Liberalizzazioni e categorie sociali

Avvocati, agricoltori, benzinai, camionisti, edicolanti, farmacisti, operai, pescatori e tassisti sono scesi in lotta contro i provvedimenti del governo Monti, inducendolo a ridimensionarne la portata

Alla fine, la sbandierata “rivoluzione liberale” non c’è stata e le norme approvate dal Consiglio dei ministri si sono rivelate un po’ annacquate. È aumentato di poco il numero dei farmacisti e dei notai; sono state eliminate le tariffe minime e massime delle libere professioni; è stata scorporata la Snam, proprietaria della rete gas, dall’Eni; è stata promossa la concorrenza nei servizi pubblici locali.

Il governo ha fatto dietro-front su vari punti: è saltata la vendita delle medicine di fascia C nelle parafarmacie; non è stata concessa ai benzinai la possibilità di scegliere facoltativamente la compagnia petrolifera da cui rifornirsi; la liberalizzazione delle licenze per guidare un taxi è stata demandata all’Autorità dei trasporti (che deciderà città per città); non sono stati autorizzati i saldi senza limiti di tempo nelle attività commerciali; non è passata la liberalizzazione delle licenze per aprire un’edicola; sono ancora da definire le modalità di assegnazione delle nuove frequenze televisive, anche se il Beauty contest proposto dal governo Berlusconi è stato sospeso per 90 giorni (cfr. Enzo Pelino, La mancata vendita delle frequenze televisive e l’accusa di Della Valle, in www.lucidamente.com, 3 ottobre 2011). Poco o niente si è fatto per ridurre i costi dei conti correnti, dei mutui e delle polizze assicurative.

Le proteste contro le privatizzazioni e la manovra economica, comunque, sono divampate lo stesso. Esattamente come nel 2007, quando benzinai, farmacisti e tassisti si opposero alle “lenzuolate” proposte da Pier Luigi Bersani, allora ministro dello Sviluppo economico. Questa volta, però, sono entrati in stato di agitazione anche altre categorie sociali. Gli edicolanti hanno già scioperato dal 27 al 29 dicembre 2011. Gli avvocati sono scesi in piazza, davanti alla sede Rai di Roma, il 26 gennaio. Gli operai metalmeccanici (cfr. Mariella Arcudi, La Fiom per i diritti sociali, in www.lucidamente.com, n. 73) e i medici di famiglia hanno indetto delle manifestazioni di protesta per il mese di febbraio.

In Sicilia ci sono state le mobilitazioni indette dal Comitato Forza d’urto e dal Movimento dei forconi, formati da agricoltori, camionisti e pescatori in lotta contro l’aumento delle accise sui carburanti e contro la riscossione dei tributi richiesti da Equitalia e dalla Serit. Sospettato di essere stato infiltrato da forze politiche autonomiste e di estrema destra, il movimento ha suscitato reazioni contrastanti, di segno sia positivo (cfr. Pino Aprile, Il Movimento dei forconi è il riscatto del Sud, in http://www.cadoinpiedi.it/), che negativo (cfr. Paolo Flores D’Arcais, Sicilia, se la ribellione diventa vandea reazionaria, il Fatto Quotidiano, 21 gennaio 2012). La protesta dei camionisti si è estesa anche ad altre regioni e ha paralizzato per cinque giorni l’intera nazione, a riprova del potere acquisito da questa categoria fin dai tempi della Prima Repubblica, quando – per agevolare la Fiat – si privilegiò il trasporto su ruote anziché quello su rotaie.

Le ragioni di coloro che contestano le liberalizzazioni non sono del tutto peregrine. Lavoratori e liberi professionisti difendono il posto di lavoro e non possono essere criminalizzati per questo, anche se non sempre le modalità di lotta da loro adottate sono condivisibili. I problemi, infatti, non si risolvono colpendo i consumatori. Gli sforzi del governo, in futuro, dovranno concentrarsi di più sulla lotta alla corruzione, agli sprechi amministrativi e alle speculazioni finanziarie, che incidono negativamente sul debito pubblico. Bisognerà, poi, intervenire con maggior rigore contro i trust e i “cartelli” che contribuiscono a far lievitare i prezzi. Si dovrà, infine, perseguire più intensamente la criminalità organizzata, che ha conquistato, in regime di monopolio, ampie porzioni del mercato nazionale.

Non si tratta, quindi, di introdurre la deregulation, bensì di regolamentare meglio il mercato, evitando che la libera concorrenza finisca per favorire le imprese più forti. Senza illudersi che la crisi economica e la disoccupazione possano risolversi, magicamente, attraverso “lenzuolate” o privatizzazioni dei servizi pubblici. Queste ultime, anzi, talvolta finiscono per aumentare il disagio dei consumatori, senza migliorare la qualità dei servizi erogati, come nel caso degli acquedotti (cfr. Tuteliamo l’acqua pubblica, l’ambiente e la giustizia, in www.lucidamente.com, n. 66). È soprattutto il rigido controllo esercitato dalle grandi aziende che determina l’aumento dei prezzi delle merci e delle tariffe ed è contro gli oligopoli che il governo, sempre che ne abbia la volontà, dovrà agire con maggiore sollecitudine.

La società odierna, non dimentichiamolo, è strutturata secondo un impianto oligarchico che favorisce l’élite dominante, garantendole privilegi incompatibili con la democrazia. Basti pensare ai benefici di cui gode la “casta” politica nostrana, che non ha certo necessità di risparmiare sugli alimenti o sui taxi. L’esempio dovrebbe venire, appunto, dalla classe dirigente, che invece rimanda i propri sacrifici sempre… alla “prossima legislatura”! Non c’è, dunque, da sorprendersi se anche altre categorie si rifiutano di rinunciare a certe prerogative di tipo corporativo e invocano misure protezionistiche. Nessuno, in tempo di crisi, vuole rischiare di finire sul lastrico.

Le immagini: taxi no tax e la bandiera del Movimento dei forconi.

Giuseppe Licandro

(LucidaMente, anno VII, n. 74, febbraio 2012)

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