RECENSIONI|4 settembre 2008 00:00

“Il limite della scuola: i ragazzi che perde”

Fino alla fine della scuola media. Tredici, quattordici anni. Poi tutto diventa più incerto. Uno studente su cinque, in Italia, abbandona la scuola prima di mettere piede alle superiori.
Questo è lo sconfortante rapporto stilato nel 2006 dal Ministero della Pubblica Istruzione e confermato di recente da una ricerca svolta dalla Banca d’Italia. Ancora una volta sono le regioni del Sud a patire i più bassi tassi di scolarizzazione; al Nord, invece, una buona percentuale di “fuggitivi” si riversa nel canale della formazione professionale.

Un solo problema
“La scuola ha un solo problema: i ragazzi che perde”, diceva don Lorenzo Milani. Correva l’anno 1967. Sono passati quarant’anni dall’esperienza di Barbiana, piccolo borgo toscano in cui il sacerdote raccoglieva attorno a un tavolo i figli dei contadini e degli operai della zona, per farli studiare dieci ore al giorno, anche le domeniche, estate e inverno. “Il lavoro è peggio”, sostenevano convinti i suoi alunni. “La scuola sarà sempre meglio della merda”, ripetevano a chiunque criticasse quel metodo. Quei ragazzini, troppo “lenti” per le scuole di città, sapevano bene che li aspettava, come in agguato, un futuro di fatica “precoce”.
Dopo quarant’anni, la scuola che si affaccia al terzo millennio, la scuola dei laboratori informatici, degli eurodesk, ma anche la scuola delle tracce sbagliate all’esame di Greco o dei ragazzi sospesi per un bacio nei corridoi, continua a lasciare per strada, o meglio “lasciare sulla strada”, moltissimi studenti.
Per don Milani la dispersione scolastica non era affatto un limite per così dire “naturale” della giovane repubblica italiana, ancora alle prese con una ricostruzione lenta e disomogenea. Per “il priore di Barbiana” la dispersione scolastica era un grave disservizio dello stato democratico, incapace di adempiere al dovere, sancito dalla Costituzione, di garantire istruzione a tutti. Un problema politico, perché circoscritto a una precisa realtà sociale, quella dei ceti poveri.

Chi abbandona chi
Per don Milani il soggetto del verbo “abbandonare” non è il ragazzo che lascia la scuola, ma l’istituzione che non fa nulla per recuperarlo. Una specie di “omissione di soccorso” che colpisce chi non è raggiunto, e non per sua colpa, dall’abitudine allo studio, dalla familiarità con la cultura o anche, più semplicemente, dall’amor proprio tipico della borghesia urbana. Una “omissione di soccorso” che rientra in un disegno preciso di contenimento dell’alfabetizzazione di massa.
La polemica è annosa, più della stessa istituzione scolastica; soprattutto è congenita alla creazione del sistema di istruzione nazionale. Mandare i figli a scuola, quarant’anni fa, rappresentava una spesa non da poco per le famiglie meno abbienti: trasporti, abbigliamento, materiale didattico. Un figlio a casa, invece, costituiva forza-lavoro, quindi guadagno. Una buona politica assistenzialista da parte dello Stato e, più in generale, il miglioramento diffuso delle condizioni di vita hanno contribuito ad arginare sensibilmente la dispersione scolastica per così dire “da reddito”.
Persiste, invece, ed anzi guadagna terreno, il più complesso fenomeno del “disagio” scolastico, responsabile di moltissimi abbandoni, che chiama in causa delicate questioni di carattere cognitivo, ma anche problematiche di tipo “relazionale”, che coinvolgono i processi di integrazione e socializzazione degli studenti.
Su questo versante il difficile compito di combattere la dispersione scolastica è demandato alle competenze psicopedagogiche di presidi ed insegnanti; la ricerca didattica deve ridurre le forme di insuccesso scolastico e sradicare, nei discenti più deboli, quella sensazione di inadeguatezza che è spesso alla base dell’atteggiamento di rifiuto che conduce all’abbandono: ciascuno è fatto per la scuola, la scuola sia fatta per ciascuno.
Agli organismi politici competenti, invece, spettano le operazioni, non meno decisive, di “retroguardia”: l’innalzamento dell’obbligo, portato a 16 anni nel 2007, che riduce la dispersione, il sostegno ai progetti di recupero degli studenti difficili e la creazione di classi meno numerose.

Un caso locale: le Aldini Valeriani
Abbiamo intervistato Stefano Mari, preside uscente dell’Istituto tecnico-professionale Aldini Valeriani di Bologna, una delle realtà scolastiche più grandi, per bacino d’utenza, dell’intera provincia.
Una realtà costretta da tempo a confrontarsi con la piaga degli abbandoni: al tecnico, la percentuale degli alunni che non raggiungono il diploma si attesta intorno al 52%, per salire fino al 61% al professionale.
“Si tratta di una problematica molto seria”, sottolinea Mari, “la cui ragione principale sta nell’insuccesso: circa uno studente su due dopo una bocciatura non si iscrive più nel nostro istituto. Abbiamo realizzato una buona batteria di corsi di recupero intermedi e finali che ci hanno consentito di abbattere l’insuccesso in maniera considerevole”.
Non si tratta, in realtà, di una perdita secca: anche a Bologna, infatti, molti studenti assolvono l’obbligo formativo nel circuito della formazione-lavoro, una specie di apprendistato che non può essere considerato tuttavia istruzione con la “i” maiuscola, perché non assicura una formazione tanto diversa da quella cosiddetta on the job.

Il paradigma europeo
A livello europeo, la Conferenza di Lisbona del 2000 ha individuato alcuni obiettivi precisi in materia di dispersione scolastica. Tra le direttive concordate dagli stati membri dell’Unione europea, infatti, emerge quella di abbassare al 10%25 la percentuale di studenti tra i 18 ed i 24 anni che detengono al massimo la licenza media, i cosiddetti early school leavers.
Questa categoria annovera studenti che presumibilmente hanno assolto l’obbligo scolastico ma che tuttavia sono scivolati fuori (il verbo tecnico è drop out) dal sistema d’istruzione prima di aver completato un degno percorso formativo. In Europa la quota media di popolazione studentesca che versa in questa situazione sfiora il 15%, mentre il dato italiano raggiunge il 22%. L’allineamento, invocato per il 2010, sembra certamente difficile da raggiungere.
Ancora, tra le indicazioni sottoscritte dalla conferenza di Lisbona, si registra l’innalzamento della percentuale di studenti che hanno conseguito un diploma di scuola superiore entro il ventiduesimo anno di età: in Italia, secondo le stime aggiornate al 2006, siamo fermi al 72,9%, lontani di quasi dodici punti dagli standard convenuti.

Visuali distorte
Infine, il clima d’opinione. Dal novello Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca spirano venti di meritocrazia ed efficientismo che vanno a gonfiare le vele della propaganda politica della destra e dello stesso centro-sinistra. L’apologia dell’eccellenza non tiene conto della realtà organica del sistema d’istruzione.
Esiste innegabilmente un problema sociale di utenza e fruizione della scuola che divide ancora Nord e Sud, ricchi e poveri, liceali e tecnici. I “dispersi” hanno oggi una fisionomia sociale forse diversa da quella degli anni Sessanta dello scorso secolo, eppure rappresentano una porzione consistente della popolazione studentesca, destinata a vivere ai margini dell’istituzione scolastica del III millennio.
L’errore di fondo, denuncerebbe don Milani, sta nell’approccio alla questione: i migliori, in realtà, sono spesso dei “migliorati”, ed i peggiori dei “peggiorati”.

L’immagine: particolare del Monaco scolaro, mosaico realizzato dai ragazzi di don Milani.

Daniele Jacca

(LM MAGAZINE n. 4, 15 settembre 2008, supplemento a LucidaMente, anno III, n. 33, settembre 2008)

Print Friendly