SOTTO I RIFLETTORI|10 novembre 2006 00:00

“È lungo questo Paese diverso. Verso nord, verso nord senza fine”

Quali sono le paure, le suggestioni, le impressioni dell’uomo moderno di fronte all’inarrestabile scorrere del tempo? Per rispondere a queste domande, proponiamo un viaggio intorno all’opera di Rolf Jacobsen (Oslo 1907-1994), pluripremiato poeta norvegese, la cui carriera ha attraversato tutto il Novecento e continua ancora a stupirci ed emozionarci. Ecco, infatti, la pubblicazione in lingua italiana per le nostre Edizioni di LucidaMente (prima uscita per la collana Le costellazioni sonore) della sua raccolta Aperto di notte – titolo originale Nattåpent – (pp. 102, € 11,00). Le traduzioni, con testo originale a fronte, sono a cura di Randi Langen Moen e Christer Arkefors.

Dai paesaggi algidi del Nord a quelli urbani – A trascinarci nel mondo interiore dell’autore è una poetica che spazia dai paesaggi algidi e affascinanti del Nord – impregnati di una sublime e devastante forza della natura – a quelli meno piacevoli, ma ugualmente inquietanti (seppur per ragioni diverse), della città. In questa contrapposizione tra paesaggio agreste e cittadino si dipanano le riflessioni del poeta, che, come altri grandi pensatori del Novecento, manifesta la sua preoccupazione di fronte ai cambiamenti che hanno modificato irreversibilmente le città, facendo loro assumere i connotati propri della modernità. L’irruzione delle masse sulla scena urbana, la confusione, il dilagare della tecnologia, hanno, infatti, il potere di sconvolgere non solo il panorama, ma anche la psiche dell’uomo che si trova calato in esso. Jacobsen descrive bene tutte queste inquietudini attraverso la sua poesia, che si contorce e s’irrigidisce nell’asprezza delle frequenti consonanze.

Le preoccupazioni di fronte alla prepotenza tecnologica – I suoi versi si estendono poi, abbandonando i centri urbani, fino ad arrivare a investire tutto il pianeta, così come dimostrano le liriche Lezione di geografia 1 e 2; dovunque – cantando dei binari della ferrovia, piuttosto che di strade asfaltate – l’autore riesce a portare in poesia situazioni e realtà che prima ne erano state tradizionalmente escluse, dando loro dignità letteraria, ma contornandole sempre delle medesime paure (le stesse che angosciano l’animo dell’uomo moderno). Egli marca con maggiore forza la propria visione delle cose, rendendo manifeste le forze maligne del progresso, nonché i pericoli corsi dall’uomo. Quest’ultimo, potendo disporre di un’enorme quantità di tecnologia, rischia di evolversi in maniera innaturale e sbagliata, condannando il pianeta alla catastrofe. Il pessimismo dell’autore è qui evidente e la morte si radica nelle sue parole, riempiendole di senso, senza, però, soffocarle.

Aspetti retorici – Jacobsen mostra, comunque, sempre una notevole abilità nel ricorrere ad immagini incantate e irreali. Nella sua lirica è, infatti, frequente l’uso di contrasti, quali la bellezza della primavera posta in coppia antinomica col freddo dell’inverno. La bravura del poeta sta proprio nell'”annegare” in queste suggestioni le inquietudini dell’uomo. C’è, in fondo, benevolenza nei confronti del mondo, che, però, risulta inevitabilmente meno affascinante rispetto al passato. Il tutto è trasposto in una poesia che trascura i dettami della metrica tradizionale

Il dolore anestetizzato – Indagando direttamente i testi poetici, molto significativo risulta essere quello della poesia Jam – Jam, in cui il poeta manifesta le sue opinioni riguardo al bisogno dell’uomo moderno di essere costantemente calato in situazioni rumorose. L’alto volume della musica e suoni di ogni genere costituiscono, in realtà, una via di fuga dalla sensazione di angoscia, avvertita soprattutto dai giovani, che si nascondono nelle discoteche perché lì non è loro possibile l’attività del pensare. Questo è, però, un sollievo effimero; pertanto i ragazzi sono perennemente costretti, per anestetizzare il loro dolore, a immergersi in rumori sempre nuovi: “Dura così poco, / non oltre la notte. / Perciò di nuovo. Fate chiasso. / Decibel, Hard Rock. Non pensate. / Urlate / più forte / di più”.

Interiorità ed esteriorità – È così che procede la poetica jacobseniana, muovendosi costantemente lungo un doppio scenario, a volte ameno e attraente, come quello naturale, altre volte artificiale e sconnesso, come quello tecnologico. Il tutto è finalizzato alla descrizione di due mondi che il poeta di Oslo non cessa di esplorare: quello esterno del pianeta Terra e quello interiore dell’uomo.

Di seguito, due poesie di Jacobsen, tratte dalla raccolta recensita, esemplificative delle sue due caratteristiche modulazioni: l’esaltazione della natura del proprio amato Nord e la critica del mondo contemporaneo.

Il paese diverso

E’ lungo questo Paese diverso.
Verso nord, verso nord senza fine.
L’arcipelago sempre più blu si stende senza fine nel mare.
Ci stringiamo laddove c’è terra e di che vivere,
tante case in valli strette.
Ma sopra di esse covano le solitudini,
– il Tibet d’Europa, dai cieli alti, silenzioso,
e quasi senza confini, come i pensieri.
– – –
I tempi sono cattivi, la quotidianità vuole il suo tran-tran.
Strade affollate, sudare sangue, assilli.
Ma siamo nati per questo Paese,
procreato da monti e mari nel grigiore dei tempi.
Una casa rigida, quasi impietosa, non mancavano
gli schiaffi qui.
Ma siamo diventati uomini alla fine,
gente di mare soprattutto, dominatori
di tutto l’Atlantico del Nord.
E ora raccogliamo oro dal fondo del mare
e la nostra casa scompare lentamente dalla memoria.
Le strade son così lunghe qui e le salite così ripide.
– – –
Ma si trova ancora là. L’immensa Norvegia,
spruzzata dal mare e pesante, con ansie, coltri di pioggia e cime.
Se le cerchi in alto – verso la bellavista e la luce del cielo
non restare poi lassù, né perderti nei sogni
perché noi aspettiamo le tue mani, e la tua buona volontà.
È un momento di miseria e noi facciamo parte del mondo.
Ma in un Paese diverso
che nessun oppressore è riuscito a domare del tutto.
Perciò non c’inchiniamo così profondamente come i vicini,
era troppo ripido qui.

Jam – Jam

Volume alto,
Break-dance, tamburi e trombe
tengono lontana l’angoscia. Fate chiasso.
Decolli di jet, juke-box, jam – jam
per pace e libertà. Eccentrico
fin in fondo.
Ma solo di fuori, non dentro.
Dura così poco,
non oltre la notte.
Perciò di nuovo. Fate chiasso.
Decibel, Hard Rock. Non pensate.
Urlate
più forte,
di più.

L’immagine: un suggestivo paesaggio della regione norvegese di Hedmark, territorio dove Rolf Jacobsen visse.

Claudia Mancuso

(LucidaMente, anno I, n. 2 EXTRA, supplemento al n. 10, 15 ottobre 2006)

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