La casta del pallone

Fuori gioco” (Chiarelettere) di Gianfrancesco Turano, attraverso le biografie di dieci presidenti, svela i retroscena economico-politici del mondo del calcio

Il calcio italiano mutò profondamente la sua natura durante il regime fascista, trasformandosi in uno sport professionistico gestito da facoltosi imprenditori. Tra i primi industriali ad avventurarsi nel mondo del pallone ci furono Edoardo Agnelli, presidente della Juventus tra il 1924 e il 1935, Achille Lauro, patron del Napoli tra il 1936 e il 1940 e poi di nuovo tra il 1952 e il 1954, Ferruccio Novo, presidente del “Grande Torino” dal 1939 al 1953, e Carlo Masseroni, massimo dirigente dell’Ambrosiana/Inter dal 1942 al 1954. Dagli anni Cinquanta in avanti il fenomeno si è accentuato, determinando un sensibile aumento del denaro circolante nell’ambiente del calcio, che così è diventato uno dei settori più ricchi dell’industria nazionale.

Di questo argomento parla il libro-inchiesta di Gianfrancesco Turano, giornalista de L’espresso, dal titolo Fuori gioco. Calcio e potere. Da Della Valle a Berlusconi, da Preziosi a Moratti. La vera storia dei presidenti di Serie A (Chiarelettere, pp. 276, € 14,50), nel quale si tracciano i profili dei proprietari delle dieci squadre italiane più potenti: Roma, Lazio, Napoli, Fiorentina, Udinese, Juventus, Inter, Palermo, Genoa, Milan. A partire dal nuovo presidente della Roma, Thomas Di Benedetto, fino ad arrivare al più longevo tra “i signori del calcio”, vale a dire Silvio Berlusconi, Turano ripercorre venticinque anni di storia italiana. Ne viene fuori uno spaccato, per molti versi sconcertante, del calcio nostrano, da tempo martoriato dagli scandali (cfr. Trent’anni di scandali nel football italiano, pubblicato sul n. 66 di www.lucidamente.com). Nel saggio si parla pure di affari e relazioni industriali, che spesso in Italia avvengono all’insegna del pressappochismo, delle irregolarità amministrative e degli accordi sottobanco, senza rispettare né la legge né le regole del libero mercato.

Ecco, allora, che si capisce come mai Di Benedetto, imprenditore statunitense proprietario di un impero non indifferente (Boston Inter­national Group, Jefferson Wa­terman International, Jun­ction, Rou­te 2 Digital), sia approdato alla dirigenza della Roma, acquistata nel 2011 «per un piatto di lenticchie», insieme ad altri due industriali americani (James Pallotta e Michael A. Ruane). Dopo il fallimento della gestione di Rosella Sensi, la squadra capitolina, sommersa dai debiti, è stata venduta dall’Unicredit, principale azionista, alla cordata statunitense. È stata, però, pagata «quasi un ventesimo di quanto avevano offerto Kerimov e Kolotin», due petrolieri russi disposti a sborsare nel 2004 ben 400 milioni di euro e poi convinti a desistere dall’intervento di Vladimir Putin (su esplicita richiesta, pare, di Berlusconi, contrario all’ingresso dei due oligarchi nel mercato italiano).

Parlando di Claudio Lotito, presidente della Lazio e imprenditore del settore delle pulizie, della ristorazione e della vigilanza, Turano rammenta che nel 1992, nell’ambito del filone romano di Tangentopoli, egli è stato incriminato per «turbativa d’asta e violazione di segreti d’ufficio». Dopo l’uscita di scena dell’ex patron Sergio Cragnotti, coinvolto nel crack della Cirio, la Lazio nel 2004 è passata nelle mani di Lotito, che l’anno successivo ha chiesto aiuto a Roberto Mezzaroma, costruttore edilizio e zio della moglie, per consolidare la proprietà. L’operazione, tuttavia, è stata giudicata «come aggiotaggio dalla seconda sezione penale del Tribunale di Milano» e Lotito è stato condannato, in primo grado, a due anni di reclusione. Un’altra vicenda illegale, nella quale è risultato implicato il presidente biancoceleste, è stato lo scandalo di Calciopoli, esploso nel 2006. Lotito, accusato di far parte del «sistema che pilotava arbitri, procuratori, giocatori, vittorie in campionato e retrocessioni», è stato condannato, in primo grado, a quindici mesi di reclusione con «interdizione dagli uffici direttivi per tre anni».

Lo sguardo di Turano si sofferma poi su Aurelio De Laurentiis, presidente del Napoli e proprietario della casa cinematografica Filmauro, che ha acquistato il club partenopeo nel 2004. Diventato ricco e famoso soprattutto grazie ai “cinepanettoni”, sfornati a intervalli regolari a partire dal 1983 (con i contributi statali), De Laurentiis è riuscito a mettere le mani pure su Cinecittà: nel 1998 ne è diventato uno degli azionisti di maggioranza, tramite l’Italian Entertainement Group, una holding da lui controllata, di cui sono comproprietari Luigi Abete, Diego Della Valle, la famiglia Haggiag e Fabrizio Navarra. Il produttore romano, fallito il tentativo nel 2001 di gestire nella Capitale due sale di Bingo, si è orientato infine verso il mondo del calcio. In pochi anni è riuscito a portare la squadra partenopea ai vertici del campionato e, per rilanciarne l’immagine, ha puntato anche su prodotti di merchandising di dubbio gusto, tra cui «la statuina di Marek Hamsik […], la cravatta Marinella Ssc Napoli […] e i gemelli da polso con il ciuccio».

Diego Della Valle, principale azionista ed ex presidente della Fiorentina, è titolare della Tod’s e comproprietario della Ieg e della Ntv (Nuovo trasporto viaggiatori). Della Valle si sta affermando come uno tra i più ricchi e potenti uomini d’affari del Belpaese, pronto anche a scendere in politica nell’immediato futuro. Tuttavia, nonostante l’impegno profuso per far rinascere la Fiorentina, precipitata in serie C2 dopo la cattiva gestione di Vittorio Cecchi Gori, l’imprenditore marchigiano non riesce ancora a farla decollare, per cui «i tifosi non lo amano» e negli striscioni «lo chiamano “ciabattino”». Anche lui, poi, ha qualche scheletro nell’armadio: è stato condannato, nel processo sportivo per l’inchiesta di Calciopoli, a otto mesi di squalifica (mentre il fratello Andrea a tredici), perché «i Della Valle si sono accordati con Lotito per l’1-1 in LazioFiorentina del 22 maggio 2005». La giustizia penale, nel novembre scorso, ha dichiarato colpevoli i due fratelli, in primo grado, per il reato di frode sportiva, infliggendo loro un anno e tre mesi di reclusione.

Tra tutti i patron del calcio italiano, il più abile sul piano amministrativo è senza dubbio Gianpaolo Pozzo, proprietario dell’Udinese dal 1986 e suo massimo dirigente fino al 1990. Oltre che della squadra friulana, Pozzo detiene la proprietà del Granada club de fútbol, della Pallacanestro Amatori Udine e di tante altre aziende, tra le quali, fino al 2008, era inclusa anche la Freud, una delle ditte più importanti al mondo per la lavorazione del legno, poi ceduta alla Bosch. Pozzo è uno dei pochi uomini d’affari che riesca a fare introiti con le «plusvalenze» calcistiche, cioè tramite la compravendita di giocatori, acquistati a basso costo e rivenduti ad alto prezzo (ad esempio, Amoroso, Bierhoff, Inler, Muntari, Sánchez, Zapata). Anche lui, però, ha avuto problemi con la giustizia (sportiva e penale): nel 1990, accordatosi per un pareggio con il direttore sportivo della Lazio, è stato costretto a dimettersi dalla carica di presidente dell’Udinese, retrocessa in B; nel 1998 è stato condannato per evasione fiscale, perché lui e il figlio «portavano fuori il denaro dal club, lo trasferivano alle loro imprese spagnole e da lì […] ne recuperavano una parte a titolo personale»; nel 2009 ha dovuto pagare 32 milioni di euro «perché il club ha segnato a bilancio incassi minori di quelli realizzati».

Andrea Agnelli, figlio di Umberto Agnelli e presidente della Juventus dal 2010, vuole – pretestuosamente, a nostro avviso – riottenere i due scudetti revocati ai bianconeri in seguito allo scandalo di Calciopoli. Il trentaseienne presidente juventino non è il principale azionista del club, visto che «Andrea, la sorella Anna e la madre Allegra Caracciolo di Castagneto […] rappresentano il ramo familiare numero tre in quanto a peso azionario». Il pacchetto azionario di maggioranza è nelle mani di John e Lapo Elkann, figli di Margherita, secondogenita di Giovanni Agnelli, mentre un’altra parte consistente delle azioni è controllato dai discendenti di Maria Sole, sorella dell’Avvocato. Andrea sta provando a rilanciare l’immagine della Vecchia Signora, senza però prendere le distanze dalla passata gestione, quando a guidarla, con metodi poco ortodossi, c’era la “triade” Bettega-Giraudo-Moggi. Anzi, c’è il sospetto che Antonio Giraudo «conservi ancora titoli della Juventus per almeno tre milioni di euro di valore». Nonostante abbia ripreso il posto che le spettava in campionato, la società bianconera non ha ancora i conti in attivo: il bilancio del 2010-2011 si è chiuso «con una perdita record di 95,4 milioni di euro, la più grave della storia del club».

Di conti in rosso se ne intende Massimo Moratti, patron dell’Inter, che nel 1995 ha rilevato il club nerazzurro, provando a rinverdire le imprese del padre Angelo. Dopo un decennio di spese folli e di magri successi, Moratti è diventato, anche in conseguenza di Calciopoli, “l’uomo forte” del calcio italiano, ma nell’ultimo biennio ha ripreso a vincere poco, cambiando di continuo allenatori e giocatori. Insieme al fratello Gianmarco, egli è proprietario dell’azienda petrolifera Saras, con sede in Sardegna, al centro di numerosi contenziosi a causa degli incidenti sul lavoro e dell’inquinamento ambientale. L’amministrazione dell’Inter non può che definirsi, eufemisticamente, “allegra”: le perdite in diciassette anni ammontano a circa 1.351 milioni di euro! Turano chiosa, giustamente, che «l’Inter è il peggiore affare del calcio italiano e uno dei peggiori d’Europa». L’immagine del club è stata intaccata nel 2006 dalla vicenda dei dossier che Giuliano Tavaroli, capo dell’agenzia spionistica Tiger Team, ha surrettiziamente stilato, su richiesta di Moratti, intorno alla vita privata di vari calciatori, in particolare di Christian Vieri. Rapporti poco chiari sono emersi, inoltre, nel 2008 tra alcuni dirigenti e giocatori nerazzurri e Domenico Brescia, sarto di Rovello Porro, legato a un clan di ’ndranghetisti.

Di tutt’altra pasta sembra fatto Maurizio Zamparini, presidente del Palermo, «un personaggio sanguigno, un padrone vecchio stile abituato a dire quello che gli passa per la testa». Uno tra i pochi a non rimetterci soldi nella gestione dei club calcistici, che si è arricchito grazie alla catena di supermercati Mercatone Zeta, facendo investimenti anche nel settore immobiliare e in quello energetico. L’imprenditore friulano detiene il record di allenatori mandati via anzitempo: 38 in venticinque anni di attività! Nel 1986 ha acquistato il Venezia, che, dopo la fusione col Mestre, è diventato un club competitivo, in grado di passare nel volgere di un decennio dalla C2 alla serie A. Dopo la retrocessione in B nel 2002, Zamparini ha venduto il Venezia e comprato il Palermo, portandosi dietro mezza squadra. Tuttavia, poiché ha ceduto il club arancio-neroverde all’amico Franco Dal Cin, la Federcalcio, sospettando una vendita fittizia, gli ha comminato un’inibizione di otto mesi. Il nuovo patron è riuscito in pochi anni a riportare in A i rosanero, resistendo anche alle pressioni dei mafiosi che hanno cercato di taglieggiarlo quando ha costruito l’ipermercato Zampacenter. I guai con la giustizia penale, però, non sono mancati neanche per lui: più volte indagato e processato, comunque è stato sempre assolto dalle accuse.

A dire poco rocambolesca è la storia di Enrico Preziosi, attuale padrone del Genoa. Originario di Avellino, è riuscito a far fortuna in Brianza negli anni Settanta, mettendo in piedi un’azienda di giocattoli, la Giochi Preziosi, che ha sfondato nel mercato italiano. Le ragioni del successo vanno ricercate soprattutto nell’alleanza con Publitalia ’80 e nella possibilità di comprare la pubblicità sulle reti televisive della Fininvest per una cifra forfettaria. È anche per questo motivo che «la società passa da 20 miliardi di lire di ricavi complessivi nel 1986 […] a quota 100 miliardi di lire nel 1990». Nel 1994 il “re dei giocattoli” ha fatto il proprio ingresso nel mondo del calcio, acquisendo il Saronno, che ha portato dall’Interregionale fin quasi alla serie B. Nel 1997 ha comprato il Como, facendolo risalire dalla C alla serie A in cinque anni, ma poi lo ha affossato, acquistando nel 2003 il Genoa e nel 2006 il Lugano. Le vicende giudiziarie del patron rossoblu, residente in Svizzera, sono note: per la bancarotta del Como ha subito «23 mesi di condanna penale in primo grado e cinque anni di squalifica sportiva»; per aver manipolato la gara Genoa-Venezia del 14 giugno 2005 (finita 3 a 2) è stato condannato in appello a 4 mesi di reclusione, mentre il Genoa, promosso sul campo in A, è stato retrocesso per la stagione successiva in serie C.

Turano, “dulcis in fundo”, parla del magnate per antonomasia del calcio nostrano: Berlusconi. La biografia del Cavaliere è ricostruita, nei suoi tratti salienti, a partire dagli esordi come “palazzinaro” nel 1961 fino a giungere ai nostri giorni: l’amicizia con Marcello Dell’Utri, la creazione della Edilnord, l’incontro con Vittorio Mangano e i presunti rapporti con la mafia siciliana, la costituzione della Fininvest e l’ingresso nel mondo delle telecomunicazioni, l’iscrizione alla Loggia P2, l’acquisto del Milan e le vittorie sportive, la “discesa in campo” e l’andamento altalenante della carriera politica, i guai giudiziari e il presumibile tramonto. Si tratta, perlopiù, di vicende risapute. Tuttavia, l’autore di Fuori gioco ci fornisce anche qualche informazione poco nota, come ad esempio la scoperta, fatta dai magistrati milanesi, che «la polisportiva Berlusconi (non solo calcio, ma anche pallavolo, rugby e hockey su ghiaccio) utilizza la contabilità offshore per pagare in nero gli atleti e frodare il fisco» (il Cavaliere è stato comunque prosciolto anche da questa imputazione «grazie alla legge sul falso in bilancio varata dal governo Berlusconi nell’agosto del 2001»).

Il saggio di Turano lascia a dir poco sgomenti coloro che del calcio hanno ancora un’idea “decoubertiana” e conferma le opinioni di chi lo considera soprattutto un grosso miscuglio di affari e di interessi politici, che ha poco a che vedere con lo sport. Di questo avviso è anche Turano, che non a caso, all’inizio del libro, afferma quanto segue: «Il calcio è potere allo stato puro perché in campo conta solo vincere. Il potere è attratto dal calcio per due motivi: perché vuole trasformarlo in un’impresa economica come le altre e ottenere una legittimazione pubblica». Il football, a nostro avviso, è purtroppo scaduto ormai da tempo a sorta di novello “oppio dei popoli”, funzionale agli interessi e alle ambizioni di una élite di plutocrati priva di scrupoli e di senso della misura.

Giuseppe Licandro

(LucidaMente, anno VII, n. 75, marzo 2012)

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1 Comment

  • Dearest Nephew Pino,

    I have thoroughly enjoyed reading your review; I have learned shocking facts and new words I never knew existed. Thank you for your hard and brilliant work !

    Love.

    Zia Silvana