INEDITION|2 giugno 2008 00:00

“Dopo colpirono i democratici…”

Ci sono fasi storiche in cui non si può tacere: tre “Poesie civili” di Anonimo

  “In questi giorni / è certo autunno / giù da noi”… Così recitava una “canzone” di uno degli indimenticabili gruppi musicali del progressive rock italiano, il Banco del Mutuo Soccorso (Canto nomade per un prigioniero politico, in Io sono nato libero, Ricordi, 1973). Eh, sì, è proprio un autunno triste, anche qui da noi. Tempo freddo, di immiserimento morale e materiale, di restringimento della libertà individuale e collettiva, di repressione dei corpi e delle anime.
La storia si ripete, ma sempre in modo un po’ diverso. Chi nega l’involuzione autoritaria italiana forse vuol farci credere che senza un signore di Predappio, calvo e corpulento, o senza un omino austriaco coi baffetti o un georgiano coi baffoni, non può esservi autoritarismo. Dov’è la Marcia su Roma, dove la Notte dei cristalli, dove i gulag? Che presa in giro! E’ ovvio che oggi i fasci, le croci uncinate e la falce e martello, le marce, le parate, i discorsi infarciti di retorica violenta non attecchirebbero e “l’eterno ritorno” si interromperebbe. Altri sono i modi, più sottili e subdoli. La Storia si ripete sempre, ma personaggi, scenari, modalità, sfondi, cambiano, altrimenti tutti li riconoscerebbero. I risultati, invece, sono sempre gli stessi: repressione, infelicità, sfruttamento, violenza contro i deboli e i “diversi”.
In questi frangenti, è vile tacere. Ecco, allora, sorgere, spontanea, la poesia “civile”. Esteticamente le poesie civili non sono mai molto belle: ritmi suadenti, suoni, immagini, lasciano il posto all’urgenza polemica e all’onestà, all’impellenza polemica e al bisogno comunicativo, alla rabbia e al messaggio diretto, all’invettiva e allo sdegno.
Ne presentiamo di seguito tre, recentissime, vergate da un anonimo poeta (e non è indicativo dei tempi che viviamo il fatto che egli non abbia voluto dichiarare la propria identità?).
Da notare che il componimento iniziale è un calco della celebre Prima di tutto vennero a prendere…, che, a quanto pare, è stata erroneamente attribuita a Bertolt Brecht, mentre sarebbe stata scritta da Emil Gustav Friedrich Martin Niem%F6ller (Lippstadt, 14 gennaio 1892 – Wiesbaden, 6 marzo 1984), teologo e pastore luterano tedesco, oppositore del nazismo, arrestato nel 1937 dalla Gestapo su diretto ordine di Hitler. Per otto anni fu prigioniero in vari campi di concentramento nazisti, tra i quali Dachau, finché non venne liberato. Tuttavia, anche tale attribuzione è incerta, e ancor più insicuro il testo. Un mistero che ci piace immaginare sia dovuto al fatto che poesie di tale genere, in ultima analisi, siano collettive, pensate e scritte dall’intera comunità degli uomini liberi.

Prima colpirono

Prima colpirono gli zingari
e io fui contento perché,
si sa, i rom rubano e puzzano.

Poi colpirono gli immigrati
clandestini, come se tutti
gli uomini non siano immigrati
e clandestini su questa piccola
terra di dolore, e non mi feci
impietosire neanche
dagli occhi dei bambini,
dai disperati sui barconi,
dai cadaveri a testa in giù,
povere carni provenienti
da lontano, lontano,
galleggianti sul mare.

Dopo colpirono le prostitute
e io condivisi perché erano
un’indecenza, perché a me
bastava farlo una volta al mese
con mia moglie, o perché
non volevo che mio marito
ci andasse, a godere
con una giovane e bella.

Poi colpirono gli insegnanti,
e ne fui felice, perché erano
rimasti gli unici a leggere libri
e a tentar di farli leggere,
perché parlavano di “spirito
critico”, di “ragionare”
e perché avevano troppe ferie.

In seguito colpirono i liberali:
cosa importava? In Italia
non ce ne sono mai stati.

Dopo colpirono i democratici
perché ancora scendevano
in piazza a protestare, e io
non volevo schiamazzi sotto casa.

Infine colpirono me, e non era
rimasto più nessuno a protestare.

Lode al potere

Lode a voi, signori
dalle ascese non resistibili,
tanto gli italiani da secoli
praticano l’anilingus
verso il potente di turno.

Lode a voi, signore
vincitrici di concorsi fuori sede
(sotto quale egìda siete?),
che ora predicate efficienza,
o esperte nelle arti dello spettacolo,
persecutrici delle povere meretrici.

Lode agli ex socialisti
divenuti tiranni
dei lavoratori, come se tre
morti al giorno non bastassero.

Lode anche a voi,
uomini dell’opposizione
di facciata, che mollate
il governo e cancellate
gli altri oppositori,
fregandovene
di chi subirà il potere.

E, infine, a tutti voi,
italiani, eterni viscidi
vermi senza cervello
né “virtù civiche”
(a Leopardi preferite
il Gattopardo…),
sempre proni
alla violenza retorica
del duce di turno.

Ballata dell’insegnante ottimista

A me non interessava
oppormi alla Riforma Gelmini,
tanto protestare
non serve a niente,
tanto la mia scuola
non sarebbe stata toccata,
tanto la mia cattedra
non l’avrebbero tagliata,
tanto insegnavo alle Superiori,
tanto si può far scuola
anche con 35 alunni a classe,
tanto insegnavo Religione,
tanto ero di ruolo,
tanto tra un po’
sarei andato in pensione.

Ora non sono in pensione;
sono disoccupato.

(Tre poesie civili)

Anonimo

L’immagine: copertina “sagomata” di Io sono nato libero, il 33 giri del Banco del Mutuo Soccorso citato nell’articolo.

Rino Tripodi

(LucidaMente, anno III, n. 35, novembre 2008)

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