INEDITION|27 febbraio 2008 00:00

“Affonderò, cedendo all’esilio della vita”

Ascolto, io che occhi non ho
più, il canto della fine,
immerso nelle acque
infernali dell’Averno.
Ascolto la mia solitudine,
non sento il sangue e le mie
ferite non meritano tal nome
e un destino di morte perenne.
Cerco, ma ormai le membra
tendono alla brina
mattutina e il cedro
è pronto ad accogliermi
in quel sonno strappato alla vita.
Il respiro viene a mancare
Il cuore palpita ancora
per te,
che le mie ferite curasti
col tuo assolo
di carezze e attenzioni.
Ora tu più non sei
o forse mi sei sfuggita
e nel fluire della vecchiaia
la mia lei non sarai.
Non vedrò il bianco
nel tuo vestito
o un anello nel tuo dito;
non sentirò la tua giornata
nelle vite e nelle morti
del sole, e il tuo tocco mancherà
all’avvenire del secondo
solstizio.
Mancherai semplicemente.
Prima ti scaglierò
questa pietra forgiata
di parole rimarcate dai tempi
andati, prima affonderò
lento
nel letto dell’acqua
in tempesta, cedendo
all’esilio della vita.

(Ascolto)

Alberto Comparini

L’autore è molto giovane, essendo nato a Genova nel 1988. Ama Dante e Nietzsche, Sartre e Camus, Leopardi e Montale, e la letteratura russa. E’ iscritto alla Facoltà di Fisica dell’Università di Genova.

IL COMMENTO CRITICO

La lirica, opera dell’estro giovanile di Alberto Comparini, è un grido di dolore, rassegnato all’assenza della donna amata. Una sorta di martirio il suo, ormai condannato alle “acque infernali dell’Averno”, nella solitudine dettata dal distacco dalla sua musa.

Il distacco dalla donna amata – Ogni verso esprime la rassegnazione del poeta che è consapevole di non avere più la possibilità di riallacciare il legame sentimentale con la donna, ormai solo un ricordo. L’ambientazione che fa da sfondo a questo graffiante grido d’amore è soffusa, confusa, imprecisata, anche se rare espressioni le conferiscono una parvenza di realtà. L’acqua, elemento per eccellenza di purificazione, diviene per Comparini motivo di dolore (“acque / infernali”, “acqua / in tempesta”), perdendo ogni connotazione positiva o mantenendone flebilmente qualche caratteristica (“brina mattutina”).

Una donna angelo – Il componimento esprime il violento distacco di due amanti, in cui la donna appare evanescente, irraggiungibile, con rarissime connotazioni che, in poche sedi, le conferiscono una grande leggiadria (“tuo assolo / di carezze e attenzioni”, “il tuo tocco mancherà”). Sul suo aspetto l’autore ci dice poco, non effettuando una descrizione, ma immaginando il momento delle nozze con il vestito bianco e l’anello al dito, consapevole dell’irrealizzabilità del suo sogno. Una donna angelo quindi, che non può non richiamare, seppur con un rapido e superficiale cenno, la dolce e piana poesia degli stilnovisti, assidui cantori dell’inviolabile bellezza delle proprie donne amate.

La connotazione pessimistica – L’intera lirica è connotata da un forte pessimismo, legato alla profonda delusione della separazione dalla propria musa ispiratrice. Un pessimismo che si esplica nel “canto della fine” di cui il poeta si fa portavoce, vivendo in una continua solitudine, definito un “destino di morte perenne”. L’angoscia di Comparini assume vigore fisico, venendogli a mancare il respiro e sentendo il cuore palpitare forte. Poi sfiora l’immagine della vecchiaia, priva della sua donna, terminando il suo inno di dolore con il triste affondare nelle acque tempestose della vita, esilio forzato ormai privo d’amore.

Metro e forma – La lirica, dal punto di vista stilistico, appare riuscita, con versi liberi e occasionali rime che rimarcano molto sofficemente il ritmo poetico. Le numerose spezzature del testo, provocate da sapienti enjambement, rafforzano il doloroso messaggio di angoscia che il poeta vuole comunicare, riservando spesso anche l’intero verso a termini dall’indubbia suggestione comunicativa (“attenzioni”, “solstizio”, “per te”, “lento”).

L’immagine: Il muro (olio) di Angela Crucitti. Per ammirare altre opere di questa notevole artista, si può navigare nel suo sito personale: www.angelacrucitti.com.

Marco Papasidero

(LucidaMente, anno III, n. 28, aprile 2008)

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