RECENSIONI|7 luglio 2007 00:00

Arianna Agnoletto e le sue “Foto grafie”

AgnolettoC’era una volta una bambina, la sua sensibilità, le vacanze estive… Un’opera controcorrente, quasi sperimentale: Foto grafie (pp. 66, € 10,00) di Arianna Agnoletto, settima uscita nella collana di narrativa La scacchiera di Babele delle Edizioni di LucidaMente. Rino Tripodi la introduce col suo saggio Mari e spiagge: la forza degli stimoli sensoriali e il passato dolceamaro rivissuto da Arianna Agnoletto, che riportiamo per intero.

Spesso – molto spesso – è l’autore a insistere con il direttore editoriale per la pubblicazione di una propria opera. Meno spesso – molto meno spesso – è quest’ultimo che, di fronte alle perplessità del primo, insiste, insiste, insiste… perché ci crede.
È il caso della presente opera, Foto grafie di Arianna Agnoletto. La scrittrice piena di dubbi, di perplessità, anche per l’indubbia “originalità” del testo, al limite della sperimentazione; il direttore di collana – vale a dire il sottoscritto – che incoraggia, propone qualche modifica, ma, sostanzialmente, è convinto della bontà artistica del testo.
Ed effettivamente, sommersi come siamo da testi mal scritti, privi di poesia, tutti presi a raccontare senza pudore – e senz’arte – vicende banali, quotidiane, esterne, prive di interiorità, come brilla davanti ai nostri occhi la prosa lirica, raffinata, lo scavo interiore e memoriale della nostra Agnoletto!

Una domenica al mare e Figurine
E cosa dire del fatto che un’opera tutta incentrata sulla rievocazione-immersione nel passato, nell’infanzia, negli odori-suoni-colori-gusti, sul loro pirotecnico “rimpallo” soprattutto – anche se non solo – negli anni Sessanta, ci abbia subito fatto pensare, pure in questo caso con un tuffo nel nostro passato, a due altre opere?
Non famose, non grandi: due “operine”, ma forse preziose quanto questa “operina” dell’Agnoletto (chi ha detto, poi, che non possano essere “grandi” anche le “operine”, realizzate senza invadenza, senza travolgere il prossimo, senza voler essere per definizione “grande opera”?).
Un fumetto e un film.
Il primo è Una domenica al mare di Regis Franc, pubblicato in Italia in Pilot n. 7, luglio 1982. L’altro è Figurine (1997), diretto da Giovanni Robbiano.
Nelle cinque sofisticate tavole, dai colori acquerello – che occupano l’intera pagina, suddivisa per tre in senso verticale -, del francese, si succedono cinque momenti di una giornata al mare, dal mattino a notte.
Ci troviamo, presumibilmente, tra Ottocento e Novecento, in un impianto di balneazione: i villeggianti – bambini, donne, uomini, vecchi -, non sono nudi, sono vestiti stile belle époque; fa caldo. L'”inquadratura” è fissa. Mutano i personaggi, e soprattutto l’intrecciarsi delle loro parole: discorsi vacui, da “spiaggia”; nell’insieme, un unico, futile vocìo.
Ad esempio:
“Io, signora, ero nella Benemerita”; “La mia donna ha il mal di mare”; “Forza gente, forza, una bella gita in mare!!!”; “Oh! Nonna! Guarda… un fotografo”; “Adriana, che ore sono?”; “Venite Giuseppe, offro l’aperitivo”; “Per cena, l’ultima volta, ho mangiato una grigliata”; “Nascondili bene quei remi, è già tre volte che ce li rubano”; “Sono i bambini”; “Mio Dio, sono completamente ubriaca”; “Questo salame è una meraviglia”; “Ma sì, piccolo, ritroveremo il tuo rastrello”; “Vi piace il mare, Germaine? Io amo il mare, del resto lo dice anche il poeta”; “Quanto abbiamo incassato oggi, Miralles?”; “E’ che questi battelli si rovesciano”.
I “fumetti” formano, nel loro complesso, un mosaico di voci (anche canzoni), un chiacchiericcio indistinto e disordinato, ma avvolgente, tranquillizzante, quasi onirico.
Nel film italiano – passato inosservato dal grande pubblico -, è protagonista un bambino, che cerca di completare il proprio album dei calciatori Panini, ma soprattutto le canzoni, i suoni, gli oggetti, i “colori” delle atmosfere estive degli anni Sessanta (il film è ambientato a Genova, col suo mare, le sue spiagge). Il piccolo protagonista scoprirà ingiustizie, violenze degli adulti, e primi dolori della vita.

Accostamenti coraggiosi: Proust e Joyce
Se Una domenica al mare e Figurine sono reminescenze personali, gli avvicinamenti più ovvi – e impegnativi -, che possiamo fare per Foto grafie, sono quelli con due mostri sacri della letteratura del XX secolo, con le loro tecniche narrative del tutto nuove: Proust e Joyce.
Lo scrittore francese scopre che, per rievocare il passato, non sono i ricordi visivi quelli essenziali: i sensi “inferiori”, quali l’olfatto, l’udito, il gusto, il tatto, sono ben più importanti della vista. Odori, suoni, sapori, tocchi, anche – e forse quanto più – lievi e accennati, funzionano come uno straordinario stimolo verso i giorni andati. E la memoria, tanto più, sotto le stimolazioni sensoriali, è involontaria, improvvisa, cioè non indotta dalla volontarietà della ragione e del ricordo razionale, quanto più permette, non di ricordare, ma addirittura di rivivere interamente, pienamente, attimi del nostro passato. Eccoci, quindi, proiettati tanti anni addietro: intorno a noi, tutto riemerge, ridiventa vivo, anzi certamente più vivo del banale presente.
L’innovazione del narratore irlandese attiene più al linguaggio e allo stile. I nostri pensieri non si succedono ordinatamente: è una finzione quella dei narratori tradizionali che rappresentano nei loro testi le riflessioni dei personaggi come se compissero un discorso logico. La nostra mente è attraversata contemporaneamente da idee, emozioni, sensazioni del corpo, ricordi, stimoli dall’esterno. Per rappresentare questo stream of consciousness, flusso di coscienza, occorre usare il linguaggio, la sintassi, in modo nuovo, assecondando il fluire confuso e vitale che si agita dentro di noi.
E l’Agnoletto? La scrittrice carpigiana da un lato si inoltra profondamente nei territori affascinanti della memoria involontaria proustiana. I suoi tredici “brani” partono dal presente, da sensazioni vissute in una spiaggia… ecco, improvviso, partendo da uno stimolo sensoriale (“m’incanto a guardare ascoltare annusare”), il dolce precipitare nel passato, più o meno lontano, in altri mari (Romagna, Calabria, Toscana, Venezia…), col loro turbinio di vissuto: emozioni, parole, contatti umani. Alla fine di ogni “capitoletto”, il passato riemerge nel presente – come un nuotatore che è sprofondato a lungo in un affascinante, ma anche inquietante abisso marino – con una riflessione finale, graficamente segnalata altresì dalla centratura del testo, che sintetizza e armonizza il passato col presente, in una logica di recupero-superamento, tutta interna all’animo dell’autrice. Così il caos trova ordine, pacificazione, riacquista nuova armonia (“il triangolo di cielo della finestra del bagno della piccola pensione di Gabicce mare brilla ancora nella mia stanza…… ogni notte…” oppure “e così me li sono portati sempre con me, il mare e la Tina Pica”).
Dall’altro lato, per rappresentare le onde della memoria, l’autrice adopera un discorso fluido, joyciano, caratterizzato dai puntini sospensivi: tre, sei, attaccati alla parola precedente o alla parola successiva, con una significativa logica spesso spazio-temporale. E, ancora, utilizza ed enfatizza tutte le possibilità espressive e semantiche del livello grafico.
Così si spiega anche il significato e il valore del titolo Foto grafie: le due parole sono staccate, a indicare il tentativo di trascrivere in parole quelle che sono immagini del passato, o meglio, seguendo l’etimologia stessa della parola – “luci” -, provenienti da ciò che sembra sepolto e, invece, è spesso più vivido e luminoso del tempo attuale.

Il lirismo di base
Certo, l’ispirazione di base della nostra scrittrice è lirica.
Non è un caso che, all’inizio del capitoletto Dodici, sia riportato quasi testualmente (“non è mai la stessa onda…… non ci si pensa, ma non è mai la stessa onda a riempirti gli occhi…”) un verso tratto dalla sua silloge Tintinnio di farfalle (Edizioni di LucidaMente, 2007, p. 26: “non è mai / la stessa onda / …… / non è mai la stessa onda / a riempirti gli occhi”).
Poche righe dopo, un altro spunto poeticissimo: “la vorresti prendere l’onda… la vorresti tra le mani, berla, annusarla, mangiarla, giocarla, ma ti sfugge, piccolo mio, ti sfugge“. L’onda come metafora della vita, gioiosa, ma imprendibile, mutevole, inafferrabile.
E, alla fine del Quattro, rintracciamo un espediente sonoro tipicamente poetico come la paronomasia (“me lo ha regalato l’Agata”).
Non mancano le invenzioni ritmico-lessicali (“lattacartoneondulinastraccifilicanifumopuzza”), con un “simultaneismo” di marca quasi futurista.
La realtà è rivissuta con lirica visionarietà (“i colori, travolti dai raggi del sole si accendono… la sabbia è rovente”). Pure gli oggetti acquistano un alone magico, poetico (“il treno è come il mare… è come un atto d’amore… ti prende e ti porta lontano…… sibilo di ruote…… poi ti riporta a riva……”).
E si può giungere all’allucinazione, allo sconfinamento nella fantasia, all’emersione di fantasmi benigni e carezzevoli:
“voglio entrare in quel quadro… scivolo via… piano…… non voglio svegliarti…… scendo… ciabatte e pigiama… mi avvicino… un folletto con i riccioli bianchi mi sorride… piccola e sottile… una bimba con le labbra colorate… ha un abitino blu stretto in vita da una cintura bianca… foulard al collo color vaniglia… giacca di lana sottile sulle spalle……”.

Un mare di stimoli sensoriali
Il mondo lirico della “protagonista” di Foto grafie è circondato, come dicevamo quando abbiamo fatto riferimento a Proust, da una cascata baluginante di stimoli sensoriali, da fuochi prima lontani che, via via, si rafforzano, fino ad avvolgere, a proiettare interamente, e dolcemente, in un Altrove Assoluto.
L’olfatto, gli odori, innanzi tutto.
Alcuni piacevoli, dolci, rassicuranti:
“odore di lavanda… mi sporgo dalla finestra, chiudo gli occhi e respiro forte… …il mattino profuma di pane e marmellata… assaporo e li riapro sul cielo celeste… si può chiedere di più a un respiro?…”.
“A metà mese, finalmente, odore di buono e di dopobarba… la visita dei genitori”.
Altri vitali, così potenti da distorcere il reale:
“……l’odore del gelsomino era così forte in alcuni tratti che stordiva e il cielo era così terso che si poteva prenderlo e masticarlo……”.
Altri ancora che riportano a un vissuto penoso, sgradevole (nel caso seguente unito anche a sensazioni uditive):
“L’odore della mensa, quello sì mi è rimasto impigliato nella memoria, come il rumore delle posate nei piatti… non si poteva parlare… si doveva mangiare tutto… fischietto…… in fila verso il mare… in fila verso la doccia… in fila per il pranzo…… fischietto… in fila per la passeggiata… in fila per la visita medica… sempre davanti… sempre la più bassa… Agnoletto Arianna 7 anni 18 kg vestita… infermeria suora punture…… fischietto “devi mangiare cocca… %5B…%5D …li sento ancora… accidenti… l’odore del minestrone e dell’infermeria”.
E poi, l’udito: i suoni insignificanti, di sottofondo (“una canzone di Rita Pavone”), ai quali non si fa caso, e che, però, si sono impressi nel subconscio-inconscio, e ora determinano uno scatto sorprendente della memoria:
“Rimini stazione di Rimini…… è in partenza sul primo binario il treno intercity numero 34321 proveniente da Ancona…”.

I prodigi della natura
Ma è la natura a essere la maggiore produttrice di stimoli sensoriali, è la natura a regalare, a chi li sa cogliere, spettacoli straordinari:
“…il cielo sembra incollato alle dune di sabbia …tanto sono definiti i contorni, se osservi con attenzione, a ogni passaggio del vento cambia la scena… coriandoli colorati volano sul mare……”.
Frequentemente Foto grafie è pervaso da un senso di puro panismo:
“Il sole è sopra… dentro… sotto… ovunque… quella striscia rossa sul blu parte dalla spiaggia e si ricongiunge sulla linea dell’orizzonte… entrare nel sole……”.
“Ho visto tutte le albe e tutti i tramonti e ne ho annusato ogni profumo…”.
Anche i piccoli oggetti della natura sanno suscitare, in chi sa “sentire”, purissime meraviglie:
Conchiglie… apro le mani… uno scrigno… eccole… quasi non ci credo, tante… tutte… bellissime… “ma dove le hai trovate?“… “nell’acqua…… me le ha regalate il mare“”.

Le ombre dell’esistenza
All’interno del proprio lirismo di base – che, infatti, non è centrato su un io debordante -, e delle descrizioni della natura, l’Agnoletto introduce riflessioni esistenziali, momenti di umanità, motivi malinconici entro cui il tema dei temi della letteratura, il dolore nel mondo, la sua straziante, inspiegabile esistenza, fa da sottofondo come un basso persistente, ricorrente e inquietante. E’ ciò che impedisce al recupero memoriale di essere un semplice, gioioso, rituffarsi nell’acqua del mare del passato, illuminati, accolti, coccolati dal calore e dalla luce solare. Il mondo non è solo circonfuso di colori abbacinanti.
Compare, specie in Tre, il forte valore dell’amicizia virile, manifestata pudicamente, con semplici frasi o gesti:
“”Vieni quando vuoi a trovarmi… con tutta la famiglia“…… si strinsero forte…… avevano entrambi lo stesso dolore…… %5B…%5D ……si strinsero la mano e per un attimo provarono di nuovo lo stesso dolore…… non si videro mai più”.
L’umanità si accoppia, come spesso capita, al dolore:
“quando mio padre mi disse, carezzandomi, che se n’era andata persempre, il dolore parlò talmente forte che mi fece piangere……”.
Il persempre, neologismo inventato dall’autrice, ricorre più volte in Foto grafie, a indicare, nel bene come nel male, qualcosa di ineluttabile o di illimitato.
La pietas si allarga all’esterno, denunciando l’eterna malattia dell’uomo: la malvagità, il sadismo:
“mi avvicino alla riva… che strano gioco… la ragazzina solleva da terra un granchio morto… lo lancia in aria… le chele per un attimo riprendono vita… palettata e via verso il mare…… chi lo tira più lontano è il più bravo… non c’è pietà…… urlo……”.
L’autrice perviene, così, ad amare, universalistiche conclusioni (“strano mondo questo… se ci entri va bene, se ci stai sotto no”):
“fare i castelli di sabbia non è mai stata la mia passione, ma tutta l’umanità erge muri e torrette…”.
E vorrebbe aiutare i deboli, siano essi piccoli umani indifesi – come la bambina che compare in Sei, abbandonata dai propri raccapriccianti genitori, recatisi a ballare -, siano essi gli innocenti animaletti:
“…la testa sott’acqua… occhi aperti… vedo il pesce che si mangia tranquillo il granoturco dal mio amo… è piccolino, ma ha già i baffi… lo saluto… vorrei dirgli di stare attento, ma lui continua a mangiare e non mi guarda…”.
Lacerazioni, risvolti oscuri e prima incompresi, ri/prendono vita insieme alle macchie di luce: il buio accerchia la solarità e l’azzurrità. E, se forse è vero che noi ci lamentiamo delle tenebre solo perché conosciamo pure la luminosità, come desidereremmo fare a meno delle prime!

(Rino Tripodi, Mari e spiagge: la forza degli stimoli sensoriali e il passato dolceamaro rivissuto da Arianna Agnoletto, Introduzione a Foto grafie di Arianna Agnoletto, Edizioni di LucidaMente)

L’immagine: la copertina del libro con “Un meraviglioso Topo Gigio gigante con salsiccia e formaggio tra le mani di pezza che mi abbraccia……” (fotografia di proprietà di Arianna Agnoletto).

Giuseppe Licandro

(LucidaMente, anno II, n. 20, agosto 2007)

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