardo davanti a me dall’altra parte della strada, dove due uomini sono seduti su una panchina posta pochi metri prima della spiaggia, dandomi il fianco. Le loro teste bianche continuano a muoversi, i loro sguardi ad incrociarsi. Parlano e gesticolano. Non riesco a sentire le loro voci, però, sono troppo lontani. Riesco comunque vedere i loro volti quando si girano a parlare tra loro. Li vedo a volte assumere quella tipica espressione un po’ triste e malinconica di chi racconta del proprio passato, di una giovinezza che non c’è più. Ma sono nuvole che passano in fretta spazzate via dal vento del buon umore, e riprendono così a ridere e scherzare, ammiccando l’uno all’altro come a rievocare chissà quali marachelle condivise, o forse solo progettate.
A turno, ogni tanto, si girano a guardare poco più a destra dove due signore – le mogli probabilmente – stanno facendo il loro dovere di nonne tenendo a bada due bambini che vorrebbero invece scappare. E intanto che loro continuano a parlare, a sorridere ed a far facce un po’ tirate, mi accorgo che sta diventando buio. Il blu del mare si fa più intenso e si stende fino all’orizzonte, là dove inizia l’azzurro ancora chiaro del cielo.
Una nave con le luci accese si avvicina al porto e i due vecchi si fissano a guardarla. Chissà, forse in quel lento incedere rivedono il percorso fatto nella loro vita, cominciato tanto tempo prima e passato ogni giorno in acque diverse. La nave si avvicina all’attracco e i due, rimasti a lungo ad osservare quella scena piena di colori e velata solo da qualche ombra di nostalgia, volgono nuovamente lo sguardo verso le loro compagne, e riprendono all’improvviso a parlare e scherzare ed a muovere le mani come a voler disegnare nell’aria i propri pensieri.
Mangio svogliatamente ciò che ho ordinato, senza però riuscire a staccare gli occhi da quella scena di matura serenità. Mi accorgo solo ora che la linea dell’orizzonte passa esattamente sopra le spalle dei due vecchi. I loro corpi sembrano così immersi nel mare più profondo e scuro, ma le teste bianche, piene di idee, ricordi e sogni ancora da realizzare, hanno come sfondo un cielo azzurro in cui sembra possano volare senza fermarsi mai.
Chissà come sarò io a quell’età, cos’altro mi avrà riservato il destino e in quale modo potrò cambiarlo. Mi domando se un giorno potrò anch’io essere l’attore protagonista di una scena come quella cui ho appena assistito, mentre un altro malinconico turista starà guardando. Mi chiedo, infine, se avrò anch’io la fortuna di notare sul viso di quell’improvvisato spettatore una lacrima di tristezza scendere lentamente, per andare a morire su di un sorriso pieno di speranza.

(Azzurro e blu)

Davide Piazzi

Trentottenne dell’hinterland bolognese, si divide tra il lavoro e le passioni per la narrativa, la cucina e la musica, cercando di non fare tutte tre le cose contemporaneamente.
I suoi racconti sono stati pubblicati anche da Scriptamanent.net (CPU; Il paese dei sospiri) e direfarescrivere (Amica, amata, amore).
Il suo motto è: “andare oltre il buio della ragione”, frase che, secondo, lui rappresenta al meglio il suo modo di vivere e pensare, ma della quale ancora oggi fatica a spiegare il significato.

IL COMMENTO CRITICO

Vi sarà capitato di trovarvi da soli su una spiaggia e avere voglia di malinconia così tanto da andarla a cercare nelle pieghe di una giornata qualunque, dove non succede niente di particolare, una delle tante giornate di una vita qualsiasi.
A forza di cercare, le strade della malinconia vi si spianeranno davanti, senza assalti, senza dolore, e i ricordi si mescoleranno ai frammenti di vita che appaiono nei volti delle persone che vi capiterà di incontrare. A 34 anni ci si può sentire già maturi al punto di voler fare un bilancio, oppure così pieni di forza da pensare di avere tante cose davanti a sé ancora da realizzare.
Se tutto questo vi è successo e fa parte del vostro animo dolce e incline ad assimilare la solitudine come un qualcosa di ricercato anche in mezzo al più comune caos di una spiaggia estiva, allora troverete in Azzurro e blu di Davide Piazzi tutto ciò che vi occorre per lasciarvi andare. Pensieri, ricordi, introspezione leggera e garbata, giochi di volti e parole non sentite ma discretamente immaginate.

Leggerlo… o no? – Un po’ indolente nel tono ma sincero nelle sfumature, questo racconto dipinge la giornata di un malinconico turista al giro di boa della maturità. Ma se per caso la vostra indole è di altro tipo, se per esempio le spiagge urlanti vi danno la nausea, se le nonne al parco coi nipoti non le trovate così poetiche perché in fondo avete sempre pensato che forse non hanno nessuna voglia di stare lì, se il fatto di mangiare qualcosa svogliatamente da soli in un bar affollato vi sembra il punto più alto della noia a cui non vorreste mai arrivare, se, infine, qualche volta la malinconia vera, quella prepotente e arrabbiata, vi ha incalzato da vicino fino a farvi anche solo pensare, per un attimo, agli anni davanti a voi come a una “detestata soglia” nella quale non sapete nemmeno voi come fare ad entrare… allora non accostatevi a questo racconto. Non importa che vi diciamo perché. Non crediamo di avere il compito di dire se un prodotto letterario sia bello o no perché pensiamo che, in fondo, ognuno debba fare i conti con la propria sensibilità. Fortunatamente gli spazi della parola sono assai vasti.

L’immagine: particolare de La terrazza sul mare a Sainte-Adresse (1866-67) di Claude Monet (1840-1926).

Angela Verzelli

(LucidaMente, anno I, n. 8, agosto 2006)

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