IL LABORATORIO, TEMATICHE CIVILI|3 febbraio 2012 23:49

Dalle caste prepotenti alla meritocrazia

Le società odierne e i governi, anche quelli “democratico-occidentali”, sono strutturati secondo gerarchie di tipo oligarchico che tutelano gli interessi di pochi individui. Ma è ormai tempo di cambiare registro

«Ogni popolo ha il governo che si merita»: la tesi possiede una logica, ma in senso assoluto, cioè ideale, e in fondo decreta la pochezza dell’uomo, in quanto spesso i governi hanno ben poco di esaltante. Ha una logica inferiore, la tesi, se applicata alla realtà. I governi, anche quelli democratico-occidentali, sono espressione di una élite, cioè costituiscono una forma di potere di tipo oligarchico.

Tutto sarebbe passabile se esistesse davvero la meritocrazia. I migliori vanno alla guida della comunità: ovvero si caricano sulle spalle i problemi generali. È come per la Grazia divina (per chi crede): il “graziato” si mette a disposizione degli altri, diventa un intermediario fra terra e cielo. Non si arroga meriti e quindi prebende (sotto qualsivoglia forma), bensì agisce per il maggior bene comune. Essendo affare spirituale, qualche volta accade (vedi i Santi) e ci sono esempi illuminanti. Allo stesso modo, gli ottimati laici dovrebbero mettersi al servizio degli altri, sublimare le proprie virtù, che sono più accentuate che negli altri loro simili. Ma le virtù bisogna acquisirle, non pensare di averle già innate sulla base di una evoluzione che annullerà l’aggressività. L’umanità è ancora in una fase istintuale: è solo intervenuto un parziale uso della razionalità a fini utilitaristici.

La selezione meritocratica è stata esaltata dalle varie rivoluzioni industriali, con grave ridimensionamento della più ampia speculazione intellettuale. Grazie a tutto questo, non poteva non avvenire una ridefinizione politica, e quindi governativa, pragmatica, secondo disegni oligarchici tolleranti, sino a un certo punto, ma in sostanza repressivi e classisti. La repressione è di tipo liberale, nel senso che le iniziative di fondo sono strettamente riservate a elementi in grado, per capacità fisica e non razionale, istintiva e non intellettuale, quindi di bassa antropologia, di fare e disfare il sistema. Vedi, ad esempio, la storia del voto nelle cosiddette democrazie, che spesso è solo una foglia di fico per nascondere la vergogna di un fallimento civile. Gli elettori vengono puntualmente raggirati. Non avendo potere, essi non possono che subire il sistema. Né possono pensare di cambiarlo, in quanto le leve del comando sono altrove. Allora, nessun governo è espressione di interessi generali, bensì è frutto di particolarità, che affermano di essere indispensabili perché il gregge va tenuto a bada, mentre ciò appare più una sovrastruttura che umilia la personalità altrui e dunque umilia l’umanità.

Deve, però, a un certo punto, arrivare il cambiamento. E adesso è giunta l’ora del rispetto. Dopo una certa fase dell’evoluzione, basata sulla forza (via via metaforizzata), bisogna passare alla fase dell’emancipazione: sottrarsi a certe corvèe, liberare la psiche da certi legami ancestrali, comportarsi secondo ragionevolezza scoprendo, finalmente, che l’interesse di tutti è il rafforzamento dell’interesse proprio. La gara fra gli uomini deve avvenire usando la testa, non il braccio.

Dario Lodi

(LucidaMente, anno VII, n. 74, febbraio 2012)

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