LA CITAZIONE|27 dicembre 2008 00:00

Al Pilastro di Bologna: viaggio nel quartiere difficile

Nazionalità differenti convivono e si ritrovano all’insegna del multiculturalismo

La progettazione del Pilastro, all’interno del Quartiere San Donato di Bologna, ebbe inizio nel 1962, quando l’Istituto autonomo case popolari propose la costruzione di una nuova zona di edilizia popolare, per rispondere alla necessità di offrire un alloggio alle ondate di immigrati meridionali giunti nella città felsinea in seguito al suo sviluppo industriale.
Il Villaggio del Pilastro nacque nel 1966 e nella zona si concentrarono consistenti insediamenti residenziali, vaste aree adibite allo sport, un parco pubblico e un centro commerciale.

Pilastro-bologna-550[1] La scuola
Un’insegnante di sostegno, Simona Ravara, che preferisce mantenere l’anonimato sul nome della scuola del Pilastro in cui lavora da 13 anni con bambini certificati e con altri che ancora non hanno una sufficiente comprensione dell’italiano, ci racconta i passi da gigante svolti dalle istituzioni e dagli abitanti del quartiere dopo che nel 2000 il comune di Bologna decise di concentrare gli stranieri proprio in questa zona: “Il buon equilibrio che si era venuto a creare tra le generazioni di immigrati provenienti dal Sud Italia si è incrinato; i servizi e le strutture hanno lavorato molto bene in questo senso, la scuola è stata, e continua a essere, un collante fortissimo per il quartiere”. Da quando il comune di Bologna ha adibito quest’area a ricevere gli immigrati, nelle scuole si sono venute a creare anche classi con più del 50% di studenti non di madrelingua italiana.
“Il Pilastro – continua la Ravara – sa lavorare con gli stranieri, abbiamo le spalle larghe, già preparate dall’emigrazione meridionale degli anni Sessanta”. Il corpo docente è motivato e molto ben preparato per quanto riguarda l’integrazione e, anche chi ha scelto una strada giudicata negativamente dalla società, conserva un grande rispetto per la scuola che ha saputo offrire ai suoi studenti una scelta, almeno temporanea, diversa dalla strada. “La scuola aiuta ad essere più aperti e attenti nei confronti del diverso attraverso le feste, gli incontri e anche semplicemente favorendo il dialogo tra i genitori all’uscita dei figli”.
Al Pilastro è opinione comune che bisognerebbe puntare di più su questo tipo di confronti ma mancano le risorse e quindi le uniche possibilità rimangono le grandi feste con cibi tradizionali, musica e indovinelli a tema etnico aperte a tutto il quartiere.

Identità multiculturale
L’ondata improvvisa e molto numerosa di immigrati, cominciata negli anni Ottanta con i rifugiati provenienti dal Kosovo, ha creato situazioni di ghettizzazione, inizialmente volontaria, molto difficili da sciogliere, ma il quartiere ha saputo realizzare le condizioni favorevoli per lo sviluppo dell’integrazione e ora la molteplicità dovuta alle numerose differenze culturali è avvertita come un fattore positivo e in cui gli abitanti del quartiere si riconoscono.
Il problema si presenta quando vengono inseriti degli alunni stranieri a metà dell’anno scolastico perché non parlano italiano e ci sarebbe bisogno di un’insegnante di sostegno che per mancanza di fondi non è possibile avere. L’insegnante racconta ancora: “Abbiamo avuto il caso di una bambina straniera, di etnia rom, inseritasi nella classe a metà anno che è diventata davvero una sgobbona, all’inizio si sentiva persa ma poi ha cominciato a fare tesoro di tutto quello che le veniva offerto, raggiungendo un livello più che soddisfacente. I bambini sviluppano una grande passione per tutto ciò che dai loro”.

quartiere-pilastro-bologna[1]Il Quartiere San Donato
Al Pilastro la ricchezza umana è maggiore che in altri zone bolognesi perché è stato raggiunto un equilibrio tra le differenze etnico culturali a dir poco invidiabile.
Riccardo Malagoli, presidente del Quartiere San Donato, ci spiega che la politica sociale attuata nell’area è molto forte, si interviene continuamente sul versante dell’integrazione in collaborazione con le scuole, soprattutto per quanto riguarda le nuove generazioni attraverso le quali si riesce a comunicare anche con adulti e anziani. Malagoli ci presenta il programma di mediazione di strada per il Quartiere San Donato di cui si occupa Riccardo Bosello e ci racconta come si svolgono questi interventi: “Vengono avvicinati i gruppetti di ragazzi e adolescenti che si formano in maniera spontanea sotto i condomini e negli spazi verdi e li coinvolgiamo in progetti e attività mirati a tenerli lontani dal degrado. Interagire con i giovani è fondamentale non solo per il supporto che forniamo ma anche perché è la maniera più sicura di far arrivare il messaggio nelle singole case”.
Durante l’ultimo anno e mezzo la mediazione di strada e le cooperative che si occupano degli adolescenti sono stati molto attivi e hanno giocato un ruolo chiave per conoscere le famiglie e per destinare loro un aiuto, insieme allo sportello per l’immigrazione, aperto dagli anni Ottanta in seguito all’arrivo dei primi immigrati stranieri.

Immigrazioni a confronto
Gli immigrati meridionali degli anni Sessanta hanno compiuto un percorso d’integrazione riuscito ma ora sono proprio loro a manifestare i maggiori segni d’insofferenza nei confronti dei nuovi arrivati.
Hanno alle spalle un passato di spostamento ed esclusione, che sono riusciti a trasformare in convivenza pacifica e produttiva; una giovane mamma che vive in un condominio di fronte alla biblioteca e che si presenta come Maria, nata a Bologna da genitori di origine meridionale, ci spiega che anche l’odore di curry e gli schiamazzi dei bambini che corrono su e giù per le scale possono diventare un dramma perché ormai le abitudini sono cambiate e non siamo più avezzi al gioco dei bambini e alla condivisione mentre gli immigrati vengono da una realtà che per noi è sinonimo di passato.
Al momento non c’è tensione sociale al Pilastro rispetto a quella che si vive entro altri quartieri di Bologna considerati critici; l’associazionismo è un elemento molto forte in questa zona della città che ha favorito la stabilizzazione dei rapporti tra le diverse etnie in convivenza: la Fattoria e altre organizzazioni, sia culturali che sportive, favoriscono l’unione degli abitanti del Pilastro sviluppando nei cittadini un profondo senso di appartenenza e di identità sociale.

Bologna.pilastroParola d’ordine: integrazione
I problemi socioeconomici sono molto importanti perché l’alta concentrazione di edilizia popolare convoglia bisogni e tensioni inevitabili in un ambiente metropolitano disagiato e multietnico; l’integrazione continua ad essere la parola d’ordine del programma del quartiere San Donato e degli abitanti del Pilastro.
Il piano prevede la costruzione in tempi brevi, di un campo da cricket, richiesto dagli immigrati pakistani e in fase di progettazione a lato delle aree adibite al gioco del calcio e del baseball già presenti nella zona sportiva. Inoltre è stata messa a disposizione una zona verde coltivata ad orto e divisa in 409 piccoli appezzamenti a cui si dedicano i cittadini più anziani, posizionati dietro all’imponente “Virgolone”, simbolo indiscusso del quartiere.
La comunità è molto forte perché si è creata una rete, tutti si conoscono e hanno ben presente che è necessario mantenere sempre la concentrazione sul tema della comprensione interrazziale per evitare quelle sacche di degrado e di povertà che costituiscono il pericolo sociale più incombente sulla popolazione e che, di solito, sfociano in tensione.

Erika Casali

(LM BO n. 1, 16 marzo 2009, supplemento a LucidaMente, anno IV, n. 39, marzo 2009)

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