RECENSIONI|16 marzo 2008 00:00

Vite di scarto: l’ansia di un futuro migliore

Secondo il dossier Caritas-Migrantes 2007, sono circa 28 milioni gli immigrati che, a tutt’oggi, premono alle porte dell’Occidente, che diventano 50 milioni se includiamo quanti nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza. Salta agli occhi l’immagine dei profughi che fuggono da persecuzioni, guerre, e tutte quelle “vite di scarto” come le chiama Zygmunt Bauman, che dal Terzo Mondo o dall’Est Europa riescono a permettersi di sopportare i costi e le umiliazioni di quei viaggi, in condizioni spesso spaventose, verso i “paradisi”, conosciuti attraverso la televisione, che travolgono l’immaginario collettivo dei migranti, creando nelle loro coscienze aspettative sempre maggiori.
In Italia poi, a sentire i mezzi d’informazione e i politici, si potrebbe pensare che siano “ospitati” più immigrati che nel resto dell’Europa, forse del mondo… Ma la realtà è sempre un po’ diversa… I dati dell’Istat riferiti all’1 gennaio 2007 ci dicono che con i nostri 3 milioni di immigrati regolari, tra quelli iscritti all’anagrafe e quelli con permesso di soggiorno, che corrispondono al 5% della popolazione italiana, non ci avviciniamo nemmeno a Paesi come la Germania, con l’8,8% di immigrati, la Spagna, che ha registrato il 6,2% con permesso di residenza (senza il quale la percentuale sale a 9,3%), o la Francia con il 5,9 per cento.

L’Italia come eldorado televisivo
Gli immigrati vengono in Italia per due principali motivi: per lavoro (un milione e mezzo) e per ricongiungimento familiare (750 mila). Insieme spiegano la presenza di quasi il 90% degli stranieri. Il restante 10% di immigrati è qui per motivi di studio (albanesi soprattutto), di religione (Spagna e Polonia) o di asilo politico e ragioni umanitarie (immigrati da Kosovo ed Eritrea sono i primi). Sono appunto motivi di lavoro che spingono gli immigrati nelle zone più attive a livello industriale del Centro-Nord, portandoli a seguire le direzioni migratorie degli stessi italiani. Albania, Marocco e Romania sono le tre maggiori comunità straniere presenti in Italia, e da soli rappresentano il 59%25 di tutti gli stranieri nel nostro Paese.
L’Emilia-Romagna rispecchia la situazione nazionale: il 15,6% di tutti i marocchini in Italia sono nella nostra regione – e sono il 16,9% di tutti gli stranieri qui presenti -, la sola comunità italiana maggiore è quella della Lombardia, con 343 mila immigrati dal Marocco, un quarto di tutti quelli presenti nel Paese. In Emilia-Romagna 7,5 cittadini su 100 sono stranieri, subito sotto la Lombardia, con 7,6 su 100, ma ci sono picchi maggiori a seconda delle singole città prese in considerazione.
Rispetto all’1 gennaio 2004 si è registrato un aumento di immigrati regolari quasi del 50%, dovuto soprattutto alle leggi di regolarizzazione e ai nuovi più accurati censimenti. Ma a parte le modalità di registrazione, alcune comunità sono effettivamente raddoppiate rispetto al 2004. Gli immigrati provenienti dall’Ucraina, per esempio, sono passati da 60 mila a 120 mila, di cui ben 97 mila sono donne! La comunità della Moldova da 25 mila individui è arrivata a 55 mila, anche qui con una certa preponderanza femminile. Forte aumento anche dell’immigrazione dal Sud America, soprattutto da Ecuador e Perù.
Nel 2006, nonostante siano state raddoppiate le quote annuali di lavoratori provenienti dall’estero, portate a 170.000, ci sono state 540 mila domande di assunzione, che hanno reso necessaria l’emanazione di un secondo decreto flussi, disponendo ulteriori 350.000 ingressi.

Clandestinità e devianza elementi fisiologici del fenomeno
E mentre “si continua a presupporre che i lavoratori stranieri da assumere aspettino dall’estero la loro chiamata, è risaputo che, in attesa di essere ufficialmente assunti, essi già hanno iniziato a lavorare in Italia”, amplificando il fenomeno della clandestinità e tutto ciò che esso comporta. A quote di ingresso non adeguate, vanno quindi aggiunte cause come la scarsa praticabilità dei percorsi stabiliti per l’inserimento legale e per l’incontro tra datori di lavoro e persone da assumere, la diffusione dell’area del lavoro nero, la precarietà dello status di regolari, e la posizione geografica del nostro paese che favorisce l’intensità dei flussi migratori.
Nel nostro paese le persone intercettate in situazione irregolare sono più di 100 mila all’anno. Inoltre i trafficanti di manodopera trovano nuove rotte per i traffici, nel caso italiano la Sardegna. Nel 2006 le forze dell’ordine hanno individuato 124.383 persone in posizione irregolare, e rimpatriati il 36,5 per cento. Dopo l’ultimo allargamento dell’Ue, che dal conteggio degli immigrati toglie bulgari e romeni, il numero degli intercettati in posizione irregolare è sceso al di sotto delle 100 mila unità (84.245).
I cittadini stranieri incidono in Italia per quasi un quarto sulle denunce penali e per quasi un quarto sulle presenze in carcere. Sulla percentuale complessiva dei reati commessi gli irregolari hanno la maggioranza. Quasi tutti gli stranieri che finiscono nelle nostre carceri sono infatti irregolari. In 4 casi su 5 si tratta di sfruttamento della prostituzione, estorsione, contrabbando e ricettazione (in Italia sono state assistite 45.331 persone, per la quasi totalità donne vittime di sfruttamento sessuale).
Gli stranieri regolari incidono invece quanto gli italiani nella produzione nazionale di reati. A Bologna per esempio, nonostante l’Emilia-Romagna sia tra le regioni più attive nell’ambito delle politiche di accoglienza e integrazione, i dati relativi alle presenze all’interno della Casa circondariale mettono in luce che oltre la metà delle presenze riguarda cittadini stranieri (la componente straniera è rappresentata dal 30%25 da coloro che hanno ottenuto una sentenza definitiva, e sono i 2/3 della popolazione carceraria gli imputati stranieri in attesa di giudizio, con una quota elevata rispetto agli italiani anche tra appellanti e ricorrenti). Tra le cittadinanze principali spicca il Marocco (quasi un quarto dei detenuti stranieri), seguito da Tunisia e Algeria e dai Paesi dell’Europa dell’Est come Albania, Romania ed ex Jugoslavia.

L’incremento delle nascite tra le donne immigrate…
La fotografia statistica italiana ci mostra che sul totale degli stranieri almeno la metà è in Italia da 5 anni, mentre uno su quattro è qui da ben 10 anni. Le comunità più longeve sono quelle provenienti dalle Filippine e dal Senegal (più della metà di entrambe è qui da almeno 10 anni), mentre le più giovani sono quelle di Ucraina e Romania (superano i 10 anni di presenza rispettivamente l’1%25 e 7,3%25). Generalmente si può comunque parlare di un’immigrazione stabilizzata, da cui derivano le molte nascite e la grande percentuale di minorenni. Nel 2006 il 10%25 di tutti i bambini nati in Italia aveva uno o entrambi i genitori stranieri.
Questo spiega l’incremento delle nascite italiane, passato da 1,19 nel ’95 a 1,34 nel 2007. Scomponendo il dato però si verifica che le donne italiane sono rimaste a una media di 1,24 figli mentre le madri straniere hanno 2,41 figli. Le tendenze sul numero di figli di donne immigrate variano molto a seconda delle zone di provenienza. Quando la patria di partenza vanta un livello di fecondità già alto, allora in generale il numero di figli si mantiene lo stesso, o addirittura aumenta, forse anche a causa di una situazione economica migliore. In Marocco, ad esempio, le donne fanno in media 2,76 figli, mentre immigrando in Italia arrivano addirittura a 4,19. E’ più o meno lo stesso per le madri egiziane, tunisine e pachistane. Anche le donne cinesi fanno esattamente il doppio dei figli rispetto alla media in patria, sentendosi probabilmente libere dalla legge restrittiva del figlio unico obbligatorio, vigente in Cina.

…e molte altre sorprese demografiche
D’altra parte si nota la tendenza inversa per le donne sudamericane o africane. Prendiamo il caso della Nigeria: lì la media delle nascite è di 5,85, mentre in Italia cala bruscamente a 2,20. La stessa cosa vale per Filippine, Ecuador, Perù e Brasile. Un altro dato interessante, sempre relativo alla famiglie, è che i Paesi più fecondi sono anche quelli che tendono maggiormente alla chiusura etnica: le comunità di immigrati da Pakistan, Egitto, Bangladesh e tutto il Sud-Est asiatico creano nuclei familiari sempre all’interno del proprio gruppo nazionale, ad esempio soltanto lo 0,6% dei nati da madre del Bangladesh è frutto dell’unione con un padre italiano. Al contrario, sono addirittura l’83,5% i figli nati da madre brasiliana e padre italiano. Le percentuali di figli nati da unioni miste sono alte anche per le donne della Polonia e dell’Ucraina. Queste ultime però mantengono lo stesso basso livello di natalità del Paese di provenienza (con rispettivamente 1,54 e 1,23 figli), anche perché le donne ucraine, ad esempio, arrivano in Italia molto spesso in età abbastanza elevata.

L’immagine: Rom in piazza Maggiore: è l’immagine classica, ormai stereotipata, dell’emarginazione.

Eva Brugnettini e Andrea Spartaco

(LMMagazine n. 1, 15 marzo 2008, supplemento a LucidaMente, anno III, n. 27, marzo 2008)

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