IL PIACERE DELLA CULTURA|14 giugno 2009 00:00

No ai “capri espiatori”!

Durante la grande pestilenza che sconvolse il continente europeo fra il 1347 e il 1350, il cronista tedesco Conrad von Megenberg raccontò alcuni strani avvenimenti che accaddero in Germania: «In molti pozzi furono trovati sacchetti pieni di veleno, e un numero incalcolabile di Ebrei fu massacrato in Renania, in Franconia, e in tutti i paesi tedeschi» (cfr. Leon Poliakov, Storia dell’antisemitismo, vol. I, La Nuova Italia). Responsabili della propagazione delle epidemie, infatti, furono ritenuti in primo luogo gli ebrei, sebbene apparisse chiaro anche allo stesso cronista che «sarebbero stati dei begli stupidi ad avvelenare se stessi».
La colpa delle periodiche catastrofi che colpivano il mondo occidentale veniva attribuita anche ai sortilegi delle cosiddette “streghe”, cioè di donne dai comportamenti considerati fuori della norma, come ci attesta il Malleus maleficarun, il noto libro scritto nel 1486 da Henrich Institor Kramer e Jacob Sprenger, nel quale si afferma che «a causa del […] disordine degli affetti e delle passioni, le donne cercano, escogitano e infliggono i più diversi tipi di vendette, sia per mezzo di malefici, sia con ogni altro mezzo» (cfr. La stregoneria in Europa (1450-1560), a cura di Marina Romanello, il Mulino).

Alla ricerca del “capro espiatorio” – Questi atteggiamenti intolleranti e irrazionali, perpetuatisi in Occidente anche nei secoli successivi, trovano la loro motivazione nella ricerca di un “capro espiatorio”, cioè di qualcuno su cui far ricadere la colpa dei disagi e degli imprevisti dell’esistenza. Scrive a tal proposito lo storico Scipione Guarracino ne L’età medievale e moderna(Bruno Mondadori): «In principio si pensò ai lebbrosi, a una vendetta di questi reietti della società, ma presto il bisogno di un capro espiatorio si concentrò sugli ebrei […]. La società cristiana aveva fatto di loro dei “diversi” e ora li accusava per questa loro diversità dei più orribili delitti». Fin dall’antichità, del resto, il ricorso a riti durante i quali, pur con molteplici variazioni, si sacrificavano “capri espiatori” ha caratterizzato numerose civiltà umane. Paradossalmente, questo rituale nacque proprio all’interno della religione ebraica, come ci attestano la Bibbia, la Mishnah e il Talmud: durante le cerimonie previste dallo Yom Kippur (“il giorno dell’espiazione”), una capra, su cui erano simbolicamente caricati tutti i peccati del popolo d’Israele, veniva dapprima abbandonata in un luogo selvaggio e in seguito scaraventata in un precipizio. Questo tipo di cerimoniale fu recepito anche dal cristianesimo, che ne mutuò l’immagine dell’“agnello sacrificale” per esprimere metaforicamente la morte di Cristo, mentre forme analoghe furono presenti presso altri popoli, come egizi e aztechi.
L’intolleranza… – Fino alla metà del secolo scorso l’antisemitismo è stato un sentimento assai diffuso in Occidente. Episodi come l’Affaire Dreyfus in Francia e, ancor di più, l’Olocausto ne sono la prova più lampante. Tuttavia, dopo la nascita dello stato di Israele nel 1948, l’ostilità contro gli ebrei si è in parte affievolita, sebbene permangano in taluni ambienti politici e religiosi sentimenti fortemente antisemiti, come testimoniano le affermazioni “negazioniste” della Shoah avanzate dal vescovo lefebvriano Richard Williamson. Altre forme di intolleranza e di razzismo, però, si sono diffuse nella società occidentale, che ha trovato di volta in volta nuovi “capri espiatori” su cui riversare le proprie ossessioni, identificandoli in genere negli immigrati, negli emarginati o in coloro che manifestano comportamenti anomali o eccessivamente anticonformisti. Purtroppo, negli ultimi anni, si è inasprito anche in Italia il clima di insofferenza verso gli stranieri e verso coloro che non si adattano perfettamente alla cultura perbenista predominante, come sta a testimoniare l’ondata neoproibizionista che si sta abbattendo da qualche tempo sui cittadini del Belpaese.

…e la xenofobia – Le norme repressive approvate contro la prostituzione e l’accattonaggio e la recente introduzione del “reato di clandestinità” sono il sintomo di una ossessione maniacale che addita quali principali pericoli per la stabilità sociale e l’ordine pubblico i rom, gli ambulanti, i lavoratori forestieri, i “diversi” in genere (al contempo, ci “si dimentica” quasi del tutto della grande criminalità organizzata…). Dapprima sono stati i “marocchini”, poi gli “albanesi” e, ultimamente, i “romeni” a suscitare ondate di xenofobia che hanno fatto impallidire di vergogna quei cittadini italiani che non hanno dimenticato che i propri avi erano costretti a emigrare in Francia, Germania o negli Stati Uniti alla ricerca di una vita migliore, spesso ricevendo in cambio disprezzo e umiliazioni. Per sconfessare la propaganda xenofoba sorta intorno a certi tipi di reato – come lo stupro – ricordiamo quanto ha recentemente scritto Umberto Eco nell’articolo Maledetti romeni (L’espresso, n. 10, 2009): «Il Viminale ha cercato di emettere alcuni comunicati imbarazzati secondo cui, a proposito dei casi di stupro, nel 60,9 per cento sono responsabili cittadini italiani […]. Per il resto, visto che sono di moda i romeni, pare che essi siano responsabili solo per il 7,8 per cento, mentre un buon 6,3 per cento se lo aggiudicano i marocchini».

L’ospitalità e il rispetto dei diritti – A tutti gli ipocriti che sostengono che «ognuno dovrebbe starsene a casa propria» – salvo poi assumere in nero qualche lavoratore straniero, sottopagandolo e mettendone a repentaglio l’incolumità – vorremmo ricordare le parole con cui Kant giustificava in Per la pace perpetua (1795) l’accoglienza degli stranieri: «non si tratta di filantropia, ma di diritto, e quindi ospitalità significa il diritto di uno straniero che arriva sul territorio di un altro Stato di non essere da questo trattato ostilmente […]. Nessuno in origine ha maggior diritto di un altro ad una porzione determinata della terra» (cfr. Immanuel Kant, Scritti politici, Utet). Certo, riteniamo giusto che ci sia un controllo dei flussi migratori clandestini e che gli immigrati svolgano un lavoro regolare e non commettano reati, come qualunque altro cittadino italiano. Ma è compito della magistratura e delle forze dell’ordine garantire il rispetto della legge, non certo di controversi “giustizieri della notte” o di improvvisate “ronde” (che ricordano certi “manipoli” tristemente famosi…), la cui legittimazione sembra affondare le radici proprio nella ricerca di “capri espiatori” sui quali riversare la rabbia di una popolazione impotente, sempre più frustrata dalla crisi economica e dal malcostume della classe dirigente. Ci auguriamo, in conclusione, che il clima di esasperante revisionismo imperante nel Belpaese non porti prima o poi ad affossare una delle poche certezze che rimangono a chi, come noi, continua a credere, nonostante tutto, nel valore della democrazia. Ci riferiamo alla Costituzione italiana, il cui secondo articolo recita: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

L’immagine: particolare di The Scapegoat (olio su tela, 1854-1856, Port Sunlight-Liverpool, Lady Lever Art Gallery) di William Holman Hunt (1827-1910).

Giuseppe Licandro

(LucidaMente, anno IV, n. 46, ottobre 2009)

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