RECENSIONI|2 giugno 2008 00:00

Trent’anni “vissuti” da “la Repubblica”

Lo sappiamo, ma ribadirlo non può che rafforzare il concetto: i quotidiani non sono tutti uguali e soprattutto non possono essere assimilati l’uno con l’altro. Certo è, però, che alcuni, più di altri, dettano leggi per ciò che concerne lo stile, l’impaginazione e il trattamento delle notizie.
Stiamo inequivocabilmente parlando de la Repubblica, e ne apprendiamo fattezze e sviluppi in un libro che ha celebrato i suoi trent’anni di “onorato servizio”: “la Repubblica”. Un’idea dell’Italia (1976-2006) (il Mulino, pp. 176, € 11,00), scritto da Angelo Agostini, giornalista e studioso di media.

Le origini e l’evoluzione de la Repubblica – All’inizio della sua “carriera” il quotidiano, fondato da Eugenio Scalfari, non era come lo conosciamo noi oggi: trattava argomenti di politica economia e spettacolo, ma mancava ancora di sport e cronaca. Inoltre non usciva il lunedì, e questo concorreva, oltre che all’acquisto di un altro giornale per colmarne il vuoto, anche a risultati di vendite non molto incoraggianti. Tutto però cambia ben presto con un nuovo assetto che Scalfari dà al giornale, rendendolo più generalista. Egli è stato in grado di sperimentare nuove strade di modernizzazione del giornalismo, non avendo remore nell’abbattere le più solide roccaforti della stampa italiana e in questo percorso Ezio Mauro l’ha seguito e certamente continua ancora a farlo. Lo stesso Corriere della sera, denominato “la vecchia signora”, ha indossato, per merito di Paolo Mieli, la minigonna proprio grazie all’innesto delle innovazioni avviate da la Repubblica. Sotto la testata, il quotidiano, mantiene ancora il nome del fondatore accanto a quello del direttore attuale. Questo perché può essere considerato un one person paper, cioè un quotidiano che si identifica totalmente con il proprio direttore; e che, anche se ormai a dirigerlo non è più Scalfari, ha trovato in Mauro un degno successore, che ha saputo rintracciare la chiave esatta per rendere facile il passaggio di direzione.

La mancata egemonia culturale – Possiamo parlare di egemonia culturale esercitata da la Repubblica? Se il discorso si riferisce al fatto che il quotidiano è in grado di formare e plasmare un’opinione pubblica la risposta è sicuramente negativa, e questo ci è subito chiaro guardando alla misera sconfitta nel referendum del 2005 sulla fecondazione assistita, sul quale il quotidiano aveva investito molto in termini di aspettative. Se il ragionamento, invece, riguarda la capacità del giornale di dettare leggi per quanto riguarda la grafica e il trattamento degli argomenti, allora il discorso cambia. Il quotidiano ha sicuramente prodotto un nuovo modo di maneggiare le notizie, trasformando il fatto-notizia in evento-problema. Non si è limitato ad essere un semplice altoparlante dei vari flussi comunicativi, registrando in maniera neutrale e oggettiva ciò che accade. All’austero modello anglosassone di giornale-registratore, la Repubblica ha contrapposto il modello di giornale-agenda, al quale il lettore si affida ogni mattina, sia perchè stabilisce una gerarchia delle notizie della giornata e sia perché offre un’interpretazione e un commento di queste. Per quanto concerne l’impaginazione, anche qui ci troviamo su un terreno sul quale il quotidiano ha inciso molto, introducendo ancora una formula vincente. La stessa pagina iniziale ha subito radicali trasformazioni. Questa, infatti, è totalmente impiegata ad introdurre il lettore all’interno del giornale; serve, quindi, per consentirgli di effettuare una prima panoramica delle notizie che poi saranno approfondite all’interno con più articoli sull’argomento. La pagina così impostata è definita “pagina vetrina”, proprio per lo stesso ruolo che ha una vetrina all’interno di un negozio. Per tornare, però, alla domanda iniziale e dare definitivamente una risposta, possiamo fermamente dire che la Repubblica non esercita un’egemonia culturale; è vero che le fortezze del giornalismo italiano, primi fra tutti la Stampa ed il Corriere della sera, hanno applicato alle loro pagine lo stile di questo quotidiano, ma è anche vero che ogni direttore ha coltivato e fatto crescere la personalità propria dei singoli giornali.

Inevitabili luoghi comuni – Una cosa è sicura: per leggere la Repubblica non si possono avere delle opinioni tiepide. Si devono avere certe idee e si deve essere politicamente schierati, come lo è lo stesso giornale da trent’anni. Ma tutto questo non ha fatto esimere i critici del quotidiano dall’affibbiargli diversi luoghi comuni, che a tutt’oggi stentano a svanire ma che trovano ancora poche ragioni di sussistenza. Ugo Intini, portavoce del Partito socialista, ha definito il quotidiano un “partito irresponsabile dell’informazione”. “Partito”, perché fa politica; “dell’informazione”, perché è un quotidiano e non un organo politico con la sua segreteria ed i suoi iscritti; “irresponsabile”, perché è stato accusato di non sottoporsi mai al voto dei cittadini. Ma Scalfari ha prontamente ed intelligentemente messo subito a tacere quest’accusa, affermando che la Repubblica si sottopone quotidianamente al voto quando tanti lettori la scelgono fra innumerevoli altri giornali. Oltre a queste accuse, a Mauro è toccata anche quella che lo vede come fautore di un enorme calo delle pagine trattanti la politica all’interno del giornale. Il che è vero; le pagine politiche sono diminuite del 30 per cento, ma questo solo perché l’attuale direttore ha voluto trasversalmente toccare quel mix di temi, argomenti, questioni, che possano rientrare nell’insieme di interessi del lettore, di cui la politica fa parte ma del quale non è più l’organo portante. Possiamo con ragione, quindi, dire che la Repubblica ha sperimentato, se non tutte, diverse strade per rinnovare il giornalismo italiano; strade intraprese prima da Scalfari e poi perseverate da Mauro.

L’immagine: la copertina del libro di Angelo Agostini.

Roberta Santoro

(LucidaMente, anno III, n. 35, novembre 2008)

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