RECENSIONI|1 marzo 2009 00:00

La follia omicida negli adolescenti

Non bastano il “complesso di Edipo” freudiano, questioni di eredità o limitazioni alla libertà personale a spiegare i delitti che avvengono in famiglia per mano di figli adolescenti e apparentemente “normali”. È necessario analizzare a fondo la famiglia dell’omicida, il contesto socioeconomico nel quale è inserito, il gruppo dei pari con il quale si incontra abitualmente, l’abuso di sostanze stupefacenti e alcoliche e, naturalmente, i suoi possibili disturbi psichici.
Paolo De Pasquali affronta tali problematiche nel suo libro Figli che uccidono. Da Doretta Graneris a Erika & Omar (Prefazione di Arnaldo Novelletto, Rubbettino, pp. 252, € 14,00), nel quale si ripercorrono gli omicidi più eclatanti, barbari e inspiegabili consumatisi in famiglia dalla fine del XIX secolo ai giorni nostri.Parricidio o matricidio – Quando la “normalità” di un nucleo familiare arriva a essere improvvisamente sconvolta da un evento tanto efferato e inspiegabile come l’uccisione di un padre o una madre? Secondo De Pasquali occorre analizzare a fondo le dinamiche familiari per comprendere se realmente non ci sono stati segnali che avrebbero potuto prevenire il delitto: «Katiuscia, la prima figlia, aveva subito una malformazione alla schiena perché il genitore l’aveva legata al soffitto per una gamba ed un braccio, con una catena, per tutta la notte, come punizione per essere stata rimandata in matematica. Mascia era talmente terrorizzata da lui che tentò il suicidio per un brutto voto, lanciandosi dal secondo piano della scuola. Una volta il padre l’aveva gettata a terra e calpestata per punirla della fuga del cane». Ecco perché Mascia decide di assassinare il proprio padre, l’industriale dei caminetti Torelli, rispettabile in società, tiranno in casa: «Liberarsi di un padre padrone. Uccidere per non essere uccisi. […] La “soppressione del tiranno”, l’uccisione del padre aguzzino da parte del figlio, non mira ad acquistare la libertà o l’autonomia, bensì a salvare la propria vita e quella degli altri membri della famiglia». Quando entrano in scena variabili come la prostituzione, una vita sessuale promiscua, un’alta opinione di se stessi che può sfociare nel narcisismo e il desiderio di avere tutto e subito, probabilmente il delitto che si consumerà non risulterà tanto inaspettato. Come è accaduto alla madre di Nadia Frigerio, che fu rssinata dalla figlia e dal fidanzato di lei per trasformare l’appartamento materno in casa di appuntamenti.

L’omicidio di entrambi i genitori – In un altro passo del libro si legge che: «Il sangue era dappertutto. Mario Nicolini stava riverso sulla poltrona, il corpo sventrato. La moglie, Letizia Ferrara, era stesa sul pavimento. Parti di corpo umano erano sparsi in un mare di rosso. […] Carlo li aveva squartati, per estirpare il male che era in loro». Quando la schizofrenia paranoide non viene diagnosticata e curata a dovere, il malato affetto da questa psicopatologia ha la tendenza a distorcere la realtà fino a compiere atti per lui liberatori. In questo caso Carlo Nicolini era convinto che due mostri si fossero impossessati dei corpi dei genitori e tentassero di ucciderlo, perciò, per difendersi e difenderli, li ammazza e dilania i loro corpi per distruggere le due creature. Anche una bugia portata avanti per lungo tempo può trasformarsi in omicidio. È accaduto per il cosiddetto “delitto delle mummie”: Radaelli, alla vigilia della sua presunta laurea in medicina, uccide i genitori con un potente anestetico, che si scoprì poi utilizzare in esperimenti di laboratorio sui topi, e li avvolge come mummie con del cellophane. Non mancano i genitoricidi il cui unico movente è quello della riscossione immediata dell’eredità. Questo fu il caso di Pietro Maso, che insieme a tre amici assassinò i coniugi Masi a colpi di sbarre e padelle. «La requisitoria del pm è dura: “Sono giovani senza ideali, senza valori e completamente incapaci di affrontare e risolvere qualsiasi problema. L’unico scopo nella vita sembra essere la ricchezza facile, la bella vita, le automobili di lusso e l’esibizionismo». Secondo lo psichiatra Vittorino Andreoli, le società ricche, come ad esempio il Veneto, luogo dell’omicidio sopracitato, che non si preoccupano della cultura delle nuove generazioni, rischiano di produrre questi “mostri”. «[…] un inferno di benessere. Perché è una società dove il marito è anche padrone e dove il maiale conta più della moglie. Una società improntata all’appartenenza; la religione è solo di facciata, mentre il denaro è il vero dio, in luoghi dove la scuola è considerata solo una perdita di tempo».

Erika & Omar – Cinquanta coltellate al fratellino, quarantasette alla madre e un padre salvo perché non era in casa, incredulo che la figlia possa aver commesso tale crimine. Erika e Omar, due sedicenni dediti all’abuso di droghe, lei dominante, lui sottomesso e aggressivo dopo averla conosciuta. I padri di entrambi sono figure assenti, la madre di Erika era perfetta, cattolica, divenuta ormai ingombrante poiché, confrontandosi con lei, la ragazza ne usciva sempre sconfitta. Scrive De Pasquali a tal proposito: «Riguardo alla freddezza di Erika e di Omar durante il delitto, vale quanto detto da Andreoli su Maso: l’omicidio commesso tante volte nella fantasia finisce per bruciare le emozioni». I due fidanzatini inaugurano una categoria adolescenziale che gli psichiatri definiscono “normoidi”, «cioè soggetti con una normalità non patologica, ma disturbata, compatibile con l’omicidio». Soffrono del “Disturbo Mostruoso di Personalità”: «questi giovani assassini richiamano alla memoria i “pazzi ragionanti” di Pinel, cioè soggetti che hanno l’uso della ragione e non delirano, i quali manifestano impulsi omicidi ed un’insensibilità affettiva nell’esecuzione degli atti violenti, compiuti senza alcun motivo apparente».

Gli adolescenti del nuovo millennio – Riguardo ai comportamenti adolescenziali, De Pasquali, riportando un giudizio di Andreoli, sostiene che «i nuovi adolescenti sono belli, intelligenti, ma affettivamente fragili. In essi è carente l’aspetto relazionale, come il comprendere le sensazioni degli altri (l’empatia), immedesimarsi nelle loro esperienze emotive». Sintomi di queste carenze sono l’abuso di sostanze stupefacenti e di alcol, in rari casi il suicidio e in circostanze meno eccezionali l’omicidio. In una società in cui l’apparire è al primo posto nella scala dei valori, un ragazzo è capace di commettere atti violenti e addirittura di uccidere per poter essere “visibile” e diventare un eroe. A tal proposito risulta preoccupante che molti fatti di cronaca nera in famiglia abbiano dei veri e propri fan e che alcuni delitti si siano verificati per emulare altri noti, come quello di Erika e Omar.

Chi sono i figli assassini? – Gli adolescenti che hanno tendenze omicide sono caratterizzati da alcuni aspetti psicologici: «sentimento di ingiustizia subita, anomalie nel processo di apprendimento, bassa soglia di frustrazione, incapacità di svolgere un ruolo, assenza di sentimento comunitario, incapacità di autocritica, bisogno di gratificazione immediato, aggressività sessuale, impulsività, volontà di essere punito, comportamento nevrotico». I genitori, secondo De Pasquali, dovrebbero essere in grado di leggere e interpretare tali segnali e dovrebbero imporre loro un’educazione non competitiva, ma affettiva, nelle cui dinamiche saper dire di no ai propri figli, ma anche permettere loro di sbagliare, tenendo fermo che l’adolescenza è sempre stata una tappa conflittuale dell’età evolutiva, caratterizzata dallo scontro generazionale tra figli e genitori, di cui i secondi non devono preoccuparsi eccessivamente.

L’immagine: la copertina del libro Figli che uccidono di Paolo De Pasquali, edito da Rubbettino.

Francesca Gavio

(LucidaMente, anno IV, n. 41, maggio 2009)

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