L’in-dignità degli uomini

Giustamente protetta la donna. Il maschio, invece, lo si può liberamente oltraggiare

La dignità della donna è suscettibile di venir offesa in molti modi, in via diretta o trasversale, con gesti e comportamenti, con parole e immagini, con allusioni e metafore, aperte insinuazioni o subdole dimenticanze. Su media e sugli strumenti di tutte le tipologie, in tutti gli ambiti, in contesti pubblici e privati. La cronaca rigurgita di queste lesioni contro le quali progressivamente si vanno prendendo provvedimenti in tutto l’Occidente. Ad esempio, le barzellette salaci sono state bandite dai protocolli comportamentali di molti campus americani.

Non si tratta di una reviviscenza del bacchettonismo cattolico e del puritanesimo protestante, né del ritorno al paternalistico dogma della cosiddetta “naturale pudicizia femminile” da rispettare e proteggere. Al contrario, si tratta di un’imposizione femminista che, però, per vie impensate, ci dirotta – ma guarda un po’ – proprio là da dove eravamo spavaldamente salpati, verso la liberazione dei costumi e del linguaggio. Quelle barzellette costituiscono infatti una lesione – latente e potenziale, se non conclamata – della dignità femminile: ben venga la censura. Contro la dignità della donna oggi si può peccare, anche a propria insaputa, in pensieri, parole, opere e omissioni. Ben vengano i giri di vite.

Il valore di una qualsiasi entità del mondo può venire misurato in forma negativa guardando al numero dei delitti morali e penali dei quali ci si può macchiare interagendo con essa. Tanto più grande è quel valore, tanto maggiore è il numero dei modi, l’estensione degli ambiti, la minuzia dei particolari implicati nel possibile oltraggio. All’apice stanno coloro alla protezione della cui dignità si creò il crimen lesae majestatis, reato in cui si incappava non solo a causa di parole aperte e dirette, ma persino con metafore, rimandi, allegorie, poi con la mimica facciale, il tono, il portamento. Con l’omissione di atti e citazioni. Il reato contro il re. Apicale è finalmente il valore della donna, novella nostra Sovrana, ogni giorno oltraggiata dal crimen lesae majestatis. Ben venga la repressione.

Del pari, ciò che non è suscettibile di venir oltraggiato non vale niente. Non si può offendere un insetto o denigrare un sasso. È dunque ragionevole chiedersi cosa debba dire o fare chi volesse davvero oltraggiare l’uomo. Qualsiasi epiteto usi non sarà un insulto, ma la descrizione, tutt’al più colorita, della realtà. Apostrofato, chi dubita che sia egoista, cinico, infantile, bambinone, mammone, narcisista, violento, tracotante, arrivista, insensibile, sciatto, incapace, presuntuoso, parassita, sfruttatore, fallocratico e misogino? Lo si dipinge come genocida: non è forse vero? Si giura che in lui sonnecchia il prevaricatore: come negarlo? Si garantisce che è un potenziale stupratore, da vivo, ma da morto no: chi può smentire?

Sua Maestà Apicale può farsi corteggiare, spesare, portarselo a letto, tenderlo come un violino e sul più bello scaricarlo. Vi pare questo un oltraggio? Novella Bobbit, può tagliargli l’intimità: farà ridere mezzo mondo. La dignità della donna viene lesa ogni giorno, quella dell’uomo mai. L’in-dignità non è oltraggiabile.

Rino Della Vecchia

(LucidaMente, anno VII, n. 75, marzo 2012)

Print Friendly
Tag:, , , , ,
  • Share this post:
  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • Digg