IL LABORATORIO|4 febbraio 2012 23:18

Gradisce un ogm? Sì! No! Che ne so?

L’informazione nel settore agro-alimentare è condizionata da pregiudizi che possono trarre in errore. Il rifiuto dei prodotti transgenici è legittimo, ma non si deve ignorare che esistono anche altri tipi di manipolazione genetica alimentare

Cosa ti succede se mangi del cibo con degli ingredienti ogm? Quasi sicuramente ti trasformerai in un uomo-insetto, come lo scarafaggio del racconto La metamorfosi di Kafka. Nella migliore delle ipotesi diventerai, anche tu, un mutante, anzi un potenziato, un umano modificato geneticamente in laboratorio come nella celebre serie televisiva Star Trek. Questo è lo spettro che spesso evocano sedicenti esperti nei giornali, in televisione e qualche comico nei suoi spettacoli.

Si tramandano, come sostiene Dario Bressanini nel suo libro Pane e bugie (Chiarelettere), vere e proprie leggende metropolitane. Alcune si impiantano su una base di parziale verità, come il pomodoro antigelo, esperimento tentato ma non riuscito, che però non ha impedito al noto comico e tuttologo Beppe Grillo di affermare: «Sono morti una sessantina di ragazzi di shock anafilattico!». E poi c’è la storiella, del tutto inventata, della “fragola-pesce”, che, per la delizia dei palati più raffinati, richiama subito il gelato alla fragola al gusto orribile della sogliola del mar Baltico. Questi sono alcuni degli esempi di un vero e proprio terrorismo mediatico.

Sugli ogm del settore agro-biotecnologico gli studiosi hanno opinioni contrapposte, spesso influenzate dall’ideologia. Anche il termine non è ben interpretato dall’uomo della strada, dal consumatore. Perché sembrerebbe che siano solo gli alimenti che contengono i famigerati ogm ad avere il patrimonio genetico modificato in modo mirato e artificiale. Ma questo – ahimè! – è falso, come sanno bene gli addetti del settore. Tra le manipolazioni genomiche che non ricadono sotto la categoria degli ogm ci sono quelle ottenute dalle radiazioni nucleari (raggi x, raggi alfa, raggi beta, fasci di neutroni lenti) nei “campi gamma” (appezzamenti di terreno sperimentali con un emettitore di radiazioni), oppure quelle ottenute con l’uso di sostanze chimiche (colchicina). Ma i consumatori lo sanno? Crediamo che la stragrande maggioranza non ne sia a conoscenza.

La differenza tra una varietà di pianta transgenica e una manipolata con mezzi fisici e chimici è più legale che concettuale. L’informazione è spesso ideologica. Vero è invece che nel settore delle agro-biotecnologie – come afferma Marcello Buiatti nel libro Le biotecnologie (il Mulino) – ormai dettano legge tre grandi multinazionali: l’Aventis, la Monsanto Pharmacia Corporation e la Syngenta, che derivano da varie fusioni e hanno stretto alleanze con altri importanti gruppi che operano nel settore chimico-farmaceutico e sementiero, creando in pratica un oligopolio. I Paesi dove queste multinazionali hanno i loro quartieri generali sono la Francia, la Germania, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Ma neanche i ricchi, se non piangono, ridono, poiché sostengono costi molto alti per i loro progetti, ai quali corrispondono spesso quantità insufficienti di prodotti commerciabili. Perciò le multinazionali sono costrette, attraverso grandi campagne di pubblicità e marketing, a magnificarne le doti.

Diversi studi, anche abbastanza recenti, hanno dimostrato che gli ogm sono economicamente vantaggiosi solo in presenza di grandi estensioni terriere, che in genere sono possedute da grandi aziende, le quali dispongono di ingenti capitali finanziari, di molti mezzi tecnici e di un elevato grado di conoscenza e competenza. Non sarà un caso che le piante transgeniche vengono maggiormente coltivate negli Stati Uniti e in Argentina, Canada e Cina. Gli ogm, poi, pare determinino una forte dipendenza tecnico-economica tra fornitore e agricoltore. Ciò sembra sia esiziale per i piccoli agricoltori dei Paesi più poveri (si parla di molti suicidi tra gli agricoltori indiani), che non riuscirebbero a sostenere gli elevati costi di produzione. Infine, vi sono anche problemi di natura contrattuale, perché per alcune colture l’agricoltore non potrebbe utilizzare sementi di seconda generazione.

Un altro problema evidenziato nasce quando le piante coltivate, geneticamente modificate per la resistenza agli erbicidi, alle malattie e agli insetti nocivi, impollinano le piante selvatiche. La progenie di queste ultime potrebbe diventare una super-malerba difficile da estirpare o da tenere sottocontrollo, ottenendo così l’aumento dell’uso degli agro-farmaci e non la loro diminuzione. Si sollevano, in tal modo, anche dubbi di natura etica ed ecologica. Questi solo alcuni dei termini della questione, che è doveroso considerare, vista la complessità del tema. Senza però schierarsi aprioristicamente dalla parte del diavolo o dell’acqua santa…

L’immagine: pesci d’acquario resi fosforescenti tramite transgenesi (fonte: http://www.glofish.com/images/glofish_005.jpg; autore: www.glofish.com).

Umberto Calore

(LucidaMente, anno VII, n. 74, febbraio 2012)

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