Amnesty International, Aldrovandi e i diritti umani in Italia

L’organizzazione umanitaria commenta la sentenza della Cassazione sull’omicidio del giovane ferrarese, chiamando alle proprie responsabilità il nostro Paese e i suoi poteri. La replica del ministro Cancellieri e dei poliziotti del Coisp. Gli insulti attraverso facebook al morto e alla madre

L’ultima parola sull’omicidio Aldrovandi è arrivata nella serata del 21 giugno. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 3 anni e 6 mesi per omicidio colposo per i quattro agenti (tre uomini e una donna) che fermarono il diciottenne Federico Aldrovandi nella notte del 25 settembre 2005, causandogli senza motivo la morte con manganellate e percosse di vario genere. Si chiude così un processo durato sette anni e tre gradi di giudizio e contraddistinto da ostacoli, insabbiamenti, calunnie e intimidazioni.

La sentenza, tuttavia, ha suscitato varie reazioni. La famiglia del giovane ucciso parla di «piccolissima giustizia». Il loro avvocato, Fabio Anselmo, ritiene si tratti di una sentenza storica, uno dei pochissimi casi, infatti, in cui lo Stato non assolve se stesso. Amnesty International, la celebre organizzazione non governativa che si batte per i diritti umani nel mondo, ha rinnovato solidarietà e vicinanza ai familiari del giovane, che in questi anni hanno dovuto fronteggiare assenza di collaborazione da parte delle istituzioni italiane e depistaggi dell’inchiesta.

Tuttavia, Amnesty sviluppa un ragionamento che va oltre il singolo caso e che coinvolge i poteri del nostro Paese: «Il procedimento giudiziario per l’omicidio di Federico Aldrovandi e la definitiva sentenza di condanna chiamano in causa in modo grave ed evidente la responsabilità delle forze di polizia italiane circa l’uso della forza». Amnesty International Italia auspica che la sentenza odierna sproni le autorità italiane a dare attuazione alle raccomandazioni degli organismi internazionali per prevenire ulteriori tragiche violazioni dei diritti. Tale sentenza – secondo l’ong – deve interrogare le autorità italiane in merito alla formazione e al comportamento degli agenti di polizia e alla loro responsabilità circa la protezione delle persone. Appare inoltre “stringente” la necessità di adeguare l’ordinamento interno alle norme e agli standard del diritto internazionale, in primo luogo attraverso l’introduzione del reato di tortura nel codice penale (vedi Ma l’Italia è contro la tortura?) e l’adozione di meccanismi di prevenzione dei maltrattamenti.

Non sono mancate le risposte da parte di chi è stato chiamato in causa. Il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, ha affermato: «In questi casi ho grandissimo rispetto per quello che decide l’autorità preposta perché guai a mancare di rispetto e fiducia nella magistratura. Se ci sono stati, come sembrerebbe, degli abusi gravi, è giusto che vengano colpiti. Naturalmente, è il magistrato che decide. Questo fa parte sempre del nostro sistema di leggi, con tutti gli aspetti annessi e connessi. Però mi piace anche pensare che oltre ai poliziotti di Aldrovandi ce ne sono tantissimi che tutti i giorni rischiano la propria vita e si sacrificano per il Paese e lo fanno con grande dedizione. Quindi non diamo giudizi sommari perché la polizia non lo merita». Tale dichiarazione, con il singolare uso del condizionale «sembrerebbe» nei riguardi di una sentenza passata ormai in giudicato, ha amareggiato i genitori di Federico, Patrizia e Lino Aldrovandi.

Ancora più dura la reazione dei poliziotti, attraverso Franco Maccari, segretario generale del Coisp, sindacato indipendente di Polizia: «Ad Amnesty International dovrebbero imparare a esprimere le proprie idee senza sparare bestialità di una gravità inaudita tanto per fare colpo. Le frasi che abbiamo letto sono da irresponsabili e sono insopportabilmente oltraggiose per migliaia di uomini e donne della Polizia di Stato che giornalmente lottano e danno tutto ciò che hanno pur di tutelare i cittadini». Maccari afferma che la stragrande maggioranza degli impiegati nelle forze dell’ordine è preparata e operante entro i limiti di legge. Essi, infatti, «sono soggetti alla legge come tutti, e, anzi, la disciplina che gli è imposta è ben altra cosa rispetto alle modalità di comportamento dei cittadini comuni. Per il resto noi siamo stati i primi a chiedere, da sempre, una giustizia il più celere ed incisiva possibile nei confronti degli operatori della Sicurezza, per tutelare tutte le parti in causa nei procedimenti giudiziari che li riguardano, e anche e soprattutto l’integrità e la dignità di corpi che sono posti a tutela e garanzia dello Stato e degli italiani tutti».

È delle ultime ore la notizia della diffusione, nella pagina facebook di «Prima difesa», gestita dall’associazione omonima e da un gruppo aperto (cui aderiscono – sembra – tanti rappresentanti delle forze dell’ordine, nonché Paolo Forlani, uno dei quattro poliziotti condannati in via definitiva), di una serie di insulti nei confronti di Federico Aldrovandi e della madre Patrizia Moretti. Quest’ultima, «se avesse saputo fare la madre, non avrebbe allevato un “cucciolo di maiale”, ma un uomo!». Per Forlani, «che faccia da culo aveva sul tg, una falsa e ipocrita spero che i soldi che ha avuto ingiustamente [i 2 milioni di euro, risarciti dal Ministero degli interni alla famiglia Aldrovandi, ndr] possa non goderseli come vorrebbe, adesso non sto più zitto dico quello che penso […] Vergognatevi tutti comunisti di m….» (per leggere tutto, vedi l’articolo di Daniele Predieri ne la Nuova Ferrara, Aldrovandi, diffamazione in rete: “Allevato come un cucciolo di maiale”). La madre di Aldrovandi ha sporto querela.

Per concludere, ricordiamo che comunque gli agenti, durante tutto il processo, sono rimasti in servizio. La Questura di Ferrara non ha ritenuto opportuno nemmeno sospenderli (non a caso è ancora in corso il processo “Aldrovandi-bis”, in cui si tenta di ricostruire i comportamenti omertosi di parte della Questura di Ferrara). A causa dell’indulto, inoltre, in pratica non sconteranno la condanna: verranno loro abbuonati tre anni.

Il giornalista della Rai Emilia-Romagna Filippo Vendemmiati, ferrarese, ha scritto, diretto, scenografato e montato il documentario È stato morto un ragazzo. Federico Aldrovandi che una notte incontrò la polizia (2010). Il lettore può vederne il trailer (http://www.youtube.com/watch?v=ySgvHH-P-mo). In rete si possono trovare lunghi video, veramente strazianti, del corpo di Federico massacrato dagli agenti di Polizia, lasciato sul selciato. Noi preferiamo non mostrarle per sensibilità nei confronti dei nostri lettori.

Viviana Viviani

(LM MAGAZINE n. 24, 18 giugno 2012, supplemento a LucidaMente, anno VII, n. 78, giugno 2012)

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2 Comments

  • profondi sentimenti di vicinanza alla famiglia! un dolore che prosegue in modo che sa di tortura anche nei loro confronti.
    ai sindacalisti della polizia, dei lavoratori implicati in questa e in troppe vicende simili, che sono avvenute in Italia, da lla uno bianca, alla diaz, a cucchi noi chiediamo vengano prese le distanze da chi giunge a ferire, colpire, uccidere! esiste sicuramente un processo formativo che consenta di non avere risposte automatiche aggressive e violente, i nostri poliziotti, guardie carcerarie, infermieri, medici, giudici, li vogliamo diversi, in grado di essere fermi, se necessario, ma umani! Caro Ministro è necessario operare, non tanto con nuove leggi coercitive, ma con strumenti formativi perchè le forze dell’ordine invece che diventare del disordine si sentano realizzate in un modo di operare costruttivo.Non teme che qualche mastino possa incontrare per strada i nostri nipoti e li aggredisca in modo feroce come con Aòldrovandi???
    Ai giudici perchè una sentenza pilatesca,che in realtà vanifica la pena??? proprio non hanno nulla da vergognarsi!!!Io spono una persona che non pensda che sia il carcere la soluzione dei problemi, ma impegnare i violenti, dopo un periodo di rieducazione, in servizi sociali verso situazioni di disagio gravissimo, forse aiuterebbe e loro e noi.

    un paese non violento e giusto è possibile!!dipende da tutti noi. ancora un abbraccio alla famiglia grazie mt

  • Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria. Nel diciottesimo secolo l’autore argomenta i motivi dell’abolizione della tortura e della pena di morte.

    Sono trascorsi più di due secoli ma se non si legge, se non si diffonde la curiosità dei passi del passato, l’uomo ripeterà gli stessi errori all’infinito.

    Un saluto a tutti
    Antonio Capolongo