RECENSIONI, STORIA|15 dicembre 2006 00:00

Sicilia, 1943: i retroscena

“Gli uomini della Settima Armata americana al comando del generale George Patton erano stati drogati psichicamente con discorsi e direttive feroci, ma anche materialmente con benzedrina. Patton voleva dei reparti di killers, “perché – diceva – i killers sono immortali“.
Si trattava di una frase rassicurante, una frase che condizionava, con sottile psicologia, la salvezza degli attaccanti alla condizione d’essere killers. Su questi soldati […] quella frase ripetuta ed echeggiata ebbe l’effetto di potersi aggrappare all’assicurazione che i killers sarebbero stati immortali. […]
Così l’oscura paura dell’ignoto rafforzò la loro determinazione alla ferocia, una ferocia corretta ed autorizzata, di cui non ci si sarebbe dovuti vergognare, come garantiva il loro comandante”.

Alleati e mafiosi – I brani che avete appena letto sono tratti dalla mia Prefazione alla recente ricerca di Giovanni Bartolone, Le altre stragi. Le stragi alleate e tedesche nella Sicilia del 1943-1944. Le stragi di Piano Stella, Biscari, Comiso, Castiglione, Vittoria, Canicattì, Paceco, Butera, S. Stefano di Camastra (Tipografia Aiello & Provenzano, Bagheria). Lo studioso, infatti, dopo oltre sei anni di accurate ricerche negli Stati Uniti e in Sicilia, ha pubblicato i primi sicuri risultati del suo appassionato e rigoroso lavoro, rivelando così inconfessabili retroscena dello sbarco anglo-americano in Sicilia. Quelle che possono sembrare isolate e trascurabili iniziative, vanno invece attentamente inquadrate in una logica strategia, coordinata e diretta da un efficientissimo organismo per la guerra psicologica: il Pwb (Psychological Warfare Branch), la “Quarta Arma” dopo i tradizionali Esercito, Marina ed Aviazione. Il Pwb ebbe un ruolo fondamentale anche nell’impostazione strategica della campagna di Sicilia, fondata, si capisce, anche e soprattutto su di una straordinaria e soverchiante dovizia di mezzi e su una strabocchevole inondazione d’armati, ma preceduta ed assecondata pure da azioni banditesche di malavitosi liberati dai penitenziari americani: uomini di mafia collegati con i mafiosi indigeni, che svolsero una prima azione preparatoria, intimidatoria e di violenta propaganda, arrivando, subito dopo lo sbarco, ad assassinare ufficiali italiani alle spalle dei combattenti.

La guerra psicologica – Non si deve credere che si tratti di casi sporadici; non bisogna imputarne la colpa unicamente all’impulsività o alla “paterna preoccupazione” di un solo generale per la vita dei suoi soldati. Dobbiamo invece inquadrare gli episodi venuti alla luce nel più ampio disegno della campagna per l’invasione della Sicilia, campagna che fu preparata dando per la prima volta un ruolo primario, importantissimo alla guerra psicologica. Eppure un argomento così basilare resta ancora un tabù per i nostri storici. Inoltre, l’invasione fu assecondata dal fatto che i soldati italiani e le batterie di cannoni furono dispersi lungo tutto il perimetro costiero, ma bloccati, privi di automezzi per poter accorrere a fronteggiare le forze nemiche nelle località di sbarco.

…E subito cala il silenzio – Quando, subito dopo lo sbarco, le truppe “alleate” mostrarono spesso il loro volto disumano, fu chiaro che queste orribili verità avrebbero macchiato d’infamia un esercito in cui erano peraltro presenti soldati predoni ed assassini, arruolati proprio per queste loro “qualità vincenti”. Pertanto, fu imposto il silenzio più assoluto su tante tragedie. Dunque, ci fu ermetica reticenza sulle feroci stragi di prigionieri di guerra per quanto riguarda l’ufficialità, ma, paradossalmente, ne fu strumentalizzata la massima diffusione a livello di voci, di “radio-gavetta”, per demoralizzare tanti soldati italiani che erano decisi a resistere nei reparti più agguerriti, prospettando la fucilazione a quei militari che avrebbero opposto una resistenza troppo “fastidiosa”.

Una strategia del terrore – In quest’opera di propaganda furono molto solerti ed efficaci i mafiosi asserviti allo straniero. E, infatti, ben mille mafiosi furono inclusi fra i diecimila registrati nell’elenco segreto che completava l’art. 16 del trattato di pace. Quindi, bisogna dedurne che la strategia del terrore, portata al massimo della tensione prima con bombardamenti e mitragliamenti feroci su città e campagne della Sicilia, sia continuata con le stragi documentate da Bartolone, stragi che dovevano essere funzionali alla stessa strategia del terrore per ottenere una resa facile dei soldati italiani. E’ accertato che il generale Patton risulta in pieno responsabile per aver provocato le stragi di quei sons of a bitch! (figli di puttana!), come egli, senza alcuno scrupolo morale, soleva tracotantemente e vilmente oltraggiare le vittime, prima di farle trucidare. D’altra parte, episodi simili di sprezzo per la vita dei prigionieri di guerra non sono affatto rari nella storia dei popoli anglosassoni; mi limiterò a ricordare gli ottocentomila prigionieri di guerra tedeschi lasciati morire di fame, di gelo e di stenti nei campi di concentramento americani in Europa, a guerra ormai finita, come documenta James Bacque in Other Losses – edizione in italiano Gli altri lager (Mursia).

Le due stragi tedesche – Non va, tuttavia, dimenticato che nel 1943 anche i tedeschi si resero protagonisti in Sicilia di alcune stragi contro inermi cittadini italiani, come puntualmente riferisce, nella seconda parte del libro, Bartolone, che così si esprime al riguardo: “Nello spirito di condanna d’ogni gratuita violenza, oltre a quella consentita dal diritto delle genti in guerra, da qualsiasi parte proviene, al fine di contribuire al raggiungimento della piena verità storica sulla Campagna di Sicilia, è ora di parlare delle stragi tedesche. Nell’Isola del sole, ve ne furono almeno due: a Canicattì e a Castiglione di Sicilia. Entrambe ai danni di civili. Furono le prime compiute in Italia”.

Segnaliamo, tra le tante, un’altra recensione della ricerca di Bartolone, Le nefandezze degli angloamericani, liberatori che uccisero italiani inermi di Carmine De Fazio (in direfarescrivere, n. 9, 2006).

L’immagine: particolare della copertina del libro di Giovanni Bartolone.

Francesco Fatica

(LucidaMente, anno II, n. 15, marzo 2007)

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