RECENSIONI|27 maggio 2007 00:00

“I delitti della terza via” di Davide Piazzi

piazziI risvolti dell’ombra: Davide Piazzi e i suoi “misteri bolognesi”: questo il titolo dell’ Introduzione di Rino Tripodi a I delitti della terza via (pp. 184, €  14,00) di Davide Piazzi, sesta uscita della collana di narrativa La scacchiera di Babele delle Edizioni di LucidaMente.
Eccola per intero.

“Questa città […] non è come le altre città. Perché non è soltanto grande, è anche complicata. E contraddittoria. Se la guardi così, camminandoci dentro, Bologna sembra tutta portici e piazze ma se ci vai sopra con un elicottero è verde come una foresta per i cortili interni delle case, che da fuori non si vedono. E se ci vai sotto, con una barca, è piena di acqua e di canali che sembra Venezia. Freddo polare d’inverno e caldo tropicale d’estate. Comune rosso e cooperative miliardarie. Quattro mafie diverse che invece di spararsi addosso riciclano i soldi della droga di tutta l’Italia. Tortellini e satanisti. Questa città non è quello che sembra, […] questa città ha sempre una metà nascosta”.
Così, in Almost Blue (Einaudi, 1997), Carlo Lucarelli, uno dei maestri del “giallo bolognese”, descriveva, con una panoramica generale, la città felsinea. Poche righe dopo, volgeva lo sguardo ai suoi abitanti provvisori, alla sua singolare, mutevole, mimetizzata, fauna umana:
“Questa città […] non è come le altre città. Perché lei dice l’Università […]. L’Università? Quella è una città parallela, di cui si sa ancora meno. Studenti che vanno e che vengono da tutta l’Italia, che lasciano i corsi e poi li riprendono, che dormono da amici e parenti, che subaffittano, sempre in nero e senza ricevute e documenti. […] Negli anni Settanta stavano tutti qui i terroristi, tutti nascosti a Bologna. […] Perché in qualunque città un ragazzo strano, con un accento strano, che entra ed esce di casa a tutte le ore del giorno e della notte e non si sa chi è, cosa fa e di che vive e a volte sparisce e poi torna, in qualunque altra città sarebbe stato notato da qualcuno, ma a Bologna no. A Bologna questo è l’identikit dello studente medio. […] L’Università è una città clandestina”.
E, alla fine del brano, annotava i misteriosi, ermetici, intimismi dell’ambiente metropolitano:
“Quando cala il sole, quando se ne va via del tutto dietro le case e così basso che sembra sceso sotto terra, in piazza Verdi si accendono i lampioni. E finché non si scaldano, finché sono ancora tiepidi, opachi e pallidi, la luce resta in alto, come attaccata al vetro e non scende sotto i portici, dove le ombre sono più ombre delle altre e i volti sono neri. […] Questa città non è come le altre”.

Inattesi spaesamenti sotto San Petronio
Abbiamo voluto far precedere la presente Introduzione da tale copiosissima citazione, per le consonanze che vi abbiamo riscontrato con I delitti della terza via di Davide Piazzi.
Anche in questo thriller, il paesaggio urbano, il gioco delle luci, inducono al mistero, allo stravolgimento del reale:
“Sparito, volatilizzato, come fosse stato inghiottito dall’oscurità che ancora regnava sovrana sotto i portici della città, là dove gli archi a tutto tondo dei colonnati proiettano la loro ombra impedendo alla luce dei lampioni di arrivare sulla parete opposta”.
Mentre le ombre tendono a inghiottire l’enigma nelle proprie profondità:
“Scrutando nelle vie che, da quella in cui era, si diramavano in una selva di strade e portici, ma non scorse nulla. L’oscurità ancora una volta aveva nascosto la preda agli occhi del suo predatore”.
Sebbene possa anche capitare che la luce sia, invece, elemento di gioia e di purezza:
“Pur essendo notte fonda, c’era un biancore quasi abbagliante, grazie alla luce dei lampioni che veniva amplificata e riflessa infinite volte dai fiocchi bianchi che scendevano lenti e leggeri. Le case, i tetti di Bologna, completamente ricoperti, avevano acquistato un candore che in realtà non avevano più da tempo, per il potere che solo la neve ha di far sembrare tutto più pulito e puro, coprendo e uniformando ogni cosa su cui essa si posi”.
Inoltre, quella di Piazzi è lingua dai molti spessori, dolce e irsuta, opulenta e ferrigna, colta e dialettale, ludica e chiassosa e ancora docile alla nostalgia, quindi in grado di cogliere e rappresentare i poliedrici e svariati fondali della vita e dell’esistenza.

Le ambiguità del reale
E, in effetti, la continua mutevolezza delle prospettive, il persistente mescolarsi di piani in apparenza distanti (Bene/Male; Luce/Ombra; Normalità/Devianza; Tranquillità/Angoscia; Sanità/Follia; Realtà/Apparenza; Perbenismo/Delitto; Vittima/Carnefice, ecc.) è la cifra che sembra maggiormente caratterizzare il bel romanzo di Piazzi.
Due coppie antagoniste, infatti, si affrontano, senza neppure saperlo. La prima è costituita da due amici, legati da antichi vincoli umani, con le loro debolezze, superate dagli affetti, dall’ironia e dall’autoironia. La relazione che intercorre nell’altra coppia – non riveliamo altro – è assediata dal Male, divorata da precipizi d’ombra: un microcosmo cupo, di umiliazioni e di violenze, che si trascina verso l’ineludibile deriva.
Le contraddizioni, le disarmonie, la doppiezza della realtà, si ritrovano dappertutto, tanto più perturbanti, quanto più gli elementi che la costituivano ne erano stati attigui e avevano fornito rassicurazioni confortanti per un tempo lunghissimo, da sembrare eterno:
“Luisa, nello spazio di pochi minuti, si ritrovò ancora una volta a stringere tra le mani un telefono muto, e a fissare nuovamente la parete di fronte a sé, dove spiccavano i momenti felici della propria famiglia, immortalati all’interno di fotografie abbracciate da cornici, le quali, in quel frangente, le sembrarono stranamente sovrastate da una pesante ombra scura”.
Se questo vale per le storie individuali, vale ancor più per il macrocosmo cittadino. Anche se
“Le bancarelle del mercato mattutino di via Drapperie sono un tripudio di colori e profumi. Pure in quel giorno piuttosto freddo, passeggiare tra esse regalava momenti di estasi alla vista e all’olfatto. L’odore forte ma promettente del pesce fresco, lo spettacolo degli agrumi e delle verdure adagiate su morbidi letti di carta arricciata. Il piacevole chiacchiericcio di coloro che si muovono avanti e indietro nella via, alla ricerca delle prelibatezze del giorno”.
Poco lontano, però, via dell’Indipendenza si mostra:
“Offesa dalle insegne delle tante banche spuntate come funghi negli ultimi anni. Offuscata dalle luci delle vetrine dei negozi, molti dei quali ben poco hanno a che vedere con la storia e la cultura della città e appaiono come toppe stonate sul tessuto di un buon abito. Nascosta dietro le facce di distratti e disinteressati viandanti, unicamente concentrati a raggiungere le loro mete e ciechi alla città che ancora ammicca loro, tentando di conquistarli con le proprie armi di seduzione e bellezza. Sparisce la poesia delle cose belle da vedere e da ammirare, e non perché non ci siano più, ma semplicemente, tristemente, perché nessuno si ferma più a guardarle”.

I progressivi sfilacciamenti del rassicurante
Gli sfondi, dapprima solo sfocati, vengono percorsi da un sempre più accerchiante senso di precarietà, di slittamento, di metamorfosi di ogni apparenza.
I dettagli sembrano impazzire, compaiono frammenti che feriscono la granitica, algida, in realtà inconsistente e solo illusoria, perfezione delle apparenze.
Il buio accerchia l’esistenza e assedia l’intero orizzonte. Le persone, col loro carico di dolore, angosce, colpe, follia, appaiono come sagome lontane, accenti sfocati e chiusi in un cerchio di luci basse e sfinite, prossime a spegnersi, eppure resistenti, tremolanti per sempre.
Questi segnali di tristezza inducono a un continuo spaesamento, dovuto all’indomabile, inattesa corrispondenza di quotidianità e allucinazione, che forma una ragnatela inestricabile, nella quale si rimane fatalmente invischiati.
All’improvviso, irrompono pieghe inattese:
“Fu distolto dai propri pensieri dal suono del telefonino, che cominciò a squillare nello stesso istante in cui si accingeva ad aprire la porta e uscire dal palazzo.
“Pronto?”.
Dall’altra parte si sentiva solo un lontano rumore di automobili, finché non si udì anche una voce profonda scandire lentamente le parole:
“La terza via è aperta. La prossima volta ucciderò””.
Ecco, allora, che deflagra, in tutta la sua ripugnanza, un labirinto d’orrori, pallide luci, viscosi silenzi, tenebre e paure, prigionie fisiche e mentali.
E Piazzi è bravissimo nello scavo psicologico dei personaggi, soprattutto di quelli tormentati dalle tenebre dei labirinti del male, nello scandagliare le loro ansie, le loro tortuosità mentali, i loro tormenti intrisi da atroci deliri di onnipotenza o da rabbie improvvise e devastanti, tanto da giungere alla perfetta descrizione della manifestazione psicosomatica delle loro angosce.

“La luce del sole era ancora ovunque, forte e calda”
Tuttavia, per fortuna di noi tutti, resta pur sempre un lato luminoso nel mondo e nella nostra esistenza, che sembra quasi implorare la dilatazione della luce, un invito alla speranza e alla lotta per il bene:
“Un’ultima occhiata alla città ancora meravigliosamente adagiata al sole della pianura.
“E’ bella, vero?” […]
“Sì, è bellissima”.
“Vista così, da qui in alto, non sembra nemmeno vera” […].
“Già. […] Da lontano sembra davvero tutto perfetto”.
Il vento cambiò direzione e alle sue orecchie arrivò il lontano brusio della città. Non era il rumore delle automobili, di traffico, di porte sbattute o di passi frettolosi. Non era il suono delle sirene, delle radio, delle televisioni e delle grida dei bambini. Era piuttosto un brontolio sordo, un sommesso e garbato rimprovero alla sua intenzione di gettare la spugna. Un alito di fiato con il quale dignitosamente chiedeva di non essere abbandonata al proprio destino.
La luce del sole era ancora ovunque, forte e calda, e si adagiava su ogni lembo di pianura: sulle campagne, sui tetti, sulle guglie dei campanili, tra le vie della città e dei paesi di periferia”.
Ecco, proprio nel finale dell’opera, questa straordinaria invenzione di una città viva, che chiede, con un commovente, umanissimo “brontolio”, “di non essere abbandonata al proprio destino”. E’ un’ultima annotazione paesaggistica, con la quale si sintonizza perfettamente il bel dipinto riprodotto in copertina, delicato e intriso di luce serena, chiaro e rarefatto: Bologna fantastica della monzunese Jvonne (Ivonne Paganelli).

(Rino Tripodi, I risvolti dell’ombra: Davide Piazzi e i suoi “misteri bolognesi”, Introduzione a I delitti della terza via di Davide Piazzi, Edizioni di LucidaMente)

L’immagine: la copertina del romanzo, con l’illustrazione Bologna fantastica (olio su tela) di Jvonne (Ivonne Paganelli).

Giuseppe Licandro

(LucidaMente, anno II, n. 6 EXTRA, 15 luglio 2007, supplemento al n. 19)

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