IL PIACERE DELLA CULTURA|8 marzo 2009 00:00

Nel molle ventre del male assoluto

Drammaturgo e narratore elvetico di statura internazionale, Friedrich Dürrenmatt (1921-1990) è stato un acuto osservatore della psiche umana, capace come pochi altri scrittori di cogliere il male che si nasconde dietro l’apparente normalità della vita quotidiana, i conflitti interiori che lacerano l’individuo, il caso che governa l’agire degli uomini, la solitudine che impera nella società moderna. Autore di una serie di fortunati romanzi noir (tra cui ricordiamo, oltre a Il sospetto, anche La promessa e Il giudice e il suo boia), Dürrenmatt ha saputo dar vita a un genere poliziesco del tutto particolare, pieno di riferimenti all’espressionismo e all’esistenzialismo, che a volte richiama alla mente le angoscianti atmosfere kafkiane o gli incubi visionari di Edgar Allan Poe.
Il suo stile, assai distante dai classici scrittori di “gialli”, ha sicuramente aperto la strada a quella tipologia di racconti polizieschi che si sofferma piuttosto sulla caratterizzazione dei personaggi anziché sull’intreccio narrativo, inserendo la trama in un preciso contesto storico-politico (il pensiero va soprattutto ad alcuni romanzi di Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli e Leonardo Sciascia).

Scambio d’identità fra sosia – Nel 1953 Dürrenmatt pubblicò Der Verdacht, poi tradotto in italiano nel 1987 dalla Feltrinelli col titolo Il sospetto, la cui ultima edizione risale al 2007 (Feltrinelli, pp. 128, € 6,50). Il romanzo è ambientato tra il novembre 1948 e il gennaio 1949, quando era ancora vivo il ricordo delle immense distruzioni provocate dalla Seconda guerra mondiale e degli orrori perpetrati nei lager nazisti. Personaggio principale della vicenda è il vecchio commissario Hans Bärlach, già protagonista de Il giudice e il suo boia, costretto da una grave malattia a ricoverarsi presso l’ospedale di Salem (nei pressi di Berna), dove svolge la professione medica il suo amico Samuel Hungertobel, un esperto chirurgo che riesce a salvargli temporaneamente la vita («Ancora un anno?», gli domanda preoccupato il commissario). Bärlach sta per concludere una lunga e brillante carriera trascorsa nella polizia svizzera e in quella turca, ma non appare ancora stanco di indagare. L’istinto del segugio si risveglia in lui appena coglie l’espressione contrariata di Hungertobel dopo che questi ha visto su una rivista la foto di un medico delle SS – il dottor Nehle, morto suicida – intento a operare un paziente senza anestesia nel lager di Stutthof, vicino Danzica. Bärlach capisce subito che il volto dell’aguzzino ha ricordato all’amico qualcuno che è ancora in vita e gli chiede con insistenza di rivelare il sospetto annidatosi nel suo animo. Viene così alla luce un oscuro legame tra il defunto dottor Nehle e un illustre chirurgo svizzero, il dottor Emmenberger: i due hanno una rassomiglianza impressionante e probabilmente in passato, dopo essersi casualmente conosciuti, si sono scambiati l’identità.

L’ultima indagine – Bärlach, sebbene sia convalescente e già pensionato, decide ugualmente di avviare l’ultima indagine della sua vita. Riesce così a scoprire che Nehle è stato un terapeuta autodidatta, molto ferrato nell’arte medica, ma piuttosto scadente sul piano culturale e incapace di affrontare una regolare carriera scolastica. Al commissario svizzero, quindi, sorge il dubbio che Nehle abbia conseguito irregolarmente i suoi titoli di studi, facendosi sostituire da Emmenberger sia agli esami di maturità liceale, sia durante la seduta di laurea universitaria. In cambio del favore ricevuto, Nehle si sarebbe recato in Cile nel 1933 sotto le mentite spoglie del sosia, rimanendovi fino alla fine della Seconda guerra mondiale, in modo da fornire al complice un alibi inoppugnabile. Emmenberger, trasferitosi poi in Germania, avrebbe dato libero sfogo alle sue pulsioni sadiche (di cui era stato testimone a suo tempo lo stesso Hungertobel), entrando a far parte delle SS. Finita la guerra, egli avrebbe, infine, ripreso la sua vera identità, andando a vivere a Sonnestein, presso Zurigo, dove ha aperto una lussuosa clinica, non prima però di aver eliminato il suo ingombrante alter ego.

Prigioniero nel Reparto 3 – Convinto della plausibilità del proprio sospetto, Bärlach va alla ricerca delle prove che possano far incriminare Emmenberger e si ricovera presso la clinica di Sonnestein. Sebbene egli abbia fornito false generalità, ben presto Emmenberger lo smaschera e, dopo averlo narcotizzato, lo fa sequestrare e rinchiudere in una camera del sinistro Reparto 3 (che funge, in pratica, da obitorio). Il finale del libro assume il tono parossistico di un incubo ad occhi aperti. Emmenberger, in un eccesso di megalomania, confessa al prigioniero i suoi terribili misfatti e gli annuncia che lo farà morire, dopo aver provveduto a far uccidere anche Hungertobel. A Bärlach non resta altro che attendere la fine, contemplando, sempre più spossato, una riproduzione de Il cavaliere, la morte e il diavolo di Albrecht Dürer, che è stata affissa – su sua esplicita richiesta – a una delle pareti della stanza nella quale è segregato (di questo dipinto ha parlato anche Sciascia nel suo ultimo romanzo poliziesco, Il cavaliere e la morte, edito da Adelphi nel 1989). Egli sa che Emmenberger vuole riservargli il crudele trattamento destinato ad alcuni dei suoi pazienti più facoltosi, i quali – dopo essere stati indotti a donare i propri beni al chirurgo – vengono uccisi… con un’operazione senza anestesia! Ma la buona sorte assiste ancora una volta il vecchio commissario: in extremis giunge in suo soccorso Gulliver, un gigantesco ebreo con cui ha stretto in passato un curioso rapporto confidenziale.

Personaggi stravaganti – Gulliver, sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti, è colui che ha fotografato di nascosto Emmenberger a Stutthof. È un personaggio grottesco, che si aggira di notte per le strade di Berna e si arrampica agilmente sui palazzi, bevendo vodka a profusione (in qualche misura richiama alla mente la leggenda dell’“ebreo errante”, in cerca di pace e di riscatto). Sarà proprio lui, infine, a uccidere il criminale nazista e a salvare dalla morte sia Bärlach, sia Hungertobel. Oltre a Gulliver, il romanzo è costellato da altre figure stravaganti e clownesche: il trasandato e paranoico Fortschig, direttore di uno scombinato e semisconosciuto giornale, che verrà assassinato perché ha reso pubblico un dossier sulla vera identità del dottor Nehle; il nano semi-idiota che si aggira nella clinica di Sonnestein, il quale è in realtà un altro ebreo vittima di Emmenberger, da lui “graziato” e poi trasformato in un micidiale killer; Kläri Glauber, un’infermiera squilibrata che giustifica l’operato del chirurgo criminale e che ha scritto un assurdo panegirico sulla morte. Il personaggio più inquietante, tuttavia, è quello della dottoressa Edith Marlock, complice e amante di Emmenberger, un’ex comunista, fuggita dalla Germania in Urss nel 1933, che è stata consegnata proprio dagli stalinisti ai tedeschi, dopo la firma del Patto di non aggressione. Imprigionata nel campo di Stutthof, Edith ha rinnegato il suo passato ed è sopravvissuta soltanto perché si è legata, anima e corpo, al proprio aguzzino, del quale ha finito per condividere pienamente i metodi brutali, oltre che l’ideologia.

Un messaggio antitotalitario – La dottoressa Marlock incarna l’aspetto più cupo dell’esistenza. Attraverso lei Dürrenmatt esprime le sue dolenti note sulla natura umana: «So ormai com’è fatto l’uomo; è fatto in modo tale che di lui si può fare qualsiasi cosa […]. È l’uomo stesso che desidera l’inferno, lo coltiva nei suoi pensieri e lo crea con le proprie azioni». Tuttavia, contro il nichilismo necrofilo che sta alla base della Weltanschauung di Emmenberger e della Marlock, si alza vibrante la protesta di Bärlach, il quale, durante un drammatico colloquio, urla alla dottoressa: «No! Bisogna distruggere quest’uomo». Insieme al dottor Hungertobel, il commissario rappresenta la parte biofila dell’essere umano, assurgendo a simbolo dell’attaccamento alla vita e del senso di responsabilità, che non vengono mai meno, neppure di fronte alle avversità della sorte. La magia de Il sospetto sgorga dall’incastro complicato fra impulsi distruttivi, dissimulazioni, desiderio di vendetta, amore per la vita e sforzo di contrastare razionalmente il male. È un romanzo avvincente, che colpisce il lettore per i dialoghi intensi e penetranti, l’alternanza di toni ironici e drammatici, i personaggi foschi e bizzarri, le situazioni surreali e il messaggio antitotalitario che emerge tra le righe.

L’immagine: particolare della copertina de Il sospetto, nella collana Universale Economica della Feltrinelli.

Giuseppe Licandro

(LucidaMente, anno IV, n. 41, maggio 2009)

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