SOTTO I RIFLETTORI|16 aprile 2007 00:00

“Il lavoro del tempo” di Luca Viglialoro

Così Marco Gatto, col suo saggio Unire i punti del discorso: la poesia di Luca Viglialoro, introduce Il lavoro del tempo (pp. 50, € 6,00) di Luca Viglialoro, terza uscita della collana di poesia Le costellazioni sonore delle Edizioni di LucidaMente.

Una silloge d’esordio rappresenta un momento di riflessione di grande importanza per il lettore. Il dischiudersi del guscio linguistico e l’abbandono di una condizione di chiusura ermetica della sensibilità, la liberazione degli impulsi, l’esplosione della parola che finalmente si oggettiva sulla pagina scritta, ne sono gli stadi più rappresentativi. Bisogna dunque calarsi con grande attenzione nel mondo dei giovani autori che decidono di rendere pubblici, sulla carta, i propri versi.

E’ il caso certamente di Luca Viglialoro, la cui poesia non solo si pone con forza ed impeto all’interno del marasma poetico contemporaneo, ma riflette, in un certo senso, la condizione contingente di un’arte che pare oggi non avere alcuna referenzialità sociale. Di fronte a un tempo che rigetta l’interpretazione, in cui sembrano essersi perse le coordinate spaziali che permettono l’orientamento, e di fronte a una sempre più crescente atomizzazione dell’individuo, non più soggetto in grado di gestire il presente, ma monade isolata che non conosce la collettività, il poeta sceglie il lavoro sulla parola, la trasformazione del mondo attraverso la metamorfosi del linguaggio: per questa ragione, già il titolo dell’intera silloge evoca un pensiero che si autoriflette, alla ricerca di quella macchina segreta che lentamente, come un tarlo, sovrappone il cambiamento al destino del singolo. Il lavoro di Viglialoro, dalla parte del soggetto, è il mestiere del poeta sulla parola; ma, dalla parte dell’oggetto, è quell’insieme di trasformazioni che, incomprensibili, siamo costretti a patire.
Nelle poesie che il lettore incontrerà si intuisce quali siano le ragioni di una riflessione sulla temporalità. Incontriamo un poeta che ha cara la dialettica fra attesa e ritorno, la speranza di una chiusura del cerchio, che pure è ricercata nell’indugio, nell’aspettare un segno che sveli il senso del tutto, come nel migliore ermetismo italiano (“Tornerà ancora la mano dopo la fine / del corpo. Tornerà ancora questo / trovare”). Ma si tratta di una speranza che ben presto ricurva in un’angoscia esistenziale che è probabilmente il dato fondamentale del vivere e del sentire contemporaneo: la stasi, l’impossibilità di non sentirsi, di fronte all’orrore della cl%F4ture, estranei al tempo che passa. Al mondo Viglialoro chiede di liberarsi, come in una resurrezione.

Cos’è dunque il soggetto, in tal senso, se non il suo stesso contrario? La crisi della presenza, dell’identità ricercata nei volti degli altri, si riflette nell’ombra, nella distorsione della fisicità: per cui, nel suo reificarsi in parola, a colui che esprime non rimane che l’unica materialità esperibile, ovvero quella del segno, del punto, che diventa a sua volta simbolo della sua stessa condizione. Spesso l’esternazione di questa difficile, e per alcuni aspetti non ancora chiara, condizione umana è espressa da Viglialoro in pensieri icastici, in frammenti sintetici di stampo filosofico (“Ogni cosa per ogni cosa è / estranea, ma le significa. / Esiste”), spesso tendenti a un idealismo astratto il cui oggetto esistenziale evapora.
La condizione frammentaria dell’uomo-poeta, il suo studio e il tentativo disperato di cogliere a freddo e con decisione una strada percorribile, si traducono nell’anamnesi delle ragioni poetiche. Come il Novecento ci ha spesso insegnato, il contenuto eguaglia la forma, e la poesia, lo strumento, il mezzo, diventa oggetto di se stessa. Il lavorio del poeta diventa, ovvero, autoriflessione che inclina a riflettere la condizione totale del dettato poetico oggi. Nelle poesie che chiudono la raccolta, Viglialoro pare ripiegare su se stesso e sulla sua scrittura, è consapevole che i suoi versi sono impotenti di fronte al magma del reale: come nella lirica Sopravvivenze, in cui il poeta, quasi in maniera didascalica, riesce a creare un suggestivo equilibrio metaforico tra poesia ed esistenza – e la domanda finale, che si avvale della funzione fatica, raccoglie tutta la consapevolezza della necessaria presenza di un destinatario, che è comunque non verificabile, evanescente. E’ questo il dramma, potremmo dire, della poesia contemporanea: il suo ritornare su se stessa, nella coscienza di non poter dire più nulla, di essere relegata a una condizione di parzialità e marginalità, anch’essa feticcio non referenziale della realtà mediatica del capitalismo multinazionale.

Un ultimo appunto sull’approccio stilistico di Viglialoro alla poesia. Qualcuno ha scritto che lo stile originario di un autore spesso risente della fede nella parola poetica e inevitabilmente va a esplicarsi in un linguaggio austero, più tradizionale, secondo un’immagine collettiva e cultuale della poesia. Io ritengo che ciò in parte sia vero e che il mestiere del poeta sia un continuo apprendistato: ma è anche vero che nelle opere di esordio esistono i semi delle opere future ed è dovere del critico cercare di individuare le potenzialità della scrittura.
La lingua di Viglialoro è carica di suggestioni post-ermetiche, montaliane. Tende, quasi sempre, a immagini simboliche, alla sintesi ricercata e sofferta, al colpo di scena nel verso finale, al quale il lettore deve misticamente assistere. Risuonano le inversioni aggettivali, l’uso dei suoni aspri, anticaglie di un passato che viene fatto reagire con il dramma del presente. Probabilmente la scelta di un linguaggio alto si mantiene nelle ragioni di una poesia che ricerca l’abisso, quella via prediletta che Viglialoro indica come sentiero da seguire per attingere al segreto da svelare. Ma siamo convinti che nelle prossime ricerche poetiche del nostro autore, i cui semi sono cosparsi qua e là, si farà ancora più forte la necessità di cercare l’anello mancante della catena, per riferirci ancora a Montale, il segreto, nella materialità contemporanea dei nostri discorsi e nel lacerante inferno della semplice quotidianità.

L’immagine: in quarta di copertina della raccolta poetica di Luca Viglialoro: Il lavoro del tempo, rielaborazione grafica di Matteo Scanavini.

Marco Gatto

(LucidaMente, anno II, n. 5 EXTRA, supplemento al n. 17, 15 maggio 2007)

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