ATTACCO FRONTALE|16 febbraio 2009 00:00

Sette tesi contro Facebook

Sempre più persone accedono a Facebook, l’ormai popolare  social network divenuto, anche in Italia, una sorta di obbligo sociale a cui non ci si può sottrarre. Perché lo si scelga e perché non ci si possa sottrarre alla partecipazione, non è dato sapere. O, perlomeno, mostra di non saperlo la gran parte degli iscritti, ai quali, di certo, non si può dare il torto di utilizzare un mezzo che facilita la comunicazione, abbatte le barriere, esemplifica un ideale di comodità e predispone, dicono, a una cura più elaborata della propria socialità.
Vorrei soffermarmi su quest’ultimo punto, correndo il rischio di chiunque si adoperi, oggi, a produrre una critica delle abitudini e di quei sistemi pervasivi che colonizzano, giorno per giorno, il nostro modo di vivere: il rischio, vale a dire, di essere accusati di passatismo, anti-progressismo, conservatorismo. Pertanto, sosterrò l’ipotesi contraria: vale a dire che Facebook, dietro la facies democratica e progressistica, è in realtà un fenomeno reazionario, funzionale all’egemonia delle forze conservatrici. Si propone qui una riflessione che si fonda non tanto su un’esperienza diretta (e questo potrebbe – e forse lo è – essere identificato come un limite), quanto su un’ipotesi teorica, nella convinzione che, in tal caso, non si possa adottare, metodologicamente, una critica del sistema dal suo interno.
Semplicemente perché l’interno del sistema non esiste, è una prigione di senso, una fumosità, un simulacro.

1. Facebook è una spersonalizzazione della persona – Nel senso più austero e classico del termine, possiamo dire che “spersonalizzarsi” significa “alienarsi”: diventare, attraverso l’esposizione del proprio Io, un Io-esposto, senza identità; si tratta di un annullamento del proprio vissuto privato a beneficio di un’immagine pubblica, la quale, invece di rimandare a un’individualità non-esposta, annulla definitivamente la possibilità che oltre la propria icona ci sia una persona in carne e ossa. L’esposizione delle proprie generalità e delle proprie credenziali sociali (l’appartenenza a determinati gruppi, la scelta ponderata dei rapporti, il potenziamento di questi ultimi come parametro della popolarità) altro non è che un prodursi come entità esposta e un annullarsi come entità sociale. Quanto questa ideologia dell’esposizione narcisistica e dell’abolizione della realtà privata (della sua stessa possibilità) si sposi con lo spirito del tempo lo conferma l’ipotesi di Andrè Gorz secondo cui l’epoca attuale si caratterizza come fine del normale rapporto salariale e avvento dell’imprenditore che si fa da sé: «La persona deve diventare in se stessa una impresa. [...] La produzione di sé obbligatoria diventa un  job come un altro», al servizio del cosiddetto “capitalismo cognitivo” (L’immateriale. Conoscenza, valore, capitale, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, pp. 18 e 22). Producendosi come conoscenza, il soggetto esce fuori di sé rappresentandosi nei modi in cui ritiene essere maggiormente spendibile sul mercato. Egli aspira a essere un individuo connotato da parametri essenzialmente esteriori, per non dire estetici e simbolici, la cui veridicità si fonda sulla cancellazione della vita reale e dell’interiorità. Egli aspira a essere un segno senza referenza: un significante senza significato. Attraverso l’illusoria creazione di un Noi virtuale, l’Io reale è assorbito, corrotto, abolito.

2. Facebook è una forma di controllo sociale – Un sapere che si identifica come libero, e che presuppone alla base di tale libertà una negazione della persona-umana, è un sapere illusoriamente libero, è un sapere liberticida. Nel senso adorniano per cui la libertà è sempre intrecciata con la non-libertà. Nella sua corsa all’appropriazione dei mezzi di conoscenza potenzialmente democratici, come internet, il capitale esercita una funzione di assorbimento: garantisce un’esposizione liberalizzata della persona, iconizza tale libertà di esprimersi, e al contempo la schiavizza, la rende dipendente dal suo stesso annullamento inconsapevole. In tal modo il capitale controlla le esistenze e anticipa sul tempo qualsiasi pretesa di contestazione o opposizione attraverso la rete. Non solo: il capitale trasforma i soggetti della conoscenza appropriandosi dei mezzi di accesso a essa; istituisce una forma di partecipazione controllata, colonizzando l’esistenza privata, della quale dovrà servirsi per dominare il capitale immateriale, la forza-lavoro intangibile su cui si gioca qualsiasi battaglia di profitto. È noto quanto Facebook sia uno degli strumenti di osservazione sui consumi. Ma oltre l’osservazione si colloca pure una forma di dominio più profonda, giocata sul controllo, sullo svuotamento di qualunque capacità sovversiva e critica dell’individuo.

3. Facebook non è socialità, ma individualismo narcisistico – Autopromuoversi significa accettare un orizzonte sociale che si delinea come negazione della socialità, nelle forme di un individualismo condiviso. La resa a icona cui l’individuo aspira, attraverso la rete sociale cui accede – e che configura come una trappola, come una messa in evidenza della sua irriducibile a-socialità – non solo contribuisce a un’esaltazione ingiustificata della propria vita, che per essere apprezzata deve, dunque, essere prima di tutto bersaglio visivo (una visione “corrente”, illogica, veloce, tipica della “dromoscopia” studiata da Paul Virilio) e non necessariamente ricca di contenuto, quel che la riempie essendo solo una mappa della sua fittizia socialità; quanto piuttosto l’iconizzazione, si diceva, conduce a una visione cultuale dell’esistenza, per molti aspetti religiosa. E difatti – seguendo la nota tesi di Jean Baudrillard – cosa è l’icona di Facebook se non una lapide virtuale che tenta di esorcizzare il solo fenomeno che il capitalismo ha mostrato di non riuscire ad assorbire e gestire, ossia la morte? Senza aggiungere, perché è pleonastico, che il culto dell’icona è un risvolto immaginario della concreta sottomissione dell’individuo. In piena regola col tardo capitalismo, Facebook concorre a un potenziamento del vuoto narcisismo connesso all’estetizzazione diffusa della realtà. Allontana dalla realtà gli individui, chiamati a scrivere non più il romanzo totale della propria vita, ma il fotoromanzo della loro inutile esistenza. Come ha scritto Theodor Adorno nel suo libro di sociologia della musica, quando il soggetto si presenta «espropriato, nella forma del suo lavoro, della relazione qualitativa con la sfera degli oggetti, diventa necessariamente vuoto» (Introduzione alla sociologia della musica, Torino, Einaudi, 2002, p. 58): a rappresentare questo vuoto è l’icona del suo volto, più simile a quella di un teschio.

4. Facebook è un fenomeno di produttività, attiguo all’orizzonte tardo-capitalistico – Nella rete sociale imposta, coatta e onnipervasiva, il discorso dominante di quel che potremmo chiamare, sulla scorta di Gilles Deleuze e Giorgio Agamben, “dispositivo” virtuale ed estetizzante, è quello della produzione del Sé. Il che non corrisponde semplicemente a una mercificazione individuale, quanto alla produttività del Sé nel mercato delle relazioni personali: in altre parole, una prostituzione, una messa in vendita della propria riduzione a significante sociale. L’utente vende sì la sua immagine, ma in aggiunta vende, alienandolo ulteriormente, il suo contenuto di persona già alienata, giacché a comparire non è una sua rappresentazione, bensì un suo simulacro falsamente umano. In  Facebook, pertanto, la logica dominante è quella della produzione molecolare di significanti.

5. Facebook si fonda su una logica competitiva – L’utente compete di fatto con altri, in una corsa spasmodica alla legittimazione sociale. Quest’ultima non si fonda più sulle proprie qualità socialmente riconosciute, e frutto di un lavoro, di una produzione consapevole, quanto sull’arricchimento accumulativo e capitalistico di amicizie, relazioni, svuotate dal senso concreto del legame affettivo o sociale, e caratterizzate, al contrario, dall’affastellamento collezionistico di figure, immagini, icone. In tal senso la rete sociale in questione assolve a una funzione di assuefazione (e potenziamento) alla regola dominante nel mercato: quella della competizione. L’ideale sociale direttamente visibile è quello della concordia; il suo risvolto, la sua internalità, la sua sostanza, sono quelli della lotta per il riconoscimento sociale autoimposto, dell’eterna battaglia dell’uno contro l’altro. Come qualsiasi ordine e tecnica del potere che intendano essere pervasivi ad una percentuale pressoché totale, Facebook si fonda su una regola educativa e pretende di disciplinare i suoi utenti, ammaestrandoli a essere merce, a contrastare gli altri per essere più spendibili nell’osceno mercato della posizione sociale.

6. Facebook avalla, ma per questo delegittima, la tesi dell’onnipervasività totale del sistema – La novità del dispositivo-Facebook e del suo ordine dittatoriale consiste nel tentativo di assorbire e neutralizzare l’intenzionalità del soggetto. Iscriversi è, difatti, una scelta deliberata dell’utente, e apparentemente quest’ultimo esplica la libertà di esprimersi e di promuoversi come soggetto agente in una società inventata e dai parametri concorrenziali. Dobbiamo immaginare ciascun utente di Facebook come una delle singole calzature messe in esposizione da Andy Warhol nel suo celebre Diamond Dust Shoes. Merci, niente di più. Se nell’orizzonte reificato della nostra contemporaneità sembra impossibile sfuggire alla logica dell’appartenenza a una comunità virtuale (quale access point a un ideale di vita più proclamato che vissuto – nei termini mostrati da Jeremy Rifkin), l’intenzionalità rimane, in nome della coscienza critica, l’unico ambito su cui si gioca la partita di una demistificazione attiva del sistema totale. Se il network sociale sfrutta l’intenzionalità del soggetto per reprimerla, svuotando quel medesimo soggetto della sua vera appartenenza sociale, allora la critica non dovrà che lavorare a una ricostruzione della criticità soggettiva, dimodoché venga salvaguardata la possibilità di una intenzionalità attiva e non passiva. Ad ogni modo, come per qualunque altro sistema di dominio che pretenda d’essere totale e totalizzante, anche Facebook dimostra l’impossibilità di una schiavitù piena, e anzi proietta la necessità dell’alternativa e dell’esplosione sociale contro qualsiasi forma reificata di finzione umana. Facebook aspira a essere fuori dalla Storia perché è la Storia – e dunque ciò che è fatto e conosciuto dagli uomini, direbbe Giambattista Vico – il suo nemico più temibile.

7. Facebook è l’essenza del capitale – Si può brevemente riassumere affermando che l’esistenza di Facebook è necessariamente legata alle nuove forme di dominio intraprese dal capitale. Non può essere un caso che esso sia nato nell’arco di sviluppo della cosiddetta società della conoscenza e che viva all’ombra del capitalismo cognitivo; allo stesso modo non è una coincidenza che la diffusione su scala interplanetaria di Facebook si collochi nel momento di crisi del capitalismo finanziario. È ovvio pensare che si tratti di una strategia di compensazione e di annichilimento delle coscienze, proprio nel momento in cui la critica può ritrovare, di fronte agli immani cataclismi che bussano alle nostre porte e che aspettano ancora di mostrare il loro volto più feroce, un suo posto nel mondo. Ma è scandaloso spesso udire affermazioni da parte di scrittori o presunti umanisti e intellettuali, i quali sostengono di trascorrere il loro tempo libero – quel tempo libero che dovrebbero impiegare a comprendere i meccanismi funesti del capitalismo e dell’alienazione – su Facebook, non solo per reperire necessari esempi di intreccio e di esperienze (come se la realtà vera fosse una post-realtà virtuale), ma anche per vedersi rappresentati, e dunque illusoriamente riconosciuti, nel sistema dell’apparenza sociale. In questo senso si può parlare di un anti-illuminismo del social network. Il suo fine è di promuovere, nelle forme che gli sono consone, quella calma apparente che sola può garantire al capitalismo la sua lunga vita, mascherando il sogno incontrastato di totalizzazione delle vite umane col beneficio di un’astrattezza virtuale che è solo e soltanto un’esistenza falsa, corrotta, non-umana.

L’immagine: Le identità abbandonate (olio su tela, cm 80×80) di Mauro Filippini, per gentile concessione dell’artista.

Marco Gatto

(LucidaMente, anno IV, n. 40, aprile 2009)

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