IL PIACERE DELLA CULTURA, STORIA|15 dicembre 2006 00:00

Un triangolo rosa tra l’Olocausto

Marchiati con bracciali gialli e una grande A che stava per Arschficker (sodomiti), da un triangolo rosa chiamato appunto Rosa-Winkel o dalla scritta 175, i detenuti omosessuali, bisessuali o transessuali presenti nei campi di concentramento nazisti sono stati fra le vittime predestinate della malvagità nazista fin dalle prime azioni atte a reprimere e cancellare la diversità dalla Germania e dal mondo.
Con loro furono sterminati ebrei, testimoni di Geova, zingari, slavi, cattolici, protestanti, dissidenti politici, artisti, pensatori e persone semplicemente diverse. Fra memoria e azione nasce la necessità di un patto nuovo.

Himmler: l’inizio – Nel 1936 Heinrich Himmler, arrivista e vanaglorioso rampollo della buona borghesia monacense, crea il Dipartimento della sicurezza federale per combattere l’aborto e l’omosessualità (Reichszentrale zur Bekämpfung der Homosexualität und Abtreibung) con la motivazione specifica di debellare omosessualità e aborto, cause della degenerazione della razza ariana e dunque di dare “un nuovo tipo di salvezza attraverso il sangue che stiamo coltivando per la Germania” (dal Discorso di Heinrich Himmler sull’omosessualità; per leggerlo:  http://www.romacivica.net/amis/testim.asp?idtes=187&idsch=197). Lo scopo del nuovo dipartimento è quello, ancora una volta, di banalizzare il male, di catalogare burocraticamente le diversità sessuali e istituzionalizzare l’omofobia druidico-pseudocattolica di Adolf Hitler e di un certo Joseph Meisinger, poi rimosso dal suo incarico per eccessivo coinvolgimento nel sadismo inflitto alle vittime dello stesso dipartimento. Questo gestisce una fitta rete di spie che pedinano, indagano e scrutano nelle vite pubbliche e private dei cittadini tedeschi con lo scopo non solo di tenere un fitto schedario delle abitudini e dei gusti sessuali delle persone, ma anche di segnalarne i nominativi a istituti quali la Scuola di insegnamento e di ricerca per l’ereditarietà umana e la politica razziale di Jena o l’Accademia di medicina militare di Berlino. Tale archivio, come riferisce il Museo virtuale delle intolleranze e degli stermini (per consultarlo:  http://www.romacivica.net/amis/index.asp), contava nel 1940 già 41.000 nominativi. Gli arresti, continui, improvvisi e brutali, avvenivano la mattina presto e mai in contesti nei quali l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale avrebbe potuto avere l’occasione di denunciarli, come le Olimpiadi del 1936, in occasione delle quali, infatti, il 20 luglio Himmler emanò un decreto con cui proibiva alla Polizia segreta di Stato qualsiasi arresto, interrogatorio o richiesta di comparizione. Sarebbe stato meglio, pertanto, iniziare silenziose deportazioni in appositi recinti (Lagern) a Buchenwald e Sachsenhausen per ripulire sistematicamente il suolo tedesco. Racconta un detenuto: “Vennero la sera e mi picchiarono a sangue, non riuscivo neppure a piangere. […] La popolazione era dalla parte dei nazisti, e infatti ogni mattina, quando la polizia ci portava in furgone a Lubecca, al lanificio, la gente si fermava ad urlare indicandoci […]. Era davvero terribile” (dalla Testimonianza di Frederick von Grossheim; per leggerla:  http://www.romacivica.net/amis/testim.asp?idtes=220&idsch=197).

Paragrafo 175 – Nel 1941 lo stesso Hitler, le cui origini e sessualità sono tuttora avvolte nella nebbia del dubbio, si mostra sconvolto per l’eterogeneità del genere umano e si pronuncia contro l’omosessualità, dichiarandola crimine contro la nazione. In quel periodo, come sappiamo, esisteva una fitta rete di amori omosessuali fra i giovani appartenenti alla Gioventù hitleriana e alle stesse SS; queste ultime, infatti, sono colpite da un duro provvedimento del 1942 che stabilisce la pena capitale per coloro che sono considerati gli angeli neri della moralità della nazione. Proprio in quegli anni, le deportazioni aumentano sensibilmente rispetto al 1936: le destinazioni sono Buchenwald, Auschwitz, Bergen-Belsen, Demblin, Dora, Emsland, Flossenbürg, Gross Rosen, Natzweiler, Nieborowitz, Neuengamme, Ravensbrück, Stuhm e Schirmeck, oltre a numerosi altri luoghi chiamati, in gergo, sottocampi. Il codice penale tedesco, in vigore dal 1871 al 1994, prevedeva al Paragrafo 175, conosciuto come §175 StGB, pene più aspre per gli omosessuali che per i pedofili (Paragrafo 176), i quali erano trattati come semplici criminali, ma visti con uno sguardo di simpatia e, dunque, maggiormente tollerati. Proprio il Paragrafo 175 può farci affermare che omosessuali ed ebrei erano gli ultimi nella lista degli esseri umani e, dunque, i primi in quella della morte.

La straziante testimonianza di Josef Kohout – Un prigioniero omosessuale, Josef Kohout, glorioso rappresentante culturale dell’eterogeneo Impero austro-ungarico, nel suo libro Gli uomini col triangolo rosa (Edizioni Sonda) scrive: “Il nostro blocco era occupato esclusivamente da omosessuali, e ogni ala aveva circa duecentocinquanta detenuti. Potevamo dormire solo in camicia da notte e con le mani fuori dalle coperte, perché Voi brutti froci siete sempre arrapati. Bisogna tener presente che le finestre erano ricoperte da uno spesso strato di ghiaccio. Per punizione, chi veniva sorpreso a letto in mutande o con le mani sotto le coperte – quasi ogni notte venivano fatti dei controlli – veniva portato all’aperto, dove gli rovesciavano addosso alcuni secchi d’acqua, per poi lasciarlo là in piedi per un’ora buona. Ben pochi sopravvivevano […]. Agli omosessuali che non stavano abbastanza eretti o che non rispondevano velocemente si dava un colpo di bastone in pieno viso, così forte da farli cadere in terra sanguinanti e con due o tre denti spezzati. Per quanto riguardava noi detenuti omosessuali, Himmler aveva disposto che fossimo obbligati a frequentarlo [il bordello] regolarmente per guarire dal nostro orientamento omosessuale. […] Il Lagerführer mi ordinò per tre volte di recarmi al bordello, e la cosa mi risultò non solo imbarazzante ma anche straziante”. Josef Kohout, al suo rientro dalla guerra, avendo chiesto il risarcimento previsto per i deportati, si vide rispondere che, non essendo stato internato politico, non poteva aspirare a tale riconoscimento. Solo più tardi gli fu assegnato un buono acquisto per un fornello a gas. La madre di Kohout, massaia viennese dell’antico Impero asburgico, nel sapere dell’omosessualità del proprio figlio, aveva detto: “Mio caro figlio […] Se credi di trovare la felicità con un altro uomo, questo non ti rende in nessun modo mediocre […] Non hai nessun motivo di disperarti […] Ricorda, qualsiasi cosa succeda, tu sei mio figlio e potrai sempre venire da me con i tuoi problemi”. Il vecchio Impero austriaco, pieno di problemi, diviso, conservatore, cattolico e meticcio, era capace di frasi piene di amore come quella sopra riportata, mentre il grande Terzo Reich, figlio di Guglielmo II e di Hitler, e il mondo del dopoguerra, risultavano e sarebbero risultati un affare piccolo, piccolo per la storia, per Dio e per l’umanità intera. Un mondo che, forse, non ha ancora liberato Josef Kohout.

Le torture di Buchenwald – Nel 1938 il lager di Buchenwald, località della Turingia (Germania orientale) di cui mi sono spesso occupato durante le mie letture sulla principessa Mafalda di Savoia, ospita numerosi prigionieri omosessuali nel cosiddetto “blocco dei politici” e, dopo il 1942, anno in cui le cose sembrano finalmente andare male per le bestie naziste, gli stessi prigionieri sono impiegati nell’industria bellica, con lo scopo, mai dimenticato, di usarli fino a esaurimento delle forze. Nel lager gli omosessuali sono maltrattati, torturati con esperimenti chimici, medici e psicologici, oltre che essere usati come compagni occasionali di piccoli e grandi capi per lo sfogo dei loro istinti repressi. Dal 1938 al 1945 sostano o passano da Buchenwald un migliaio di omosessuali; coloro che non rimangono sono spediti direttamente a Bergen-Belsen o Mauthausen dove l’industria bellica è più intensa (per conoscere i dati completi, si consulti il documento Condanne di omosessuali nel periodo 1931-1940:  www.romacivica.net/amis/schede.asp?idsch=202&id=8).

La solidarietà a Sachsenhausen – Il lager di Sachsenhausen, nella zona di Oranienburg (nord di Berlino), trattiene i prigionieri omosessuali per l’impiego nella fabbrica dei mattoni, una sorta di lager nel lager chiamato Klinlerwerk in cui il lavoro disumano e le condizioni causano la morte dei prigionieri molto più velocemente. Questo è il lager sul quale si hanno maggiori informazioni grazie ad alcuni archivi presenti a Mosca che ci parlano di esperimenti chimici (cure sperimentali farmacologiche, esperimenti chirurgici, tortura e castrazione), uno dei quali consisteva nel far indossare alle “cavie” scarpe con suole sintetiche e nel farle correre fino allo svenimento per testare la resistenza delle calzature a contatto con il piede e il suolo. Si viene peraltro a creare una rete di solidarietà che è molto simile a quella raccontata da Anna Seghers in Visto di transito e ne La settima croce: spesso i prigionieri omosessuali si aiutano vicendevolmente, alcuni riescono ad avere un ruolo importante in infermeria e lottano perché ai compagni più sfortunati siano prestate cure più efficaci o sia data perlomeno una morte più degna. Alcuni, come Richard Grune, artista di primo piano nella Germania prenazista, già studente alla Bauhaus di Weimar e allievo di Wassily Kandinsky e Paul Klee, pensano anche al benessere dell’anima e propongono musica e canto come cura ai dolori del cuore. Ad Auschwitz, nel 1941, il detenuto numero 16670, Massimiliano Kolbe, offre la sua vita in cambio di quella del giovane Francesco Gajowniezek. La dolcezza e la grandezza d’animo di Kohout e Kolbe sono un monumento all’amore.

Memoria e presente: Gheist und Tat (spirito e azione) – Spesso si parla di memoria, memoria del dolore, della ferocia nazifascista, come dell’unica cura nei confronti della violenza e del razzismo che oggi attanaglia e spesso insanguina l’Italia, l’Europa e il mondo. Altrettanto spesso si dimentica che non basta la memoria: essa può essere maestra, monito, monumentum all’uomo, ma non può fungere da elemento coercitivo per indirizzare alla saggezza e alla bontà. Il ricordo, la memoria, servono a educare, lentamente e silenziosamente, ma sono gli stati, i governi, i parlamenti, a dover, oggi, ribadire marcatamente l’importanza della diversità nella società, a dover sottolineare con leggi adeguate l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, la libertà di espressione, pensiero, religione e orientamento sessuale. Non basta mettere sul capo una mitra per lanciare al vento le solite, vuote, parole di amore, quando poi in realtà si prende idealmente in mano un mitra e si sparano sulle coscienze quintali di piccoli e penetranti coriandoli filonazisti. Non basta chiedere scusa dopo anni e decenni, se non secoli, trascorsi stando dalla parte dei persecutori o rimanendo in un infame silenzio, o ricordare le violenze con le lacrime agli occhi come fossero avvenute oggi, così come non basta una buona finanziaria per pulire le coscienze e dare ossigeno a migliaia di persone che lavorano, pagano le tasse e contribuiscono a un Europa viva e degna del suo nome. Ci vuole un nuovo patto, un patto forte fra le istituzioni e tutti i cittadini, nessuno escluso.

Bibliografia
Heinz Heger, Gli uomini col triangolo rosa, Torino, Edizioni Sonda, 1991.
Pierre Seel et Jean Le Bitoux, Moi, Pierre Seel, déporté homosexuel, Éditions Calmann-Lévy, 1994.
Anna Seghers, La settima croce, Milano, Mondadori, 1947.
Anna Seghers, Visto di transito, Roma, Edizioni di cultura sociale, 1953.

Filmografia
Paragraph 175 (2000), diretto da Rob Epstein e Jeffrey Friedman; fotografia: Bernd Meiners; montaggio: Dawn Logsdon; musiche: Tibor Szemzö. Raccontato da Rupert Everett (miglior documentario al Festival del cinema di Berlino).

L’immagine: la locandina di Paragraph 175, film citato nel testo.

Matteo Tuveri

(LucidaMente, anno II, n. 15, marzo 2007)

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