LA CITAZIONE|17 dicembre 2006 00:00

Quanto è a rischio la nostra libertà?

Huxley«Crescendo senza controllo popolazione e organizzazione, è probabile che nei paesi democratici noi assisteremo al rovescio del processo che fece dell’Inghilterra una democrazia, serbando intatte le forme esteriori della monarchia. Sotto la spinta continua della sovrappopolazione e della superorganizzazione, crescendo l’efficacia dei mezzi per la manipolazione dei cervelli, le democrazie muteranno natura; le antiche, ormai strane, forme rimarranno: elezioni, parlamenti, Corti Supreme eccetera. Ma la sostanza, dietro di esse, sarà un nuovo tipo di totalitarismo non violento. Tutti i nomi tradizionali, tutti i vecchi slogan resteranno, esattamente com’erano ai bei tempi andati. Radio e giornali continueranno a parlare di democrazia e di libertà, ma quelle due parole non avranno più senso. Intanto l’oligarchia al potere, con la sua addestratissima élite di soldati, poliziotti, fabbricanti del pensiero e manipolatori del cervello, manderà avanti lo spettacolo a suo piacere. %5B…%5D Ma alcuni di noi credono che senza libertà le creature umane non saranno mai pienamente umane e che pertanto la libertà è un valore supremo. Può darsi che le forze opposte alla libertà siano troppo possenti e che non si potrà resistere a lungo. Ma è pur sempre nostro dovere fare il possibile per resistere».

(da Ritorno al mondo nuovo, in Il mondo nuovo / Ritorno al mondo nuovo, traduzione di Lorenzo Gigli e Luciano Bianciardi, Mondadori, 2001)

Aldous Leonard Huxley

LA RILETTURA

La politica dovrebbe rappresentare l’attività umana per eccellenza, ciò che distingue gli uomini dalle altre specie esistenti e li rende capaci di vivere in società, secondo regole condivise che non siano frutto soltanto della forza, ma che scaturiscano dalla capacità di dialogare e di interagire democraticamente. E’ quanto ha propugnato, ad esempio, la filosofa Hannah Arendt nel suo famoso saggio Vita Activa. La condizione umana. Purtroppo, però, teoria e prassi non sempre collimano. Infatti, al contrario di quanto auspicabile, l’umanità ha trascorso buona parte della propria turbolenta storia sotto regimi dispotici, nei quali la direzione politica era perlopiù appannaggio di una ristretta cerchia di individui, interessata piuttosto a perseguire il proprio “particolare” anziché il “bene comune”. Nella seconda metà del Novecento si è assistito, almeno in Occidente, all’instaurazione di società democratiche, nelle quali, tuttavia, è prevalsa la delega e la partecipazione puramente “indiretta” dei cittadini alla vita politica. Col tempo, infine, si è consolidata – un po’ dovunque – la “partitocrazia”, che ha comportato l’avvento di un ceto politico autoreferenziale, abile soprattutto a sfruttare le paure, le illusioni e la disinformazione di un elettorato sempre più scettico e distratto.

La preveggenza di Huxley – Questa propensione degenerativa delle società democratiche è stata lucidamente prevista già nel secolo scorso dallo scrittore britannico Aldous Leonard Huxley (1894-1963), autore di alcuni indimenticabili romanzi fantapolitici, tra cui ricordiamo Brave new world ( Il mondo nuovo) del 1932 e The island (L’isola) del 1962, nei quali ha esposto una disillusa e angosciante “contro-utopia” – o “distopia” -, alla stregua di altri grandi scrittori dell’epoca, quali Corrado Alvaro, Ray Bradbury, Ken Keves, George Orwell (per un’approfondita comprensione delle problematiche “distopiche” invitiamo alla lettura di un nostro articolo, Nella cultura del ‘900 l’antiutopia ha evidenziato i pericoli insiti nella tecnologia per l’Io dell’uomo, apparso sul n. 14 di direfarescrivereclicca qui – e di quello di Eleonora Righini, Quando l’utopia è il suo contrario, pubblicato sul n. 5 di LucidaMente; clicca qui). In Brave new world revisited (Ritorno al mondo nuovo) del 1958, lo scrittore inglese ha rivisitato a distanza di ventisei anni il suo romanzo più famoso, componendo una serie di saggi filosofici in cui ha denunciato le tendenze antidemocratiche in atto nella civiltà occidentale, anche in conseguenza dei grandi eventi storici intercorsi nel frattempo (la Seconda guerra mondiale, l’inizio dell’era atomica, l’avvento del consumismo di massa). Le sue disincantate meditazioni sono profeticamente attuali, perché il mondo odierno appare sempre più modellato proprio sulla falsariga di quanto allora egli paventava. E’ evidente, infatti, che nell’era della globalizzazione incombono sull’umanità sia la “sovrappopolazione”, sia la “superorganizzazione” e si è consolidato il potere di un’oligarchia economico-politica, che manda avanti “lo spettacolo a suo piacere”, per giunta coadiuvata da una “addestratissima élite di soldati, poliziotti, fabbricanti del pensiero e manipolatori del cervello”. Ciò, tuttavia, non deve indurre alla rassegnazione coloro che credono ancora nel valore della libertà (individuale e collettiva), pensano criticamente e non accettano il conformismo dilagante. E, anche se l’impresa di difendere la democrazia è ardua, come ci suggerisce lo stesso Huxley «è pur sempre nostro dovere fare il possibile per resistere».

L’esempio italiano – L’Italia odierna costituisce un esempio sconfortante di svilimento della democrazia, perché nel Belpaese la frattura fra la società civile e lo Stato è andata sempre più accentuandosi, soprattutto nell’ultimo decennio. La classe politica nostrana ha accumulato posizioni di privilegio non indifferenti e si è organizzata quasi come un gran comitato di affari, sperperando senza ritegno il denaro pubblico. Inserendo nel conteggio sia coloro che sono eletti nelle istituzioni, sia coloro che sono destinatari di incarichi e consulenze remunerativi, sono circa 350 mila le persone che vivono esclusivamente grazie all’attività politica. Una sorta di corporazione che costa molto: ben due miliardi di euro annui vengono mediamente spesi solo per il mantenimento di deputati e senatori, con il relativo seguito di “portaborse” (come a suo tempo riportato anche da Gianfranco Pellizzetti nell’articolo La politica come ufficio di collocamento, apparso su Micromega, n. 7, 2005). Si tratta di cifre enormi, in stridente contrasto con la malagevolezza in cui si arrabattano quei quattro milioni circa di italiani che vivono in condizioni di povertà. Per non dire, poi, dei corposi “rimborsi elettorali”, dei viaggi gratuiti su treni e aerei, degli ingressi a sbafo in locali pubblici a pagamento (allo stadio, per esempio) e di tante altre invidiabili franchigie di cui gode la nostra classe politica, una parte della quale non ha provato – nel recente passato – neppure eccessivo imbarazzo nell’intrattenere equivoche frequentazioni con malavitosi o con “furbetti del quartierino”.

Un’inversione di tendenza? – Sebbene si registri sempre un’alta affluenza alle elezioni – almeno rispetto alla media degli altri paesi “democratici” – la voglia degli italiani di intervenire direttamente nella vita politica sembra essere scemata negli ultimi due lustri. Le contrapposizioni meramente ideologiche o i mai sopiti interessi clientelari sembrano fungere da principale volano per la maggioranza delle persone, la cui coscienza civile si è pericolosamente assopita. Ma, per fortuna, l’esito dell’ultimo referendum costituzionale ha lasciato trasparire, quantomeno, un’inversione di tendenza, che potrebbe significare un rinnovato spirito partecipativo dei cittadini alle scelte politiche più rilevanti per il Paese. E se in futuro si farà più spesso ricorso a forme di democrazia diretta, forse aumenterà l’interesse per la politica e la gente si sentirà coinvolta in maggior misura nelle decisioni che contano.

L’immagine: la copertina del libro di Huxley da cui è stata tratta la citazione del mese.

Giuseppe Licandro

(LucidaMente, anno II, n. 17, maggio 2007)

Print Friendly