INTERVISTE, SOTTO I RIFLETTORI|8 marzo 2009 00:00

Gli “esodi transcontinentali”: un dramma dello “sviluppo”

Intervista a Maurizio Pallante nel corso della presentazione del suo nuovo saggio-inchiesta  suDecrescita e migrazioni

Lo scorso 24 aprile, presso la libreria Coop Ambasciatori di Bologna, Maurizio Pallante ha presentato il suo ultimo lavoro: Decrescita e migrazioni (Edizioni per la decrescita felice, pp. 78, € 8,00). L’evento ha riscosso un notevole successo di pubblico che si è mostrato fortemente interessato anche nella fase di dibattito successiva alla presentazione. Ideatore del Movimento della Decrescita felice e fondatore del Comitato per l’uso razionale dell’energia, Pallante ci ha rilasciato un’intervista nella quale, oltre a spiegarci il significato del saggio, ci ha illustrato i presupposti su cui si basa la teorizzazione della decrescita e le sue possibili applicazioni nella società moderna.

Dottor Pallante, perché gli immigrati emigrano?
Innanzi tutto esistono due tipi diversi di migrazione.
La prima è quella locale, che riguarda il trasferimento dalle campagne alla città. E’ un fenomeno in continua crescita, iniziato in Italia negli anni del boom economico e della massiccia industrializzazione del paese. Nel 2006, per la prima volta nella storia dell’umanità, gli abitanti delle aree urbane hanno superato la metà della popolazione mondiale, e si stima che in tempi brevi raggiungeranno i due terzi. Questo fenomeno è frutto di una necessità intrinseca della crescita. Un sistema economico fondato sull’incremento continuo del prodotto interno lordo ha la necessità di aumentare in continuazione il numero dei produttori e consumatori di merci. Di conseguenza tende a indurre i contadini ad abbandonare le campagne e l’autoproduzione dei beni per trasferirsi nelle aree urbane dove si produce e si consuma.
Poi c’è un fenomeno globale dell’immigrazione. Mi riferisco agli esodi transcontinentali che, mai come negli ultimi anni, hanno visto milioni di persone trasferirsi dai cosiddetti paesi “sottosviluppati” ai paesi occidentali. Questo fatto è profondamente legato all’idea di progresso e innovazione. Tutto ciò che è vecchio è arretrato e va in disuso. Il nuovo, la novità, invece, rappresentano la modernità, il miglioramento, il benessere. Si potevano, dunque, facilmente ipotizzare le conseguenze drammatiche che avrebbero arrecato le immagini di ragazze che ballavano seminude, di automobili di lusso, di supermercati e coca cola rimbalzate sui teleschermi delle antenne paraboliche dei paesi dell’Est europeo.
A questo si aggiunge il neocolonialismo attuato della potenze occidentali negli ultimi decenni, in primis gli Stati Uniti. Non potendo più controllare direttamente le risorse del Terzo mondo, si è passati alla fase del divide et impera, che consiste nell’appropriarsi, indirettamente, a prezzi bassissimi, delle merci prodotte nei paesi poveri. I metodi sono vari e variegati: sostenendo fazioni nelle lotte tribali tramite la fornitura d’armi, istigando a guerre locali, appoggiando i colpi di stato, demolendo le culture tradizionali, etc… Tutto ciò porta all’occidentalizzazione in versione miserevole dei paesi “poveri” e alla conseguente migrazione di massa nei paesi “ricchi”.

Cosa comporta il fenomeno dell’immigrazione?
Le migrazioni generano sofferenza, lacerazioni e insicurezza sociale.
L’immigrato sa che viene a vivere in una società fondata sulla crescita della produzione e dell’acquisto di merci, dove conti e sei considerato in base alla disponibilità economica che dimostri di avere attraverso gli oggetti che compri. Per questo motivo una componente non marginale di essi è disponibile a delinquere, come delinque chiunque non abbia nulla da perdere o non abbia altro scopo nella vita se non il denaro. Una prova ulteriore è fornita dal fatto che la maggior parte dei reati commessi da immigrati sono effettivamente compiuti da clandestini, e cioè da persone senza lavoro. Questo significa che non è l’immigrato che stupra, ruba, trasgredisce, bensì è il povero che commette tali nefandezze.
La risposta da parte dei politici è vacua. Da destra a sinistra. La destra propone l’espulsione degli immigrati, sbandierando i principi di ordine e sicurezza, senza voler ammettere il contributo effettivo degli stranieri al ciclo produttivo del paese. La sinistra si erge a partito dei poveri e in nome della giustizia sociale punta all’immigrazione come forza vitale per l’aumento produttivo del paese, perché se l’economia cresce ce n’è di più per tutti.
Nessuno però pone la questione sul perché arrivano gli immigrati, e su come si possa evitare questo fenomeno, che, al di là della questione umana, rimane un elemento di profonda instabilità sociale.

Gli immigrati sono un peso per il nostro paese?
Assolutamente no.
Secondo uno studio della Cgia di Mestre (associazioni artigiani piccole imprese), riportato dal quotidiano la Repubblica il 31 maggio 2008, il lavoro nero svolto dai 700 mila immigrati, che hanno presentato domanda per regolarizzare la loro posizione, vale circa 30 miliardi di euro, cioè il 2% del pil, che si aggiunge al contributo del 9,2% apportato dai 2,5 milioni di immigrati regolari. Per rendere questi numeri più leggibili, quel 2% di pil del lavoro clandestino è pari all’intero introito derivante dal flusso turistico nel nostro paese. Ciò vuol dire che se non ci fossero i clandestini sarebbe come se non ci fossero i turisti.
Poi ci sono le badanti: chiodo fisso dei politici di centro-sinistra per dimostrare la necessità di accogliere immigrati clandestini e regolarizzarli. Questo argomento, toccando il tema più da un punto di vista socio-assistenziale che produttivo, ha attirato l’attenzione anche della Chiesa, che ha costantemente messo in evidenza i vantaggi economici dei flussi migratori. Ultimamente persino la Lega ha inserito le badanti come eccezione nel suo decreto di espulsione degli immigrati clandestini.
A questo proposito Michele Serra ha scritto su la Repubblica: “Può darsi che gli imprenditori, che godono assai dell’apporto di manodopera immigrata, affidino poi il voto ai partiti più duramente isolazionisti, perché, evidentemente, contano sull’elasticità di un mercato del lavoro del quale sanno di essere la parte più forte. Ma la prospettiva di vedere sparire, per un rimpatrio forzato o per altre tagliole burocratiche, la persona che assiste i genitori è qualcosa che fa davvero crollare il fragile equilibrio del nostro castello sociale, fondato sulla indipendenza e la libertà degli individui in età produttiva”.

Cosa propone la Decrescita felice?
Mangiare frutta di stagione, o coltivare in un orticello o sul proprio balcone fa innanzitutto molto bene. Inoltre innesca una serie di processi economici e sociali di grande portata. Contribuisce a ridurre il consumo di fonti fossili nel settore dei trasporti, il numero dei camion che intasano le strade, l’effetto serra, i fatturati delle società monopolistiche multinazionali della grande distribuzione e del settore agroalimentare, frenando la loro espansione territoriale a scapito delle foreste e dei piccoli contadini del Sud del mondo. Uno stile di vita improntato alla decrescita contrasta i processi che costringono a emigrare.
La decrescita, la valorizzazione delle economie fondate sulle filiere corte e sull’autoproduzione capovolgerebbe il rapporto tra Nord e Sud del mondo. Non sarebbe più il Nord, mercificato e omologato, ad avere il ruolo da modello da imitare, ma il Sud, dove sono sopravvissute la cultura, il sapere e il saper fare, uniche strade possibili per invertire la tendenza che sta conducendo l’umanità all’autodistruzione.

L’immagine: Maurizio Pallante su Il Blog di Beppe Grillo (http://www.beppegrillo.it/) e altrove.

Simone Jacca

(LucidaMente, anno IV, n. 41, maggio 2009)

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