IL PIACERE DELLA CULTURA|26 giugno 2009 00:00

Tre omicidi legati da un “filo nero”

Che cosa accomuna le morti “eccellenti” di Enrico Mattei, presidente dell’Ente nazionale idrocarburi (Eni), Mauro De Mauro, giornalista de L’Ora di Palermo, e Pier Paolo Pasolini, noto scrittore e regista? Apparentemente niente, stando almeno alle risultanze delle inchieste giudiziarie e dei processi. Eppure c’è chi sostiene che un “filo nero” leghi la scomparsa di tutti e tre.
È questa la tesi avanzata dai giornalisti Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in Profondo nero. Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica pista all’origine delle stragi di Stato (Chiarelettere, pp. 308, € 14,60), un avvincente saggio, strutturato a guisa di racconto noir, nel quale però ogni riferimento a fatti realmente accaduti e a persone realmente esistite non è puramente casuale….
Nell’Avviso al lettore, infatti, Lo Bianco e Rizza precisano che la loro «è una ricostruzione basata su fatti raccolti dalle carte giudiziarie, su documenti di archivio, su libri, reportage e interviste» e, nonostante gli esiti negativi delle indagini condotte dai magistrati, sono convinti che ci sia una verità storica «che va ben oltre la verità giudiziaria finora raggiunta», lasciando trasparire «un Paese dove la natura criminale del potere ostacola da sempre l’esercizio della giustizia, dove il sistema dei ricatti incrociati costituisce la triste regola del passato, ed è la logica premessa di un presente caratterizzato dalla legittimazione democratica di nuovi autoritarismi».Tre morti indecifrabili – Sabato 27 ottobre 1962, ore 18,50. Il Morane Saulnier 760, su cui viaggiano il presidente dell’Eni Mattei, il giornalista statunitense William McHale e il pilota Irnerio Bertuzzi, prende fuoco in volo poco prima di atterrare all’aeroporto di Linate, schiantandosi nelle campagne vicino a Bascapè, un paese della provincia di Pavia. I tre passeggeri muoiono nell’impatto. Dapprima si pensa a un incidente, poi si aprono due inchieste giudiziarie che seguono la pista di un possibile attentato, ma non si approda a nulla e le indagini si chiudono con l’archiviazione. Mercoledì 16 settembre 1970. Ore 21,10. A Palermo il giornalista De Mauro, mentre sta rincasando, viene prelevato da alcuni individui, sale sulla sua Bmw di colore blu e scompare misteriosamente. Le ricerche, avviate simultaneamente da polizia e carabinieri, s’interrompono improvvisamente dopo un paio di mesi, senza alcun esito (si sospetta un intervento censorio da parte dei servizi segreti). A distanza di anni, in seguito a nuove rivelazioni, vengono aperte altre due inchieste giudiziarie, la prima nel 1994 dal pubblico ministero Vincenzo Calia di Pavia (che chiede però l’archiviazione del caso), la seconda nel 2001 dal procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, che ottiene il rinvio a giudizio di Totò Riina, sospettato di essere uno dei mandanti (l’unico rimasto ancora in vita) del sequestro e dell’omicidio del giornalista de L’Ora. Domenica 2 novembre 1975, ore 6,30. Presso l’idroscalo di Ostia viene rinvenuto il corpo martoriato di Pier Paolo Pasolini. Della sua morte viene imputato un diciassettenne, Giuseppe Pelosi, condannato poi con sentenza definita a nove anni di reclusione. Il delitto, secondo gli inquirenti, sarebbe maturato durante una lite intercorsa fra Pelosi e il letterato friulano, dopo un fugace rapporto sessuale. Molti anni dopo, il 7 maggio 2005, nel corso della trasmissione televisiva di Raitre Ombre sul giallo Pelosi fornisce una versione diversa dei fatti, dalla quale emerge che Pasolini fu vittima di un’aggressione premeditata da parte di un gruppo di teppisti, presumibilmente legati agli ambienti neofascisti romani. La Procura di Roma riapre subito il caso, ma i pubblici ministeri che investigano, non avendo trovato riscontri convincenti alle dichiarazioni di Pelosi, dopo cinque mesi chiedono l’archiviazione dell’indagine e la loro richiesta viene successivamente accolta dal giudice per le indagini preliminari di Roma.

C’è un nesso tra i delitti? – Lo Bianco e Rizza avanzano delle ipotesi inquietanti e per molti versi sconvolgenti sul nesso che potrebbe aver unito le morti di Mattei, De Mauro e Pasolini. La tesi da cui muovono gli autori è che l’incidente di Bascapè sia stato in realtà «un delitto made in Italy», nel quale cioè non svolsero un ruolo rilevante né i servizi segreti stranieri né le “Sette sorelle”, allora predominanti nel sistema petrolifero mondiale. Alle multinazionali britanniche, francesi e statunitensi non faceva certo comodo che il presidente dell’Eni si muovesse in piena autonomia, stipulando accordi economici con i paesi arabi e, addirittura, con l’Urss. Tuttavia, sembra che la sua scomparsa non sia ascrivibile a “interventi esterni”, almeno per quello che si evince dalle conclusioni cui è giunta la terza indagine giudiziaria. Il pubblico ministero Calia, infatti, pur chiedendo l’archiviazione del caso per mancanza di prove, ha così chiosato la morte di Mattei: «La programmazione e l’esecuzione dell’attentato furono complesse e comportarono […] il coinvolgimento degli uomini inseriti nello stesso Ente petrolifero e negli organi di sicurezza dello Stato con responsabilità non di secondo piano». Insomma, l’incidente di Bascapè fu verosimilmente il primo atto della stagione stragista che alcuni anni dopo insanguinò l’Italia. Ed è plausibile pensare che De Mauro e Pasolini vennero uccisi perché avevano scoperto qualche segreto indicibile. Il giornalista de L’Ora, infatti, svolse per conto del regista Francesco Rosi un’indagine sugli ultimi giorni di vita di Mattei, rivelando a qualcuno – forse anche al giudice Pietro Scaglione, che venne ucciso dalla mafia nel 1971 – i nomi dei possibili mandanti ed esecutori dell’attentato. Pasolini, dal suo canto, pubblicò sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974 l’articolo Che cos’è questo golpe?, nel quale ammise di conoscere i nomi di coloro che, mirando ad ampliare il proprio potere, da tempo tramavano contro la democrazia. Lo scrittore ribadì queste accuse anche in Petrolio, il libro che aveva già abbozzato prima di essere barbaramente ucciso e che venne pubblicato postumo da Einaudi nel 1992.

Cefis e la loggia «P2» – Intorno alle morti di Mattei, De Mauro e Pasolini gli autori di Profondo nero avanzano un’ipotesi agghiacciante e sconcertante, attribuendone la responsabilità alla struttura di potere occulto costituitasi attorno a Eugenio Cefis. Costui era stato tra i collaboratori più fidati di Mattei, ma aveva poi avversato la politica “antiamericana” del presidente dell’ente petrolifero italiano, tanto da essere estromesso dall’azienda giusto agli inizi del 1962. Morto Mattei, Cefis tornò subito a lavorare all’Eni e nel 1967 ne divenne addirittura presidente, ascendendo in seguito alla guida di un’altra grande azienda, la Montedison. Lo Bianco e Rizza, citando una nota del Servizio per le informazioni e la sicurezza militare (Sismi), sostengono che, con molta probabilità, Cefis fu il vero fondatore della loggia massonica Propaganda 2 (meglio nota come “P2”). Nel 1977 la direzione dell’organizzazione segreta passò nelle mani di Licio Gelli e Umberto Ortolani, quando il presidente della Montedison fu costretto a rifugiarsi all’estero, in quanto pare che contro di lui «vi fu “una convergenza di vertice” tra il Pci e le “grosse famiglie dell’imprenditoria privata italiana: gli Agnelli, Olivetti, la Pirelli”». Nel libro si afferma che Cefis e i suoi accoliti – con l’avallo di qualche potenza straniera – progettarono la realizzazione in Italia di un golpe “bianco”, da attuarsi cioè «senza inutili spargimenti di sangue e senza alcun uso di forze militari, conquistando in primo luogo, “democraticamente”, il controllo dei giornali e dell’informazione». Lo scopo era quello di modificare in senso autoritario lo Stato, seguendo le linee guida tracciate da Gelli intorno al 1975 nel famigerato «Piano di rinascita democratica». La “strategia della tensione”, il terrorismo nero e rosso, lo stragismo mafioso e la crisi dei partiti della Prima repubblica favorirono l’esplicarsi di questo progetto antidemocratico, che nel corso di un trentennio si è in buona parte concretizzato. E oggi, a detta dei due giornalisti, l’Italia è diventata «un Paese totalmente prigioniero, come aveva profetizzato Pasolini, di “un’omologazione repressiva, pur se ottenuta attraverso l’imposizione dell’edonismo e della joie de vivre”».

Un “filo nero” – Illazioni senza prove? Fantasie giornalistiche? Forse… Tuttavia, le inchieste della magistratura, pur non avendo risolto i misteri che si celano dietro le morti di Mattei, De Mauro e Pasolini, hanno permesso di comprenderne il senso storico-politico più profondo. Il primo fu presumibilmente eliminato perché entrò in rotta di collisione con chi aspirava a un’involuzione autoritaria e a un orientamento sempre più “filoamericano” dell’Italia. Il secondo, indagando sul “caso Mattei”, probabilmente capì il ruolo svolto nell’attentato di Bascapè da Cefis e da coloro che in Sicilia ne rappresentavano gli interessi. Il terzo, infine, svolgendo alcune indagini giornalistiche, comprese ciò che forse era avvenuto e stava per pubblicare un romanzo esplosivo, che avrebbe permesso di aprire molti spiragli di luce sui poteri occulti. Lo Bianco e Rizza chiudono la loro accurata indagine con un’acuta osservazione: «Un filo nero come il petrolio lega gli omicidi di Mattei, De Mauro e Pasolini. Le loro storie chiedono oggi di essere rilette per illuminare gli antri più bui della nostra repubblica». Anche noi ci auguriamo che in futuro continuino a esserci giornalisti e studiosi interessati a fare chiarezza sugli avvenimenti più torbidi dell’Italia repubblicana.

L’immagine: la copertina di Profondo nero.

Giuseppe Licandro

(LucidaMente, anno IV, n 45, settembre 2009)

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