RECENSIONI|3 dicembre 2006 00:00

Cinematografia e psicanalisi

Non è solo la comune data di nascita, quel 1895 in cui ebbero luogo le prime dimostrazioni pubbliche del cinematografo e gli esperimenti freudiani sulla psiche, ad unire la psicoanalisi alla settima arte. Entrambe assolvono, infatti, sia pur con finalità e strumenti differenti, la funzione di indagare la mente, il comportamento e i fenomeni sociali.

L’analista al cinema – Il meccanismo della visione è stato spesso oggetto dell’attenzione da parte della psicoanalisi, consentendo così una lettura più sfaccettata ed intrigante dei film, non di rado incentrati su vicende di matrice psicologica e psicopatologica. Un’influenza che non si è fermata ai soli contributi teorici ma si è estesa sul piano narrativo, con la presenza della figura dell’analista in molte pellicole cinematografiche nei ruoli, a volte interscambiabili, di vittima/carnefice, di salvatore e di investigatore. In seguito alla crisi di questa scienza in passato ritenuta infallibile, era inevitabile che fossero ridimensionati gli stessi operatori del settore, dipinti talvolta come degli psicopatici (si veda un caposaldo del genere quale Dressed to kill, Vestito per uccidere, 1980, di Brian De Palma) o dei frustrati capaci di ignorare la propria deontologia professionale innamorandosi dei propri pazienti. Nelle commedie si è assistito persino al paradosso del ribaltamento di ruoli, che ha condotto ad una rivalutazione del folle – di cui viene sottolineata la creatività rispetto alla realtà circostante violenta ed alienante -, a scapito di colui che dovrebbe curarlo, rappresentato, al contrario, come un individuo venale e falso.

Psycho-cult – Appare condivisibile, dunque, l’affermazione dello psichiatra e psicoterapeuta Ignazio Senatore a detta del quale, nel momento in cui la cinematografia propone un vasto campionario di terapeuti incapaci, imbroglioni, folli e assassini, è come se spingesse, indirettamente, chi lavora nel ramo a riflettere sugli errori e le debolezze nei quali si può incorrere nella pratica quotidiana (Il cineforum del Dottor Freud, Centro Scientifico Editore, 2004, pp. 204, € 14,50). Ancora Senatore, nel volume Psycho-cult. Psicodizionario del cinema di genere (edito, quest’anno, sempre dal Centro Scientifico Editore, pp. VIII-248, € 14,50), passa in rassegna oltre trecento pellicole incentrate su follia e psicoanalisi, commentando thriller, western, commedie, senza trascurare il filone erotico italiano dagli anni Sessanta in poi. Ne è scaturito un testo propedeutico alla visione, “trasversale” sia nell’accantonare la concezione di genere, resa ormai obsoleta nell’era postmoderna di influssi e contaminazioni, sia nel superamento della dicotomia fra produzione autoriale e non.

Il buio oltre lo schermo – Accanto a questo testo, impressionante per la mole di film citati sconosciuti al grosso pubblico, segnaliamo l’esaustivo saggio Il buio oltre lo schermo. Gli archetipi del cinema di paura di Riccardo Strada (Zephyro Edizioni, 2005, pp. 188, € 18,50). Si tratta di un’altra pubblicazione firmata da un professionista del settore nonché cinefilo (Strada è uno psicologo operante a Milano), nella quale vengono esplorati i modelli del cinema horror, ovvero quelle figure che nell’immaginario dello spettatore hanno incarnato “in toto” la paura: Dracula, Frankenstein, Jekyll e il suo doppio negativo Hyde, l’uomo lupo. Personaggi inquietanti che, in quanto espressione dei nostri timori più reconditi (la morte, la diversità, la disgregazione dell’Io), divengono perturbanti, essendo a noi stessi misteriosi e familiari insieme. Senza approdare ad uno sterile trattato di psicoanalisi, l’autore ci ha regalato un’indagine colta ed appassionata sui meccanismi del fantastico, corredata dalla prefazione di Carlo Lucarelli e da un’intervista ad un precursore del genere quale Pupi Avati.

L’intensificarsi del dibattito – Entrambe le pubblicazioni sono, pur nella loro eterogeneità, l’ennesima dimostrazione di come l’interscambio fra cinema e psicoanalisi, alimentato com’è da stimolanti apporti, sia ben lungi dall’esaurirsi, nell’incessante ed ambizioso tentativo di indagare l’interiorità dell’animo umano.

L’immagine: Copertina di Psycho-cult. Psicodizionario del cinema di genere.

Monica Florio

(LucidaMente, anno II, n. 14, febbraio 2007)

Print Friendly