RECENSIONI|3 giugno 2007 00:00

C’è ancora libertà di ricerca storica?

Capita spesso che un dibattito storiografico riesca ad assumere su di sé tali connotazioni altre e paradossali da andare ben oltre i suoi angusti confini di dialogo specializzato. Tuttavia, la vicenda che tocca il libro dello storico ebreo Ariel Toaff, cattedratico di Storia del Medioevo e del Rinascimento presso la Bar-Illan University in Israele, è del tutto singolare.
Vi sono elementi continuamente ricorrenti, dati di fatto che smentiscono di essere tali e posizioni che si invertono continuamente.
Innanzi tutto, va detto che questa storia nasce nell’alveo del mondo ebraico e al suo interno si compie e si consuma la tragedia. Perchè di questo si tratta.

La recensione di Sergio Luzzatto – Sulla terza pagina del Corriere della sera del 6 febbraio 2007 appare un articolo del noto storico ebreo Sergio Luzzatto, che recensisce l’ultimo libro di Ariel Toaff, figlio di quell’Elio Toaff ex rabbino capo di Roma e importante protagonista della vita pubblica italiana. Luzzatto non si nasconde e dichiara apertamente che il libro Pasque di sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali (il Mulino) “propone una tesi originale e, in qualche modo, sconvolgente”: nel periodo tra il 1100 e il 1500 circa si ebbero effettivamente alcuni di quei crimini di cui gli ebrei furono sempre ferocemente accusati, e cioè le crocifissioni di alcuni bambini cristiani alla vigilia di Pesach, la Pasqua ebraica, e l’uso del sangue cristiano quale ingrediente del pane azzimo usato durante la festa. Infatti, spiega Luzzatto, Toaff – esperto della cultura alimentare degli ebrei, tra precetti religiosi e abitudini gastronomiche, oltrechè della vicenda intrecciata dell’immaginario ebraico e di quello antisemita – nel suo libro illustra le valenze simboliche e terapeutiche della centralità del sangue nella pasqua ebraica, asserendo che gli ebrei più fanatici avessero perseguito quella strada anche per vendicarsi in qualche modo degli attacchi dei gentili di cui erano sempre stati vittime.

Gli attacchi – Va notato che il giorno stesso della recensione di Luzzatto, quando il libro non è ancora stato distribuito (quindi, senza averne ancora letto una pagina), si scatenano i violentissimi attacchi contro Toaff, prima da parte dei rabbini italiani e del presidente delle comunità ebraiche, a cui si associa poi la condanna dello stesso padre dell’autore. Nei giorni successivi seguono le critiche, riportate soprattutto su la Repubblica, ma anche sul Corriere della sera, di chi, come Anna Foa, Giacomo Todeschini e Adriano Prosperi, rimprovera a Toaff l’uso di fonti già note e giudicate inattendibili, come gli atti del processo che nel 1475 vide la condanna di alcuni ebrei di Trento per la morte di quel piccolo Simonino, di cui fu istituito il culto di beato, abolito poi dalla Chiesa solo nel 1965. Giudizio condiviso dai maggiori studiosi mondiali di storia ebraica, dal professore di origine cinese Ronnie Po-Chia Hsia al veneziano Simon Levis Sullam, che, con varie sfumature e distinguo, sono sostanzialmente concordi nel condannare il libro di Toaff come “deplorevole” e “pericoloso”. L’unica difesa giunge da Franco Cardini, sulle pagine dell’Avvenire.

Le scuse di Ariel Toaff – Conseguentemente monta, come è intuibile, lo sconcerto di Toaff, messo in discussione all’interno della sua stessa università, il quale dapprima imputa le polemiche alla controversa recensione di Luzzatto, sollecitata da il Mulino. Il 15 febbraio, tuttavia, egli annuncia di aver deciso, dopo aver bloccato la seconda edizione del libro, di ritirarlo definitivamente per “chiarire alcuni passaggi” e si scusa per avere involontariamente offerto con il suo libro di ricerca un pretesto per colpire l’ebraismo e fornire una giustificazione per “l’accusa del sangue”. L’ideale conclusione di questa vicenda è un articolo dello storico Carlo Ginzburg, uscito sul Corriere della sera il 23 febbraio 2007, che rimprovera a Toaff di non aver tenuto presente, nel corso della sua ricerca, la fondamentale distinzione tra miti, cioè credenze religiose diffuse e strutturate in maniera coerente, e riti effettivi di gruppi organizzati e forme di culto realmente praticate. La confusione aumenta, essendo state queste confessioni estorte agli imputati degli omicidi rituali mediante la tortura e perciò amalgamate con le aspettative di quei prevenuti giudici chiamati a indagare su tali pratiche.

Per la libertà di espressione – In realtà, la parola fine la scrive l’attesa replica di Sergio Luzzatto, sul Corriere della sera del 26 febbraio, che centra bene tutti i veri punti della questione e pone inquietanti domande sulla libertà dello storico al giorno d’oggi. Dopo aver difeso nel merito il lavoro di Toaff riguardo alle testimonianze basate sulla tortura, di cui lo stesso Toaff è cosciente, Luzzatto affronta il vero punto nodale di tutta la questione: la libertà di espressione dell’intellettuale. E’ fuori di dubbio, infatti, che tutta la vicenda costituisca un pericoloso precedente per la libertà di ricerca dello studioso: questo non sembra essere stato minimamente colto dai tanti intellettuali nostrani, dal momento che pochissime e ancor più isolate sono state le voce a difesa dell’operato di Toaff, mentre numerose e strabordanti sono state le critiche mossegli, anche da parte di chi aveva condiviso precedentemente con lo stesso storico numerose ricerche e collaborazioni.

Morale della vicenda… – Le conseguenze le riassume lo stesso Luzzatto: “La minaccia pendente sul suo capo di perdere il posto di docente universitario in Israele. Il tentativo di alcuni colleghi dell’università Bar-Illan di prenderne le difese, salvo arrendersi alle ragioni politiche della situazione israeliana e alle pressioni economiche della diaspora americana. Infine, l’abiura di Ariel Toaff: il libro ritirato dal mercato italiano; i diritti d’autore devoluti alla medesima organizzazione ebraica statunitense, l’Anti-Defamation League, che senza nulla sapere del contenuto del volume lo aveva dichiarato ignobile; le scuse presentate da Toaff agli ebrei d’Israele e del mondo”. Luzzatto trova la morale di tutta la vicenda nelle parole di Elio Toaff che, salutando il “ritorno” del figlio nella cerchia autenticamente ebraica e compiacendosi pubblicamente della sua abiura (in un’intervista a la Repubblica), bolla come sciocchezze i contenuti del libro e, quindi, nega agli ebrei di poter sfuggire in qualche modo al loro ruolo, ormai stretto, di vittime sacrificali predestinate dalla Storia e salire sul palcoscenico da attori protagonisti degli eventi, capaci anche loro di intolleranza e odio verso i gentili.

La vittoria del “politicamente corretto” – In sostanza, il mondo intellettuale italiano non ne esce bene, anzi dimostra una volta di più di essere supino alla generica concezione del politicamente corretto, disprezzando quasi di valutare la correttezza e la serietà in sé – e solo in sé – dello studio e della ricerca storica, accettando censure e cesure che inevitabilmente ne compromettono la dignità. Infatti, ricordiamo che non è stato giudicato il libro, quasi da nessuno letto, ma le tesi che esso conteneva senza andare prima a verificarne la validità e le basi su cui si reggeva. E dire che primo dovere dell’intellettuale tout court dovrebbe essere rivendicare la libertà d’espressione, anche di fronte alle tesi più discutibili, come quelle di David Irving, piuttosto che conformarsi comodamente a un generico diktat e abbracciare mollemente una verità calata dall’alto – in questo caso dal mondo ebraico, al quale, dopo la Shoah, non è più possibile contestare qualcosa senza rischiare il delitto di lesa maestà. Evidentemente non è più il tempo delle parole di Voltaire: “Detesto ciò che dici, ma mi batterò fino alla morte perchè tu possa dirlo”.

L’immagine: la copertina del libro di Ariel Toaff.

Matteo Polo

(LucidaMente, anno II, n. 19, luglio 2007)

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