RECENSIONI|18 giugno 2008 00:00

Morte a 3 euro di Paolo Berizzi

Il ritratto di una realtà cruda, dolorosa, nascosta, ma tollerata: si tratta del mercato degli uomini in Italia. Nel suo saggio Morte a 3 euro. Nuovi schiavi nell’Italia del lavoro (Baldini Castoldi Dalai editore, pp. 240, € 16,80), Paolo Berizzi – giornalista de la Repubblica – racconta il sistema del lavoro nero che uccide, delle occupazioni sottopagate e pericolose e la realtà del caporalato. Si tratta di un vero e proprio mondo parallelo al nostro in cui l’autore si è infiltrato.
Storie di uomini invisibili che vengono sfruttati e venduti per pochi euro. Rischiando la vita e spacciandosi per un lavoratore irregolare, Berizzi ne ha tratto un’inchiesta emozionante e inquietante, ma al tempo stesso un saggio unico nel suo genere.

Esistere nell’invisibilità
Costruiscono case e palazzi, mandano avanti l’agricoltura, l’industria, i servizi, ma non si sa nulla di loro, sono come invisibili.
Secondo l’Istat e il Censis, sono intorno ai 5 milioni i lavoratori irregolari in Italia, mentre circa un milione e mezzo sono i lavoratori costretti a restrizioni e a privazione di libertà. Il lavoro nero nell’ambito dell’economia nazionale, ammonterebbe al 27 per cento. Il numero di clandestini impiegati nelle imprese sarebbe all’incirca 700 mila contro i 400 mila della Grecia e i 200 mila del Regno Unito. I settori nei quali si riscontra la maggior incidenza d’irregolarità riguardano i servizi personali, l’edilizia, l’agricoltura, la ristorazione, il turismo e il commercio al dettaglio.
La distribuzione dell’occupazione irregolare interessa principalmente il Sud Italia: nel Mezzogiorno il lavoro nero occupa 2 milioni di persone, mentre al Centro-Nord gli occupati irregolari sono circa 3 milioni.

Il mercato delle braccia
Soprattutto al Nord entra in gioco il “mercato delle braccia” attraverso il sistema del caporalato, manodopera a basso costo spesso clandestina.
“A un certo punto mi assale l’angoscia dell’infortunio: non mi mollerà più. La paura di finire schiacciato sotto un blocco di tavole di ferro, quelle imbracate da una corda consunta che dal cortile vedo piombare giù dal sesto piano del ponteggio, e se perdi l’attimo, o ti distrai, o se una di quelle lastre si ribella alla morsa del moschettone, rimani sotto”. E’ statisticamente provata la relazione tra lavoro irregolare e lavoro insicuro. Sono innumerevoli infatti gli uomini morti nel 2007 i cui nomi non figurano in nessun ufficio del lavoro, sono invisibili, ombre da sfruttare.
Nel mondo dell’edilizia e del settore industriale le regole sono aggirate continuamente. Il punto cardine di questo problema sta nel ribasso delle gare d’appalto. Le imprese per contenere le spese e i costi della manodopera si affidano al reclutamento mediante i caporali. I lavoratori stranieri non in regola sono le prede di questo sistema. La mancanza di sicurezza sul posto di lavoro tuttavia, non deriva unicamente dal menefreghismo degli impresari e dei capicantiere, ma a volte anche dai manovali stessi che assumono comportamenti devianti.
Tali atteggiamenti dipendono soprattutto dall’uso di sostanze stupefacenti, che purtroppo vengono spesso consumate al fine di alleviare la fatica e aumentare l’efficienza.

Il nuovo volto della schiavitù
“Uomini a cui non è data la possibilità di vedere il mondo a colori, ma unicamente in una sfumatura di grigi. Sono gli uomini schiavi del terzo millennio, non più incatenati, ma privati della libertà e dei propri diritti che vengono calpestati”.
In Italia sono un milione e mezzo gli schiavi del lavoro. Molti sono vittime di veri e propri fenomeni di tratta umana, altri raggiungono il nostro paese per conto proprio, fino all’incontro con il caporale che li compra a loro insaputa.
Lo stereotipo dei nuovi schiavi, li vorrebbe “immersi in un presente, l’unico tempo che è dato loro da vivere, talmente svuotato di umanità, di diritti, da diventare una prigione dalla quale non si può fuggire nemmeno con il pensiero”.

La storia di Salem
Le persone incontrate da Berizzi sono invece positive, credono in un domani diverso, in attesa di individui che li trattino non più come animali, ma da esseri umani: “Riuscire a sentirsi ancora un essere umano con qualche diritto anche se per gli altri sei e resterai invisibile. Anche se hai perso il lavoro perché ti sei ribellato alle umiliazioni. Anche se hai annusato la morte perché sei finito all’ospedale in coma e ne sei uscito dopo mesi. E allora, solo allora, hai trovato la forza di raccontare che quando ti sei sfracellato al suolo il “padrone” anziché portarti al pronto soccorso ti ha caricato su un camioncino e ti ha buttato su una strada a venti chilometri dal cantiere. Volevano far finta che qualcuno ti avesse picchiato o investito”.
Quando Salem – questo il nome del protagonista della storia – volò giù dal tetto, il padrone decise che quella presunta morte non doveva esistere.
E’ il 15 febbraio 2002, siamo a Colico in provincia di Lecco. Abdesselan Slassi, detto Salem, ha 32 anni e viene da una famiglia povera del Marocco ma, grazie agli sforzi economici della madre, il ragazzo ha potuto continuare a studiare e iscriversi alla Facoltà di Matematica. Come molti connazionali decide di trovare lavoro in Italia.
Il giorno dell’incidente, Salem sta rimuovendo delle lastre di eternit dal tetto di una casa in costruzione. Per rimuoverla è necessaria una preparazione specifica e un equipaggiamento che isoli il lavoratore dal contatto con il materiale. Salem non indossa né il casco né la cintura di protezione e scivola, facendo un volo di sei metri.
Il risultato della caduta è stato: milza spappolata, pancreas menomato, fratture multiple a gambe e braccia insieme a un violento trauma cranico. Dopo la caduta rimane a terra svenuto, ma nessuno chiama soccorsi, l’ordine in caso d’infortuni è di chiamare il padrone. La figlia del titolare, spaventata dalle eventuali ripercussioni, decide di nascondere l’incidente. Assieme agli operai carica su un furgoncino il corpo privo di sensi del ragazzo che, successivamente, viene gettato in campagna. Una telefonata anonima avviserà di una rissa tra africani e un uomo a terra in fin di vita.
I carabinieri, però, noteranno la tuta da muratore e gli schizzi di cemento sul volto di Salem. Da indagini e diverse segnalazioni, risulterà poi che l’impresa assumeva personale in maniera disinvolta già da tempo. Dopo settimane passate in ospedale, Salem è ridotto a un automa, braccia e gambe si muovono a fatica e le parole si bloccano sulla lingua. Tra le innumerevoli visite, c’è anche quella della titolare dell’impresa che cerca di convincerlo a non raccontare nulla.
Salem però decide di far scattare la denuncia per cui parte l’esposto, anche se lui verrà convocato solo dopo anni. In seguito alla nomina di tre differente pubblici ministeri, si presenta all’udienza del 21 novembre 2007 sorretto da un bastone.
La Fillea Cgil (Federazione Italiana dei lavoratori del legno, dell’edilizia, delle industri affini) cittadina, quella regionale, e la Feneal Uil (Federazione nazionale lavoratori dell%27edilizia industrie affini e del legno) di Lecco hanno ottenuto la costituzione di parte civile nel processo in cui Salem chiede all’Inail e all’azienda 500 mila euro di risarcimenti per danni morali e biologici.
Il termine è agosto 2009.

Il lavoro portatore di morte
Lo scenario che appare dall’analisi a proposito delle morti sul lavoro negli ultimi dieci anni è simile a quello di un bollettino di guerra.
Basti pensare che i militari della coalizione che hanno perso la vita nella Guerra del Golfo tra aprile 2003 e aprile 2007 sono stati 3.520, mentre, dal 2003 al 2006, nel nostro paese, i morti sul lavoro sono stati 5.252. Un incidente ogni 15 lavoratori, un morto ogni 8.100 addetti.
I settori maggiormente a rischio sono quelli dell’industria edile e dell’agricoltura, nei quali le morti vengono “aggiustate” per evitare sanzioni penali all’impresa. Sono circa 1.376 le persone che muoiono per infortuni sul lavoro ogni anno in tutto il paese. L’edilizia è il settore maggiormente interessato: circa 850 lavoratori (poco meno del 70%25) cadono dalle impalcature. In campo agricolo sono invece frequenti gli incidenti provocati dal ribaltamento di trattori. L’età media di chi muore sul lavoro è 37 anni.
Il lunedì è il giorno in cui si manifestano maggiormente i decessi, soprattutto nel settore edile e, talvolta ciò accade anche in seguito all’abuso di alcol o stupefacenti durante il fine settimana. Tra le cause degli incidenti, troviamo la poca dimestichezza con i macchinari, l’abitudine, il poco peso dato ai rischi, la diminuzione dell’attenzione nel lavoro di sorveglianza, l’aumento dello stress, la precarietà del lavoro, la formazione insufficiente ma, più di ogni altra cosa, la mancanza del rispetto delle norme di sicurezza.

Stragi sul lavoro: una triste realtà
Il 2007 e i primi mesi del 2008 sono stati segnati da alcune stragi sul lavoro che hanno inciso profondamente sul nostro paese, a partire dai sette operai morti il 5 dicembre 2007 nell’incendio sviluppatosi presso le acciaierie ThyssenKrupp di Torino, fino alla tragedia dell’autocisterna di Molfetta, passando per le tristi vicende verificatesi nei porti di Marghera (due operai sono morti per asfissia nella stiva di una nave) e Genova (un operaio precipita dal ponte di una nave).
Il 30 settembre 2008 la Thyssen chiuderà. Duecento operai tra i più esperti hanno già abbandonato l’azienda, altri stanno cercando lavoro. Non dimenticheranno mai i colleghi che sono bruciati davanti ai loro occhi: “Fantasmi carbonizzati, sfigurati dalle fiamme sprigionate da un flessibile pieno d’olio che all’una di quella notte da cani è esploso e, passando sul fuoco, si è trasformato in un lanciafiamme che li ha mangiati. Se li ricordano che barcollano e avanzano verso di loro, le mani davanti. “Guarda per favore, cosa mi sono fatto? Com’è la faccia? Aiutami, ti prego”. Erano fantasmi quella notte i sette disgraziati della Thyssen”.
Prima dell’incidente quelle persone erano già invisibili, avevano raggiunto l’invisibilità sociale degli operai. I morti della linea 5 sono morti due volte. Il 13 gennaio del 2008 il Corriere della Sera rivela l’esistenza di un documento segreto dei manager della Thyssen, un memoriale interno secondo cui la colpa dell’incendio sarebbe imputabile agli operai stessi che non dovevano distrarsi.
Profondo sdegno è espresso dal sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, nei confronti dell’atteggiamento dei dirigenti dell’acciaieria: “Si erano scusati anche con la città, mostrandosi addolorati per la tragedia. Non solo avevano promesso sostegno alle famiglie delle vittime, ma si erano detti disponibili a ragionare sulla ricollocazione e sul futuro degli altri operai. Ora invece vengo a sapere di giudizi trancianti che chiamano in causa i lavoratori e l’immagine stessa di Torino” protesta il sindaco.
A seguito di queste tragedie, lo scorso 6 marzo, è stato approvato dal Governo il Decreto legislativo per la sicurezza sul lavoro, che prevede l’inasprimento delle pene per gli imprenditori che non rispettino le norme. Le imprese si sono lamentate sostenendo che “la mancanza di sicurezza è un problema di cultura. Ci vuole più formazione”.
Nonostante le nuove norme, nulla sembra essere cambiato: gli operai continuano a lavorare senza protezioni sui tetti e sui ponteggi, mentre i controlli risultano ancora insufficienti.

Il caporalato: al centro di una matrioska russa
Immaginando che la matrioska più grande sia la società appaltatrice del lavoro e le più piccole siano quelle subappaltate, è all’interno di questo sistema che emerge la figura del caporale. Tanto più si restringono i tempi di realizzazione di un’opera, maggiore in cantiere è la presenza di squadre composte da lavoratori sfruttati guidati dai propri caporali.
Il settore edile è quello che rappresenta meglio questo fenomeno. Il committente stabilisce il termine di consegna e l’appaltatore ripete lo stesso discorso di subappalto in subappalto. Quest’accelerazione della produttività rende necessario il reperimento di manodopera a costi bassissimi ed è in questo contesto che entra in gioco il caporale con la sua schiera di manovali, operai, muratori, carpentieri. In alcuni casi, da intermediario, diventa egli stesso capocantiere.
In edilizia oggi la forza lavoro è una merce che deve costare il meno possibile. I titolari il più delle volte nemmeno conoscono i lavoratori, ossia chi esegue materialmente l’opera.
Scrivono Luigi Lusenti e Paolo Pinardi in Vite da cantiere. Nuovi schiavi e caporali a Milano e in Lombardia nel millennio della globalizzazione (Edizioni ComEdit2000): “C’era il cantiere, c’era il capocantiere, c’erano i muratori, c’era una divisione del lavoro e un rapporto forte fra il lavoro e il lavoratore. Il lavoratore teneva alla sua impresa e il capocantiere e il padrone edile tenevano ai propri lavoratori, magari con forme di paternalismo ma con grande attenzione ai rapporti. Il confronto con il sindacato era aspro, conflittuale ma c’era. Oggi non ci sono nemmeno le classiche relazioni sindacali %5B…%5D in molte aziende il sindacato non può neppure entrare, in altre deve addirittura tutelare la sicurezza dei propri funzionari territoriali. %5B…%5D Le imprese sono anonime finanziarie: i dirigenti, i proprietari, non si occupano di cosa succede al di fuori, chiusi negli uffici dove si trattano gli affari e con gli affari si tratta la forza lavoro. […] Questi elementi di novità hanno prodotto lo scempio che ci troviamo di fronte”.

L’immagine: la copertina del libro Morte a 3 Euro.

Simone Melotti

(LM Magazine n. 3, 15 giugno 2008, supplemento a LucidaMente, anno III, n. 30, giugno 2008)

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