ATTACCO FRONTALE|7 settembre 2008 00:00

Non bastano sole e vento?

Il 26 aprile 1986 il reattore numero 4 della centrale atomica di Černobyl’ in Ucraina – che allora faceva parte dell’Urss – esplose, a causa delle reazioni chimiche innescate dalle altissime temperature raggiunte al suo interno. Nella centrale sovietica, in verità, non ci furono reazioni di tipo nucleare, ma si formarono ugualmente grandi nubi radioattive – contenenti soprattutto cesio, iodio e radio – che raggiunsero dapprima l’Europa orientale e i paesi scandinavi, interessando, in seguito, anche vaste regioni dell’Europa occidentale.
Il bilancio ufficiale delle vittime dell’incidente, stilato nel 2005 dal Chernobyl Forum (di cui fanno parte vari enti internazionali, tra i quali l’Organizzazione mondiale della sanità), parla di circa trenta morti, da imputarsi direttamente all’incendio sviluppatosi dentro la centrale, e di oltre 4.000 casi di ragazzi in età puberale che – almeno fino al 2002 – hanno contratto un tumore alla tiroide per l’esposizione allo iodio 131 (quindici di loro sono deceduti). Il rapporto non esclude, comunque, che nell’arco di ottant’anni dall’incidente ci possano essere almeno altri 4.000 casi di morte attribuibili all’esposizione alle sostanze radioattive (cfr. http://www.iaea.org/Publications/Booklets/Chernobyl/chernobyl.pdf).
I dati ufficiali sono stati, comunque, contestati da Greenpeace, che invece ha stimato in oltre 200.000 le morti riconducibili alla catastrofe di Černobyl’ (cfr. http://www.greenpeace.org/raw/content/italy/ufficiostampa/rapporti/cernobyl-2006.pdf ).

I tre referendum del 1987 – L’8 e 9 novembre 1987 si votò in Italia per cinque quesiti referendari, tre dei quali si riferivano al nucleare (gli altri due riguardavano la giustizia). L’onda emotiva che aveva colpito l’opinione pubblica fin dal giorno del disastro di Černobyl’ non si era ancora attenuata e ciò indusse gran parte delle forze politiche della Prima repubblica a dare indicazioni di voto in favore del “sì”. Gli elettori risposero compatti: prevalse nettamente la richiesta di abolire la procedura per la localizzazione delle centrali elettronucleari, i contributi agli enti locali sedi di impianti elettronucleari e la partecipazione dell’Enel alla realizzazioni di strutture analoghe all’estero. Il discorso, per quanto riguarda la costruzione di nuove centrali atomiche in Italia, sembrò definitivamente concluso: di lì a poco furono anche smantellati i pochi impianti esistenti sul territorio nazionale (come le centrali di Caorso o di Montalto di Castro). Si cominciò a parlare di fonti energetiche rinnovabili, quali l’energia solare o eolica, ma ben poco è stato fatto nel ventennio successivo per diminuire il consumo di idrocarburi e per attivare nuove tecnologie che proiettassero la produzione energetica oltre l’era del petrolio e dei suoi derivati (basti pensare alla scarsissima diffusione in Italia di autoveicoli dotati di motore elettrico).

Un rinnovato interesse per il nucleare – Dopo l’impennata impressionante che ha subito il prezzo del petrolio greggio (siamo stati per molto tempo ben oltre i 100 dollari al barile!), in Italia si è tornati a parlare dell’opportunità di far ricorso nuovamente all’energia nucleare, anche in cogestione con paesi stranieri disposti a lasciarci utilizzare i loro impianti. Gli indirizzi programmatici dell’attuale governo, infatti, prevedono il ritorno al nucleare civile e persino diversi dirigenti dell’Enel hanno manifestato il loro assenso a questi tipo di politica energetica (sembra che sia pronto il progetto per la costruzione di quattro nuove centrali nucleari). È stata anche avviata una trattativa tra Italia e Albania per impiantare in territorio albanese una centrale atomica che sarà utilizzata da entrambi i paesi, mentre l’Enel si è impegnato a completare la costruzione di due vecchie centrali nucleari in Slovacchia, lasciate in sospeso dai sovietici dopo il 1986.

Costi esorbitanti e tempi lunghi di costruzione – La questione più rilevante e immediata da affrontare è rappresentata dagli esorbitanti costi di produzione e di manutenzione di una centrale elettronucleare. Una recente indagine ha rivelato che i reattori nucleari presenti negli Usa hanno comportato complessivamente per i governi statunitensi un aggravio di spesa del 323 per cento, passando dagli iniziali 45 miliardi di dollari previsti a ben 145 miliardi! Il reattore che si sta realizzando attualmente in Finlandia, tra ritardi e aumento del prezzo dei materiali di costruzione, sforerà il budget di spesa di oltre 70 milioni di euro! Ricordiamo, inoltre, che l’energia nucleare non garantisce di per sé una consistente riduzione delle fonti energetiche tradizionali, perché comunque può coprire una quota inevitabilmente circoscritta del mercato energetico, come ben evidenzia Francesco Tedesco nell’articolo Intesa nucleare (Greenpeace news, n. 90, 2008): «Nel mondo sono presenti 440 reattori che forniscono circa il 6,5 per cento dell’energia primaria. Per raddoppiare il numero dei reattori occorrerebbe inaugurare una centrale nucleare ogni due settimane da qui al 2030. Un’ipotesi irrealizzabile, che permetterebbe di ridurre le emissioni di gas serra di appena il 5 per cento».

Centrali di “terza” e di “quarta generazione” – In questo periodo sono in costruzione varie centrali di “terza generazione” che, secondo gli esperti, dovrebbero essere più sicure rispetto a quelle di “seconda generazione”, le quali invece – come dimostrano i recenti incidenti “non gravi” avvenuti in Francia – lasciano piuttosto a desiderare. E si parla già di una “quarta generazione” di reattori nucleari, ad elevate garanzie di sicurezza. Il Consiglio mondiale dell’energia (Wec), tuttavia, ha fatto sapere che i nuovi reattori nucleari in costruzione comportano tempi di realizzazione più lunghi rispetto al passato, con una durata media dei lavori che è salita da cinque anni e mezzo a circa dieci anni, con un sensibile aggravio delle spese. Raffrontando gli elevati costi e i lunghi tempi di realizzazione di queste nuove generazioni di centrali – oltre ai rischi d’incidente, che non sono mai da escludere – con la loro effettiva resa energetica, ci chiediamo se il gioco valga la candela…

Una fonte inquinante, niente affatto rinnovabile – Tralasciando di approfondire la tesi – per niente peregrina – secondo cui le centrali atomiche potrebbero rappresentare comodi bersagli per il terrorismo, c’è un altro aspetto poco allettante da trattare riguardo all’uso dell’energia nucleare. Come ormai accertato, l’uranio – che funge da materia prima nei processi di fissione nucleare – è un elemento in rapido decremento: molti studiosi prevedono che nell’arco di circa trent’anni se ne dovrebbero esaurire le riserve, almeno quelle facilmente estraibili. Sarebbe, dunque, insensato continuare a costruire centrali nucleari basate sulla fissione dell’uranio, pur sapendo che, entro un lasso di tempo relativamente breve, esse saranno comunque smantellate! Anche le centrali nucleari che utilizzano il più economico ciclo del plutonio – un altro materiale radioattivo prodotto in abbondanza come residuo della fissione nucleare dell’uranio – presentano seri problemi di malfunzionamento, come ha ampiamente dimostrato la vicenda della Superphénix, la centrale francese che è stata chiusa nel 1997 dopo aver subito numerosi guasti. Soltanto la “fusione nucleare”, ottenuta trasformando i nuclei di deuterio in elio, potrebbe garantire un’energia nucleare pressoché illimitata e “pulita”, ma siamo ancora ben lungi dal poterla produrre (se non per scopi militari). E rimane ancora irrisolto l’annoso problema dello smaltimento delle scorie dei reattori nucleari: il plutonio, che è molto tossico, conserva la sua radioattività per centinaia di migliaia di anni ed è assai problematico individuare luoghi idonei dove stoccarlo senza contaminare l’ambiente.

Che fare, allora? – È evidente – comunque la si pensi – che il problema di trovare risorse combustibili alternative al petrolio non potrà risolversi sic et simpliciter con il ricorso all’energia nucleare. In futuro, occorrerà in ogni caso puntare su fonti energetiche totalmente rinnovabili (il solare, l’eolico, l’idroelettrico, ecc.), ancora poco sfruttate in Italia, ma soprattutto iniziare una seria politica di risparmio energetico, che si accompagni al riciclaggio dei rifiuti e al riutilizzo dei materiali di scarto. Come giustamente sostiene il fisico Giorgio Parisi in Vecchio, brutto e costoso (MicroMega, n. 4, 2008) «bisogna utilizzare al massimo le energie rinnovabili ed incrementare il risparmio energetico in maniera di diminuire il peso sulle risorse non rinnovabili del pianeta, che sono destinate ad esaurirsi». E speriamo che, una volta tanto, gli interessi degli speculatori non prevalgano sulla difesa della salute (oltre che delle tasche) dei cittadini!

L’immagine: particolare di Torri in blu e rosso (olio e acrilico) di Angela Crucitti, per gentile concessione dell’autrice. Per ammirare altre opere di questa notevole artista, si può navigare nel suo sito personale: www.angelacrucitti.com.

Giuseppe Licandro

(LucidaMente, anno III, n. 36, dicembre 2008)

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