IL PIACERE DELLA CULTURA|1 ottobre 2007 00:00

“In Francia affetto e simpatia, in Italia…”

Giancarlo Fornari è presidente dell’Associazione LiberaUscita per il testamento biologico e per la depenalizzazione dell’eutanasia e direttore responsabile della rivista telematica Contrappunti.info. Negli anni accademici 2003-2006 è stato docente di comunicazione pubblica presso le Università di Viterbo e Macerata. Tra le sue ultime pubblicazioni, La nuova comunicazione pubblica (edizioni Il Sole 24 Ore, Milano 2004) e L’imbarbarimento del linguaggio politico (edizioni Ediesse, Roma 2006). Ecco la sua Introduzione al libro di Chaussoy.

Quando Christiane Krzyzyk propose a Giampietro Sestini, segretario di LiberaUscita, di editare sotto l’egida della nostra associazione una traduzione italiana del diario di Frédéric Chaussoy, il medico che aveva aiutato a morire Vincent Humbert – il ragazzo francese divenuto tetraplegico, muto e quasi cieco a seguito di un drammatico incidente stradale -, non esitammo un istante ad accettare, dopo esserci assicurati di poter contare sulla collaborazione della InEdition editrice di Bologna e del suo direttore editoriale Rino Tripodi, nostro aderente, nonché direttore della rivista telematica “di cultura ed etica civile” LucidaMente.
Non solo perché ci aveva commosso la vicenda umana di Vincent sin da quando avevamo avuto modo di leggere il suo libro Je vous demande le droit de mourir, scritto con l’aiuto di un’infermiera che “traduceva” i movimenti del pollice – l’unica parte del corpo che il ragazzo riusciva a muovere dopo l’incidente – ma anche perché in quei giorni era ancora viva in Italia l’eco dei toccanti funerali laici di Piergiorgio Welby. Anche Piergiorgio, tragicamente condannato come Vincent a un’immobilità perpetua, aveva ripetuto per anni la richiesta di poter terminare una vita che considerava peggiore della morte. Anche Piergiorgio, come Vincent dal dottor Chaussoy, era stato aiutato a morire da un coraggioso medico rianimatore, Mario Riccio. E come Chaussoy, anche Riccio era stato incriminato dal magistrato inquirente con la stessa gravissima accusa: omicidio.
Ma, purtroppo, le analogie tra i due casi finivano qui, perché in Francia la vicenda di Humbert era stata seguita con affettuosa partecipazione dall’opinione pubblica, mentre in Italia la Chiesa cattolica con interventi quasi quotidiani dei suoi dignitari aveva fatto di tutto per creare una corrente di opinione pronta a colpevolizzare chiunque avesse osato venire incontro alla richiesta di Welby. Così, dopo il pietoso intervento di Mario Riccio, si era levata la canea dei teo-con, con alla testa addirittura un ex presidente della Repubblica, che aveva gridato all’omicidio, mentre le stesse gerarchie cattoliche, capitanate dal cardinale Ruini, negavano a Welby le esequie religiose che avevano invece sempre accordate senza batter ciglio a tutti i più sanguinari assassini come i capi mafiosi o i banditi della Magliana – a uno dei quali, persuase da argomenti che non è difficile immaginare, avevano addirittura concesso l’eccezionale privilegio della sepoltura in una basilica romana.
In Francia il ministro della Sanità, Jean-François Mattei, aveva avuto il coraggio di invitare i magistrati, nel giudicare l’operato della madre di Vincent e del dottor Chaussoy, a tener conto del sentimento dei francesi: tra i quali, aveva detto, “non credo ci siano molti che si augurano che vengano puniti”. E aveva aggiunto: “quando un malato in piena coscienza chiede di cessare di vivere e lo si accompagna perché se ne vada con dignità, penso che non siamo in una situazione che possa accomunarsi all’eutanasia”.
Per contro in Italia un’imbelle ministra della salute, Livia Turco, non aveva saputo fare di meglio, per scaricarsi da ogni responsabilità, che rivolgere un quesito alla Consulta ministeriale di bioetica – notoriamente imbottita di cattolici “osservanti” – per sapere se nel caso Welby si potesse parlare di accanimento terapeutico. “Assolutamente no”, aveva naturalmente risposto la Consulta, con ciò escludendo implicitamente la possibilità per qualunque medico di sospendere impunemente le cure – e, quindi, tacciando a priori di omicida chiunque avesse osato farlo. Che ci fosse bisogno di un cambio di governo Prodi-Berlusconi e di un ministro diessino al posto del cattolico Sirchia al dicastero della salute per arrivare a un simile risultato è veramente sconfortante. Ed era quindi più che naturale che sotto la spinta della canea si arrivasse all’incriminazione del dottor Riccio per omicidio del consenziente.

L’habeas corpus dell’articolo 32 – Eppure, come abbiamo cercato di chiarire sin dall’inizio sul sito della nostra associazione www.liberauscita.it, secondo il diritto italiano la situazione di Welby (e, indirettamente, quella di Mario Riccio) era molto semplice. Qui l’accanimento terapeutico non c’entrava proprio nulla, in quanto nessun medico ha il diritto di “accanirsi” sia pure a fin di bene (naturalmente, del “suo” concetto di bene) sul corpo di una persona contro la sua volontà. Lo vieta l’articolo 32 della Costituzione, evidentemente ignoto all’illustre ministra della salute, in base al quale “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana“.
Questo articolo – una specie di “habeas corpus” della persona malata – ci dice che non siamo per nostra fortuna in un regime di totalitarismo sanitario. Nessun medico si può “accanire” su di noi senza il nostro consenso. E noi siamo liberi di non dare il consenso alle cure anche se dal rifiuto dipende la nostra vita. Vedi il caso recente della donna che ha rifiutato l’amputazione di una gamba, morendo poco dopo: la vita era sua ed era suo diritto decidere cosa farne. Vedi – come ci ricorda in questo stesso libro Chaussoy – i tanti casi dei malati di tumore che rifiutano l’ultima, inutile chemio e se ne vanno a casa a morire in pace. Ed è proprio questo il diritto che si voleva negare a Welby. L’accanimento non c’entra nulla, come anche i magistrati e gli stessi giudici della Procura di Roma hanno riconosciuto. C’entra solo il diritto di consentire o meno alle cure stabilito dall’articolo 32 della Costituzione. E non c’è nessun bisogno di una legge, come bene ha spiegato su la Repubblica Stefano Rodotà, illustre socio onorario della nostra associazione, perché questo articolo di per sé precettivo possa avere applicazione.
E’ chiaro che il diritto all’autodeterminazione del trattamento sanitario – e quindi la possibilità di rifiutare qualunque intervento, anche salvavita – riguarda sia la possibilità di intraprenderlo, sia quella di interromperlo quando già in atto, come nel caso di Humbert e di Welby. Sembra abbastanza contraddittorio ammettere che un individuo possa rifiutare un determinato trattamento e non possa invece più respingerlo dopo che questo sia iniziato. Nella sostanza i due casi sono completamente analoghi: in entrambi dal rifiuto delle cure deriva la perdita della vita, in entrambi ci si trova di fronte a un trattamento che al paziente non può essere imposto se non violando la Costituzione. Se c’è una differenza, questa sta unicamente dal lato del medico: nel primo caso costui si trova di fronte a un obbligo di astensione, di “non facere“, nel secondo a quello di compiere un determinato atto: con la sensazione, quindi, che da questo suo atto (il famoso “staccare la spina”) derivi direttamente la morte del paziente a lui affidato.
Si capisce che questa differenza produca un impatto diverso dal punto di vista soggettivo ed emotivo. Ma, se si vuole attuare pienamente il dettato costituzionale, occorre riconoscere che il diritto all’autodeterminazione del trattamento sanitario sussiste sempre e comunque, sia che questo debba ancora essere intrapreso, sia nel caso abbia già avuto inizio e debba viceversa essere interrotto. In sostanza ciò significa affermare che in nessun caso un cittadino può essere considerato una “proprietà” del medico, un “ostaggio” del sistema sanitario, che, sia pure a fin di bene, può accanirsi sul suo corpo come meglio crede. Se ci sono due volontà in conflitto, quella del medico e quella del malato, è la seconda – purché sia responsabile e informata – che deve prevalere.

Testamento biologico ed eutanasia – L’accanimento terapeutico può invece facilmente configurarsi quando il malato non è in grado di esprimere la propria volontà. Il suo corpo a questo punto è nelle mani dei medici i quali – bisogna dire “purtroppo”, in tanti casi – possono farne ciò che vogliono, in base ai loro criteri e secondo loro “scienza e coscienza”, senza bisogno di un consenso che il paziente, per definizione, non potrebbe esprimere.
E qui subentra appunto la necessità che venga finalmente riconosciuto per legge il testamento biologico, del quale si parla più volte anche nel libro. Tramite il testamento biologico (detto anche “testamento di vita” o “direttive anticipate”) si esprime il proprio consenso o dissenso nei confronti di determinate cure, esercitando così il diritto concesso a tutti i cittadini dalla nostra Costituzione. Lo si fa però in anticipo, proprio in vista dell’eventualità che un domani, entrati in coma, non si possa farlo più.
Da non confondere infine con l’interruzione dell’accanimento terapeutico è l’eutanasia. Se ne distingue perché l’interruzione dell’accanimento è doverosa, qualora richiesta dal malato o dalla corretta interpretazione dei doveri del sanitario (come ad esempio nel caso di assoluta inutilità e futilità delle cure) ed è un fatto semplicemente “inattivo”: smettere di curare. Mentre l’eutanasia è un fatto “attivo”: procurare, in casi prestabiliti e con tutte le necessarie garanzie, la morte di una persona, pienamente capace di intendere e di volere, che la richiede. Ma su questo tema vorrei rinviare alle ampie informazioni presenti sul nostro sito e alle proposte di legge presentate anche da parlamentari a noi vicini.

Gli sviluppi giudiziari – Per fortuna entrambi i procedimenti aperti nei confronti dei due medici, Chaussoy in Francia e Riccio in Italia, si sono risolti favorevolmente.
Nel febbraio 2006, dopo un’istruttoria durata più di due anni, il procedimento per omicidio “mediante avvelenamento” contro il medico e quello per tentato omicidio contro la madre di Vincent sono stati chiusi con un non luogo a procedere. Il Pubblico ministero, pur ammettendo che i loro comportamenti sono puniti dalla legge, aveva chiesto il proscioglimento. Il giudice istruttore ha accolto la richiesta riconoscendo che i fatti sono stati commessi “sotto l’influenza di una costrizione che esonera gli imputati da qualsiasi responsabilità penale”.
Anche il dottor Riccio, nonostante la campagna colpevolista montata contro di lui, è stato prosciolto. La Procura aveva chiesto ben due volte l’archiviazione ma il gip Renato Laviola l’aveva rigettata. Il 22 luglio 2007 il gup di Roma, Zaira Secchi, ha riconosciuto che Riccio ha “adempiuto ad un suo dovere” aderendo alle richieste del malato e quindi ha sentenziato che “il fatto non costituisce reato”. Finalmente – ha osservato il difensore di Riccio, Giuseppe Rossodivita – “è stato riconosciuto che il titolare del diritto è il paziente. Il medico che interviene adempie a un suo dovere. Il giudizio di oggi lo ribadisce in modo chiaro“. La Procura capitolina, rappresentata in aula dal pm Francesca Loy, ha rinnovato la richiesta di non luogo a procedere. Richiamandosi alla Costituzione, il magistrato ha affermato che “il diritto fondamentale a rifiutare il trattamento medico vale di regola senza esclusioni e quindi anche con riferimento a terapie di cosiddetto sostegno vitale, che non potranno essere imposte con la forza a un soggetto dissenziente e nemmeno proseguite contro la sua volontà“. Una decisione che restituisce credibilità e fiducia alla magistratura italiana.

Le difficili scelte legislative – Queste decisioni, pur importanti, non risolvono da sole, senza una legge, il problema dell’autonomia dell’individuo nelle scelte di fine vita. In Francia la legge Leonetti, di cui si parla anche nel libro, approvata a tambur battente sull’onda dell’emozione suscitata dal caso Humbert, riguarda solo l’interruzione delle cure nei confronti dei malati terminali, e quindi sarebbe inapplicabile a casi come quello di Vincent. Per una legge che affronti il problema alle radici si sta battendo l’infaticabile madre di Vincent, Marie Humbert, che a questo scopo è parte attiva anche di un movimento – Faut qu’on s’active – che ha elaborato una proposta di legge di iniziativa popolare (Du droit de tout être humain d’exprimer sa volonté de fin de vie; du droit de se retirer dans la dignité), sostenuta finora da oltre trecentomila firme.
In Italia – dove abbiamo almeno la fortuna, finché non sarà abrogato, di poter contare sull’articolo 32 della Costituzione – ci si scontra, per qualunque anche moderata soluzione legislativa, con l’opposizione muro contro muro del fondamentalismo, pronto ad alzare le barricate per difendere ad ogni costo (costo, beninteso, di chi soffre) il dogma della vita come “dono di Dio”: del tutto indifferente al fatto che questo dono, per molti infelici, possa essersi trasformato in una dolorosa condanna.
Evidentemente, nessuno tra noi poteva pensare che con l’avvento del centro-sinistra si sarebbe arrivati più o meno facilmente ad una legge che depenalizzasse l’eutanasia. Ma quanto meno ci sembrava ragionevole poter sperare in una legge che introducesse anche da noi il testamento biologico, come applicazione non solo dell’art. 32 della Costituzione ma anche di una Convenzione internazionale (quella di Oviedo del 4 aprile 1997, ratificata in Italia con la legge 28 marzo 2001, n. 145) che impegna gli stati firmatari a riconoscerlo legalmente.
Una legge indispensabile anche per evitare la disparità di trattamento tra un paziente che ha subito un terribile incidente ma ha mantenuto la coscienza (e quindi può rifiutare misure sanitarie da lui giudicate inutile accanimento) e un altro paziente, che dopo un incidente analogo abbia perso la capacità di intendere e di volere, e quindi rimane ostaggio del sistema sanitario: il quale – proprio approfittando del suo stato di incoscienza – si sente in diritto di prolungare ad libitum la sua agonia praticandogli trattamenti che lui rifiuterebbe volentieri, se solo potesse averne la possibilità.
La Commissione Sanità, sotto la spinta del suo presidente (che in questa legislatura è anche un illustre medico, il senatore Ds Ignazio Marino), sta lavorando da più di un anno per elaborare una proposta che abbia la possibilità di essere approvata. I problemi che incontra sono però gravi e numerosi. C’è tra questi la difficoltà di stabilire il carattere più o meno cogente delle direttive del malato. Sono vincolanti per il medico – il quale potrebbe al più esprimere l’obiezione di coscienza – oppure (cosa che ovviamente svuoterebbe di ogni significato il testamento) il medico può decidere discrezionalmente se seguirle o meno?
E il concetto di trattamento sanitario si deve riferire – come sosteniamo noi – a qualsiasi forma di trattamento riguardante la salute della persona, sia strettamente medico, sia farmaceutico, diagnostico o di “sostegno vitale” (come l’idratazione e l’alimentazione forzata), oppure si deve distinguere tra terapie vere e proprie e misure di sostegno, le quali ultime secondo la Chiesa non rappresenterebbero un trattamento sanitario? Una tesi, con tutto il rispetto, totalmente assurda, perché come hanno confermato formalmente in una audizione al Senato i rappresentanti della categoria di specialisti che si occupano di questo tipo di assistenza, siamo di fronte a trattamenti che possono essere praticati solo in ambiente ospedaliero, solo da sanitari e solo mediante apparecchiature mediche altamente sofisticate. E’ specioso – come ha pensato bene di ripetere il cardinale Ruini, che sembrava pensionato e invece pare non lo sia affatto, e come ha ribadito ancora una volta, proprio mentre scriviamo queste note, la Congregazione per la dottrina per la fede – sostenere che non siano trattamenti sanitari ma semplici prestazioni di carattere alimentare, come se si trattasse di attività che possono tranquillamente essere svolte al ristorante. Si tratta in realtà di vere e proprie prestazioni mediche e pertanto il divieto di “accanimento terapeutico” – che ormai tutti, almeno a parole, mostrano di condividere – deve riguardare anche loro. E’ il caso di dire che è proprio messo male il paese in cui sono i sacerdoti, e non i medici, a presumere di poter stabilire ciò che è un atto medico e ciò che non lo è.
Lascia stupefatti, poi, che lo stesso documento della Congregazione ammetta che si possa far cessare questo maniacale attaccamento al presunto “dono di Dio” in due ipotesi: “nei casi di estrema povertà” e se la persona vive “in regioni molto isolate e povere”. Se la famiglia o l’ospedale possono permetterselo, dunque, un ammalato in stato vegetativo permanente deve stare indefinitamente attaccato a un respiratore ed essere alimentato con il sondino. In caso negativo si può staccare la spina. Una vera e propria orgia di relativismo etico, il “dono di Dio” come un fatto di classe. Non è giusto, del resto, che i poveri volino prima verso il Signore?
E naturalmente la sempre più imbelle ministra della Salute si è rifiutata di commentare.
Date queste premesse, esiste il fondato sospetto che gli sforzi pur ammirevoli compiuti dal presidente Marino per arrivare in Senato ad una legge sulle direttive di fine vita condivisa tra maggioranza (se così si può chiamarla) ed opposizione siano purtroppo destinati al fallimento, e che neanche in questa legislatura si possa arrivare su questo tema al livello della maggior parte dei paesi occidentali. A meno, naturalmente, che non si voglia una legge che fingendo di introdurre il diritto alle direttive anticipate lo svuoti di fatto di ogni significato. Ma allora siamo pienamente d’accordo con quanto ha sostenuto l’altro nostro socio onorario Veronesi, che sarebbe meglio nessuna legge che una cattiva legge.

Eroi del nostro tempo – Certamente anche per quanto riguarda l’approccio ai temi bioetici questa maggioranza non può essere paragonata a quella che ha sostenuto il governo Berlusconi. E tuttavia non c’è dubbio che l’impegno a legiferare su queste materie in accordo con la Chiesa cattolica (impegno espresso, in più occasioni, addirittura dallo stesso presidente Napolitano) non potrà mai portare, non solo dal punto di vista laico ma anche da quello del rispetto dei principi della Costituzione, ad alcun accettabile risultato. Basterebbe immaginare cosa sarebbe successo – al momento in cui si dovevano discutere le leggi sul divorzio e sull’aborto – se l’allora presidente della Repubblica avesse invitato a procedere d’accordo con il Vaticano. Saremmo ancora nelle mani della Sacra Rota e delle mammane.
Purtroppo, finché la compagine laica sarà così timida e minoritaria (forse ancora più timida che minoritaria) e finché gli integralisti cattolici, suddivisi nei vari schieramenti, avranno un così forte potere di interdizione – molto più forte di quello che poteva avere ai vecchi tempi la Democrazia cristiana, e accresciuto da una legge elettorale che ha balcanizzato il quadro politico – non solo non c’è da sperare in qualche progresso delle istanze laiche sui temi etici e bioetici ma c’è da aspettarsi dei passi indietro rispetto alle conquiste del secolo scorso. Basta vedere le pressioni delle gerarchie cattoliche, di giorno in giorno più minacciose, per una revisione della legge sull’aborto. E quindi vicende come quella di Piergiorgio Welby sembrano destinate a rimanere ancora a lungo delle coraggiose testimonianze. Ma non importa. Dobbiamo ricordare Piergiorgio per quello che era, un uomo di grande spessore umano, che per ventisette anni ha affrontato un destino ingiusto e ha detto basta quando non ne poteva più delle sue torture, e il suo “basta” non lo ha vissuto come un fatto personale (che avrebbe potuto essere risolto facilmente “all’italiana”) ma lo ha trasformato in un fatto politico.
La storia di un uomo divenuto in tutto il mondo, al pari di Vincent, un’icona della battaglia per la libertà di scelta della propria vita e un apostolo della lotta contro le ipocrisie. Le ipocrisie di chi anche nel giorno del suo funerale ha ripetuto da oltre Tevere che bisogna lasciare che la vita “abbia il suo naturale svolgimento”, facendo passare per “natura” le apparecchiature che prorogano artificiosamente una vita che altrimenti – se davvero le si fosse lasciato fare – sarebbe da tempo giunta alla fine. Le stesse ipocrisie di chi vorrebbe coltivare all’infinito l’accanimento terapeutico e si oppone al testamento biologico e all’eutanasia fingendo di non sapere che ogni giorno nei nostri ospedali mani pietose staccano spine che prolungano la tragica sofferenza di vite ormai condannate, facendo nell’ombra quello che Welby e la sua compagna hanno chiesto venisse fatto alla luce del sole.
E con Piergiorgio dobbiamo ricordare Mina Welby, una piccola donna all’apparenza fragilissima che ha trovato la forza di combattere tanti anni per assisterlo e sostenerlo e farsi sostenere da lui. Dobbiamo ricordare Mario Riccio, il medico che ha acconsentito a fare per Welby quello che lui chiedeva disperatamente e che lo Stato, i magistrati, i preti, volevano negargli. E che ci è sembrato la persona ideale – lui che ha vissuto in prima persona lo stesso dramma – per scrivere la prefazione a questa appassionata autodifesa del medico francese.
E insieme a loro dobbiamo ricordare Vincent Humbert e sua madre Marie. “Ho voluto questo libro – aveva dettato con il pollice Vincent dal letto in cui subiva la sua condanna – che non leggerò mai da vivo… non lo vedrò mai nelle librerie perché sono morto dal 24 settembre del 2000, poco dopo le otto di sera, su una strada provinciale. Ho voluto io questo libro-testamento. Testamento, sì, perché sto per morire. Lascerò questa non-vita in un giorno che solo io e mia madre conosciamo e abbiamo scelto. Ma io voglio che la mia esperienza di morto vivente serva agli altri… “.
E infine – ma l’elenco potrebbe continuare – dobbiamo ricordare Ramón Sampedro, il giovane spagnolo cui è dedicato il film di Alejandro Amenábar Mar Adentro (Mare dentro), rimasto immobilizzato a causa di un tuffo in acqua bassa, che per ventotto anni ha chiesto il diritto ad una morte dignitosa ottenendola infine grazie all’amore pietoso della sua donna.
Tutti insieme, Vincent, Ramón e Piergiorgio, ciascuno per proprio conto, hanno rifiutato una condanna che si vorrebbe far passare per un dono e rivendicato il diritto di scegliere autonomamente il loro destino. Hanno affermato che il nostro corpo e la nostra anima sono proprietà nostra e non di medici, poliziotti, magistrati e sacerdoti. Per questo dobbiamo dire grazie a loro e alle persone che hanno avuto il coraggio di rispondere alle loro invocazioni. Grazie per quanto avete fatto per noi.

Roma, settembre 2007

L’autore, come detto in apertura, presiede l’Associazione per il testamento biologico e per la depenalizzazione dell’eutanasia Libera Uscita (www.liberauscita.it, clicca qui).

L’immagine: un’immagine di Frédéric Chaussoy, autore del libro.

Giancarlo Fornari

(LucidaMente, anno II, n. 23, novembre 2007)

Print Friendly

No Comments