ATTACCO FRONTALE|24 giugno 2009 00:00

“Uomini che odiano le donne”. O viceversa

Femminismo estremo e politically correct nel romanzo-film di ambiente svedese

Estate. Caldo. Per poter fruire di aria fresca ci si rifugia in un qualsiasi cinema, per gli scampoli della programmazione, a vedere qualche film perso (?) nel corso della stagione inverno-primavera. Ed eccoci proiettati in un universo manicheo, nel quale i buoni (“le buone”) sono tutti da un lato, i cattivi (tutti maschi) dall’altro, distinguibilissimi. Una realtà dove è punita la violenza commessa solo da una parte e si giustifica – anzi si esalta – quella compiuta dall’altra. Un mondo schematico, dalle facili equazioni: uomo, destra, borghesia, capitalismo = Male; donna, sinistra, trasgressione, progressismo = Bene.
Ci troviamo forse nel Cile di Pinochet, nella Spagna di Franco, in un paese africano dominato da dittature negre alleate a multinazionali, nel Messico delle donne fatte sparire a Juárez (si veda il film Bordertown, 2007, regia di Gregory Nava, con Jennifer Lopez e Antonio Banderas)?

uomini_che_odiano_le_donne_gUn film da un romanzo di successo
No, siamo nella civilissima Svezia. Paese sensibile, evoluto e avanzato sulle esigenze femminili quant’altri mai, nel quale esistono leggi a tutela della maternità, col 40% di parlamentari donne, in cui, per reprimere la prostituzione, si punisce sempre e soltanto il cliente… E il film è il notissimo Uomini che odiano le donne (Män som hatar kvinnor).
Uscito in Italia a fine maggio 2009, e diretto da Niels Arden Oplev, è tratto dall’omonimo romanzo di Stieg Larsson (1954-2004), best-seller facente parte della trilogia Millennium. In effetti, prima della sua morte, Larsson, giornalista progressista, non aveva pubblicato narrativa ma solo saggi sulla democrazia svedese e sui movimenti di estrema destra. Poco prima di morire, però, consegnò una serie di tre romanzi polizieschi a una delle maggiori case editrici svedesi. I suoi libri sono stati quindi tradotti in venticinque paesi (in Italia da Marsilio), vendendo otto milioni di copie.

La trama
Torniamo al film. La protagonista, Lisbeth Salander, è una hacker tatuata, con vari piercing, dark, poco femminile, e non a caso è interpretata da Noomi Rapace, attrice dall’aspetto tra Asia Argento e Stefania Rocca, ovvero due icone della “sinistra de noantri”.
Via via scopriamo che, per qualcosa che ha commesso nel passato, vive affidata a un tutore che amministra i suoi beni e stila rapporti alla magistratura di sorveglianza sul comportamento della protetta.
L’altro personaggio principale è il giornalista Mikael Blomkvist, direttore appunto della rivista progressista di denuncia Millennium (sulla scena Michael Nyqvist), impegnato in un’inchiesta sulle malefatte delle multinazionali. Purtroppo gli va male e viene condannato a sei mesi di detenzione per calunnia (che sconterà in seguito in una cella che in Italia se la sognano). Nel frattempo viene assoldato – pecunia non olet – dal patriarca della potente famiglia capitalista dei Vanger per indagare sulla scomparsa, avvenuta nel 1966, della nipote Harriet. Sebbene il corpo della donna non sia mai stato ritrovato, lo zio è convinto che sia stata uccisa e che l’omicida appartenga alla sua stessa famiglia.
Non anticipiamo molto di più, rispettando il diritto del lettore a sorbirsi nel prossimo futuro il film o il libro, ma è ovvio che c’entrano i nazisti (svedesi), i capitalisti, i maschi sadici e stupratori, l’antisemitismo e la violenza gratuita sulle donne.

Umorismo involontario
All’indagine collabora Lisbeth, che viene così a formare una “strana coppia” con Mikael.
Ovviamente alla poverina ne capitano di tutti i colori. In metropolitana viene aggredita da degli sbandati. Le muore il tutore “buono” e ne arriva uno cattivo (un distinto signore verso i sessanta, ma un vero mandrillo sadico), che la ricatta e pretende prestazioni sessuali per farla accedere ai soldi che lei si guadagna.
La prima volta il pegno consiste in un «pompino», ma, siccome alla cattiveria degli uomini non c’è mai fine, la volta successiva, a lei che gli chiede più o meno «ma, insomma, ogni volta che ho bisogno di soldi, devo farti un pompino?», il “mostro” risponde: «No, non sempre un pompino». E via con una violenta sodomizzazione – arzillo il vecchietto! – che per un po’ di tempo riduce la donna a deambulare e a sedersi con fatica.
Un esprit de finesse che provoca un umorismo involontario, al limite del grottesco.

La violenza va bene, ma solo se a commetterla è una donna
Ma non crediate che l’eroina si lasci maltrattare così, senza reagire.
I bulli coattoni della metropolitana vengono massacrati dalla poverina, che, poco dopo, lega, prende a calci con degli stivaloni, sodomizza con un enorme fallo di plastica l’anziano sadico e, tanto perché non faccia più porcherie con altre, gli tatua sulla pancia un’enorme scritta «Io sono un sadico porco, un verme e uno stupratore» (che compare in alto nella locandina del film).
Infine, la povera Lisbeth ha la brutta abitudine di bruciare gli uomini (sì, avete capito bene, qualche volta dà loro fuoco). Ma la serie de Il giustiziere della notte, con Charles Bronson che si faceva giustizia da solo, non era considerata “di destra”? Ah, ma lui era un maschio!
Inoltre una notte, mentre il bolso (l’unico maschio accettato dal femminismo e dal politically correct deve essere devirilizzato, fiacco, malinconico, problematico, timido, passivo, bruttino, magari per poi essere schernito dalle stesse donne) Mikael se ne sta tranquillo a letto a dormire, la Lisbeth ha un impulso “a sorpresa” (in una scena precedente l’avevamo vista a letto con un’altra donna): gli abbassa i pantaloni, gli si mette sopra e in pochi secondi si prende il suo rapido piacere – l’uomo subisce atterrito, con gli occhi spalancati –, quindi va via.
Ve l’immaginate se la stessa azione l’avesse commessa un uomo? L’ergastolo, l’ergastolo!

La lobby femminista e la nostalgia di… Anita Ekberg
Un trionfo del politically correct (sui guasti universali di questa vera e propria “ideologia” trasversale – con annessi intolleranza e “bigottismo progressista” – si legga Robert Hughes, La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto, Milano, Adelphi). Un racconto ruffiano verso un femminismo che ormai è in grado, in Italia, di unire e di far votare insieme in parlamento la Turco e la Mussolini, la Melandri e la Carfagna, la Finocchiaro e la Santanchè, la Bonino e la Prestigiacomo. Le casalinghe e le veline, le mamme e le arrampicatrici sociali costi quel che costi, le veterofemministe e le oche giulive. Una vera e propria lobby a difesa dei diritti (il che è legittimo) ma anche dei privilegi delle donne.
Dubbio: un libro-film del genere è nato ed è stato concepito in Svezia nonostante il o proprio grazie al clima politico-sociale progressista il cui risultato è la legislazione non solo di tutela delle donne ma apertamente veterofemminista (vedi persecuzione del maschio) della quale si diceva all’inizio?
O Svezia, aridacce, se non proprio Marina Lotar, almeno Anita Ekberg.

L’immagine: la locandina del film di Niels Arden Oplev.

Rino Tripodi

(LM EXTRA n. 16, 15 settembre 2009, supplemento a LucidaMente, anno IV, n. 45, settembre 2009)

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3 Comments

  • Siamo un po’ stanchi nel leggere costantemente “romanzi” dove le donne sono sempre vittime e gli omacci sempre cattivoni, così come siamo stanchi di leggere romanzi dove non vi è alcuna traccia del comunismo e del suo capitalismo di Stato che potremmo paragonare alla peste medioevale in quanto a numero di morti. Inoltre classificare le donne come innocue è assolutamente ridicolo e così classificare che gli uomini solo cattivoni. Questo “romanzo” è una grandissima porcata e così anche il film.

  • Incommentabile…
    Ormai l’indottrinamento è arrivato a livelli estremi..-
    Persino guardando alcune serie tv per ragazzi giovani, in Italia, i messaggi misandrici vengono fatti passare come se niente fosse…
    Basta cercare “male bashing” su Youtube per trovarne una quantità enorme… mentre dall’altro lato chi dice “a” verso una donna, anche se in certi casi ha ragione, viene crocifisso. Viene censurato e spesso non gli viene più permesso di parlare in Tv.
    Per fare un esempio, ho visto “Stranger Things”, serie Tv fra l’altro carina… con belle ambientazioni anni ’80… ma (anche se è molto più moderata di questo film ovviamente) è stata rovinata a mio parere da una certa propaganda antimaschile.
    Vi si vedono maschi che sono obbligati a scusarsi sempre verso una donna, anche se non hanno fatto niente di male, o non avrebbero niente di cui doversi scusare.
    Un insulto verso un uomo “non bello o pelato” diventa motivo di applausi, mentre non si può dire niente verso una donna.
    Fra l’altro viene visto dai giovanissimi che sono maggiormente indottrinabili.
    Nel femminismo che accompagna opere di questo tipo la solfa è quasi sempre la stessa:
    La donna viene descritta sempre come una eroina; anche quando fa del male a un uomo viene sempre autoassolta da un tribunale morale fatto dalle stesse persone che supportano questo tipo di pseudofemminismo misandrico. Quindi qualsiasi cosa abbia fatto viene vista sempre come “vittima” di un presunto patriarcato, o dell’uomo cattivo. Anche quando la “cattiva” è lei.
    Vedere i cattivi dalla parte dei “maschi” e i “buoni” dalla parte delle femmine, è ridicolo. Questo lo capirebbe anche un bambino, se non viene indottrinato.
    Potremmo copiare dal Nord Europa e dalla Svezia in particolare altre cose nelle quali vanno molto meglio dell’Italia… invece, come al solito, importiamo solo “il peggio”. Sembra che siamo dei maestri in Italia in questo. Lo dico con grande amarezza, anche se è solo il mio parere.