SOTTO I RIFLETTORI|12 novembre 2006 00:00

“Aperto di notte” (“Nattåpent”) del norvegese Rolf Jacobsen

Ottimo esordio per la collana Le costellazioni sonore delle nostre Edizioni di LucidaMente, con la raccolta Aperto di notte – titolo originale Nattåpent – (pp. 102, € 11,00) del grande poeta di Oslo Rolf Jacobsen. Le traduzioni, con testo originale a fronte, sono a cura di Randi Langen Moen e Christer Arkefors, dei quali riportiamo l’Introduzione.

La prima raccolta di poesie di Rolf Jacobsen, Jord og jern (Terra e ferro), uscì nel 1933. In essa il Poeta riflette sulla natura, sia quella agreste sia quella urbana (egli è cresciuto sia in città che in campagna), in un modo sorprendente.
Tralasciando la metrica tradizionale, Jacobsen riesce a trovare lirica nel bitume della città, nei binari della ferrovia. Sebbene scriva ciò che sente nel proprio intimo, riesce a rimanere distaccato – come se il fatto che sta parlando al lettore sia semplicemente un caso che si è presentato in modo occasionale. Il Poeta solitario, fuso col mondo di cui parla, immagina un orecchio pronto ad ascoltarlo – perciò parla.

Apparentemente canta l’evoluzione tecnologica, le costruzioni moderne, ma più che altro immette queste cose nuove nella sua immagine globale del mondo, visto che effettivamente esistono, e cerca in esse bellezze e poesia tutt’altro che evidenti. Non è un segno di compiacenza da parte del Poeta ma l’espressione di una profonda paura nel suo animo: dove ci sta portando la tecnologia? Si avverte un senso di tristezza nel Poeta, il quale vede il vecchio mondo scomparire per lasciare spazio a quello moderno, tecnologico. Insomma, ci vuole avvertire dei pericoli nascosti nella tecnologia moderna.

Jacobsen procede nella stessa direzione nella sua raccolta successiva, Vrimmel (Folla di gente), che vede la luce nel 1935. Qui il Poeta, ora più maturo, rafforza l’esplicazione dei suoi intenti esponendo forze maligne che porteranno a una catastrofe. Un certo pessimismo riempie non di rado lo spazio tra le righe, pessimismo spesso creato da forme ironiche e a volte macabre della poesia – Nu stirrer / … / gassmasken ut over verden / med sin snabel nysgjerrig spiss / som ett barn (Ora / … / la maschera antigas guarda fisso il mondo / con la sua curiosa proboscide pungente / come un bambino). Questi versi della poesia Arv og miljø (Eredità e ambiente) sono solo uno tra i tanti esempi.

La morte si è adesso radicata nella poesia jacobseniana (e non la lascerà più), ma senza soffocarla, senza rendere l’atmosfera eccessivamente pesante. Inoltre, Jacobsen mostra una notevole abilità nel cercare immagini suggestive e spesso irreali, ad esempio bambole animate in un negozio. Il Poeta cerca, come nella raccolta precedente, di identificare la civiltà moderna – una civiltà affascinante in quanto nuova, ma che allo stesso tempo suscita paura in quanto sconosciuta.
Nella sua terza raccolta, Fjerntog (Treni a lungo percorso), del 1951, Jacobsen amplia le sue visioni naturalistiche; nessun tipo di natura, galattica o microscopica che sia – ma sempre grandiosa a modo suo -, risulta estranea all’occhio esaminatore del Poeta. Frequenti sono anche i contrasti proposti da Jacobsen: la bellezza della primavera rispetto al freddo dell’inverno ecc.
La posizione del Poeta risulta adesso evidente, egli è nettamente contrario alla moderna cultura tecnologica. Questa rimarrà la sua posizione per il resto della sua vita. Caso mai si rafforzerà ulteriormente. C’è comunque benevolenza nei confronti del mondo che, però, rispetto a prima risulta un po’ meno affascinante – il suo mondo e la realtà coesistono in un equilibrio faticosamente raggiunto. Jacobsen ha ormai trovato la sua espressione, la sua impostazione, il suo naturale modo di poetare, le sue immagini preferite.

Il suo fjerntog procede sostanzialmente su questo binario e, passando per dodici stazioni:
Hemmelig liv (Vita segreta), 1954;
Sommeren i gresset (L’estate in mezzo all’erba), 1956;
Brev til lyset (Lettera alla luce), 1960;
Stillheten etterpå (II silenzio che segue), 1965;
Dikt i utvalg (Poesie scelte), 1967;
Headlines (Titoli principali), 1969;
Pass for dørene – dørene lukkes (Attenzione alle porte – le porte si chiudono), 1972;
Samlede dikt (Lanterne) [Raccolta di poesie (Lanterna)], 1973;
Pusteøvelse (Esercizio di respirazione), 1975;
Samlede dikt (Ord. utg.) [Raccolta di poesie (Edizione ordinaria)], 1977;
Tenk på noe annet (Pensa a qualcos’altro), 1979;
Samlede dikt (Raccolta di poesie), 1982;
  arriva al capolinea con Nattåpent (Aperto di notte) nel 1985.

Rolf Jacobsen rappresenta il modernismo scandinavo, in cui una caratteristica fondamentale è la libera forma poetica dal punto di vista della metrica. Fin dalla sua prima raccolta egli sposa tale modo d’espressione, caratterizzato dalla scarsità di rime. D’altra parte sono frequenti le assonanze e le consonanze.
A seguire proponiamo brevi commenti su alcune delle poesie da noi tradotte. La scelta è stata fatta non perché esse siano più significative delle altre, bensì perché coniugano felicemente i due mondi che Jacobsen esplora – quello esterno del pianeta Terra e quello interiore dell’uomo.
In Zone ombrose troviamo l’esaltazione dell’alba e del crepuscolo in quanto Jacobsen li considera i due momenti che di più si prestano alle riflessioni personali. L’Autore arriva a sostenere che
“Nella penombra vi è la nostra vita”.
Il Poeta vede l’alba come una metafora dell’inizio dell’infanzia e della gioventù, ma sostiene anche che perfino
“le sere son grandiose”;
si intravede così la differenza tra giovani e anziani nella concezione della sera.
Già nelle prime due strofe troviamo il nocciolo del messaggio di questa poesia – allargherà poi la sua panoramica mediante le considerazioni poetiche nelle quattro strofe che seguono. Qui l’Autore posiziona, per così dire, geograficamente la Terra – chiamata “stella del Paradiso” – rispetto alla luce dell’alba che la inonda in primis “a est dell’est, alle Figi”. Il Poeta segue l’alba da est a ovest, fino alla “blu Aconcagua”, ricordandoci che il tramonto, rispetto all’alba, illumina in senso opposto i vari paesaggi del mondo:
“Con le sere è l’opposto”.
Egli vede nell’alba e nel crepuscolo i contorni di un viso nel quale spiccano “gli zigomi”, cioè i momenti decisivi della vita di ogni persona. Di particolare intensità è la metafora dell’amore espressa nel verso
“II giorno arriva con una rosa nella mano”.

Nella prima strofa di La bellezza dei ponti Jacobsen visualizza questo aspetto positivo dei ponti considerandoli legami fra due punti opposti e, in tale veste, anche presunti messaggeri di pace. Alla fine della seconda strofa il Poeta passa direttamente dalla descrizione dei ponti a una visione di carattere estetico in cui risalta la vita umana vista tramite le metafore di “gemme” lucenti e “corone di fiori” e in seguito personalizzata dalla più concreta constatazione di
“la mia mano nella tua.
Vien qui a veder”.
Nella terza strofa Jacobsen innalza lo sguardo oltre le persone e gli stessi ponti, verso l’arcobaleno, anch’esso dalla forma convessa di un ponte. Il Poeta, rivolgendosi agli esseri umani, formula l’imperativo “costruite”, esprimendo così il desiderio in lui sempre operante di mettere la sua poesia al servizio dei lettori – come se fosse un vademecum di carattere morale ed estetico.
Dai ponti e dall’arcobaleno lo sguardo di Jacobsen persegue “pilastri” e “torri” per poi concentrarsi sul suono degli spifferi provenienti da alcuni cavi. In tal modo, collegando l’udito al mondo visivo, percependo anche il soffio dell’aria quale ponte, il Poeta riesce a unire il visibile all’udibile.
La scena delle sue riflessioni risulta così ampliata dalle metalliche costruzioni alla terra e al sottoterra. L’universo poetico comprende ormai tutta la sfera vitale – dal cielo al fondo di una cava.
Nella parte finale della poesia avviene un incontro fra due persone – si vedono infiammarsi i loro visi. Con questa indicazione di calore umano la poesia si apre verso dimensioni religiose e filosofiche. Jacobsen allude alla pace in senso lato – quindi non solo alla pace fra persone e fra popoli, ma senza dubbio alla pace come stato d’animo individuale, sia in chiave psicologica che in chiave religiosa o filosofica.

Nella poesia Jam – Jam traspare la preoccupazione del Poeta riguardo al bisogno avvertito dai giovani e i meno giovani di farsi travolgere dall’alto volume della musica e da rumori di ogni genere – persino dei jet in partenza. Egli ricorda che tutto questo non è altro che una fuga dalla sensazione di angoscia dell’uomo moderno, avvertita in primo luogo dalle persone giovani. L’Autore ci propone un quadro di entità globale partendo, nel suo viaggio poetico, dalla “break-dance” statunitense e passando attraverso “juke-box” e “hard-rock”, ormai diffusi in buona parte del mondo.
Può sembrare che Jacobsen inviti i giovani a divertirsi in un modo tanto sonoro, ma il tono ci risulta prettamente ironico se non amaro. La voce dell’Autore ci appare ammirevolmente giovane – si dimostra, attraverso la sua poesia, di un’indole notevolmente flessibile e giovanile nonostante i suoi ottant’anni d’età.
Egli si lascia coinvolgere nell’atmosfera delle discoteche come se appartenesse alla generazione verde, ma le sue riflessioni in merito risultano quelle di una persona matura e preoccupata.

Nella poesia Pensieri sul lago di Sjodal il tema dell’ecologia contemporanea si colloca in primo piano e si collega esplicitamente a riferimenti sulle tradizioni bucoliche e musicali campestri della Norvegia nei secoli passati. Il Poeta si porta indietro fino a un altro inno che celebra la dignità dell’uomo, e cioè quello sul medievale Hàvamàl, una poesia ammonitrice del modo di comportarsi che l’allora ignoto Autore rivolse ai suoi contemporanei in lingua norrena. Il Poeta ricorda che
“In nessun paese che io conosca
si sono uditi così tanti corni e arpe”.
e che perfino l’acqua delle cascate canta e ci chiama inducendoci a sognare. Un collegamento alla musica dei compositori del Romanticismo norvegese, quali un Ole Bull o un Edvard Grieg, ci risulta evidente.
Inoltre, il “canta”, visto in senso lato, riporta anche all’atto del poetare, un’interpretazione nostra questa che viene ulteriormente sottolineata dal verbo “sognar”.

In II paese che è diverso Jacobsen traccia una mappa della Norvegia soffermandosi su alcune caratteristiche essenziali. Egli riflette sulla situazione odierna del paese, partendo dall’aspetto topografico, cogliendone i particolari preponderanti quali la sua lunghezza e il suo continuo protendersi verso nord:
“Verso nord, verso nord senza fine”.
– lo chiama anche “il Tibet d’Europa”.
In questa sua riflessione l’esistenza umana entra in perfetta sintonia con il profilo esterno del paese:
“Ci stringiamo laddove c’è terra e di che vivere,
tante case in valli strette”.
Con un tono fra l’orgoglio e il rassegnato il Poeta continua:
“Ma siamo nati per questo paese,
procreati da monti e mari nel grigiore dei tempi”.
Gli ultimi quattro versi contengono un riferimento alla storia della Norvegia, in particolare al periodo della seconda guerra mondiale durante la quale la resistenza norvegese contrastò il predominio dei tedeschi nella loro occupazione del paese (finché questi ultimi non furono definitivamente sconfitti dalle forze alleate nel maggio del 1945).
Il Poeta sembra voler far intendere, in parte però metaforicamente, che lo stesso paesaggio norvegese, da lui definito “ripido”, abbia influenzato il carattere dei norvegesi, un po’ più sulle sue rispetto ai “vicini” – gli svedesi e i danesi. E’ un pensiero, questo, che richiama le teorie darwiniane e positivistiche sull’importanza dell’ambiente nella formazione dell’uomo.
Che l’ultimo verso (“è troppo ripido qui”.) sia stato ideato anche un po’ a mo’ di scherzo o, addirittura, come una battuta, non vogliamo escludere. Comunque sia, la poesia risulta un’eloquente lezione, in pochi versi, di geografia e di storia.

Nell’ultima parte della raccolta Jacobsen ripercorre strade e momenti della sua vita con Petra, sua moglie per tanti anni. Aperto di notte fu composto come un’immediata conseguenza della perdita della moglie; l’ultima parte della raccolta ci risulta infatti uno sfogo pacato di un uomo anziano che si ritrova a esaltare sì i giorni felici, ma anche a commiserare quelli tristi – comunque mai senza la velata saggezza di chi, come un poeta, vede i fatti reali della vita come punto di partenza per un savoir faire che unisca gli uomini portando a una dimensione di comprensione e accettazione del destino di ognuno di noi.

L’immagine: in quarta di copertina del volumetto, una veduta di Storsjøen a Nord-Odal, nella regione di Hedmark, territorio dove Rolf Jacobsen visse.

Randi Langen Moen e Christer Arkefors

(LucidaMente, anno II, n. 3 EXTRA, supplemento al n. 13, 15 gennaio 2007)

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