RECENSIONI|11 ottobre 2009 00:00

Auguri, cara Woodstock!

Sono ormai trascorsi quaranta anni dalla più grande manifestazione musicale del Novecento che, per portata simbolica e cultuale, riuscì a catalizzare l’attenzione di tutti i giovani del tempo: dall’utopico hippy newyorkese, allo studente francese che sulla scia delle dichiarazioni di Sartre gridava “il faut s’engager“, allo studente italiano che reclamava spazi di autonomia all’interno dell’Università.
Il raduno di Woodstock attirò l’attenzione internazionale, segnando definitivamente la fine di un’era, quella dell’imperante perbenismo degli anni Cinquanta-Sessanta, e l’inizio di una nuova, tutta centrata sulla realizzazione del sé e in una ridefinizione del ruolo e del significato della “comunità”. Dopo le ribellioni studentesche che si diffusero a macchia d’olio nel mondo, la gioventù anni Sessanta prometteva una rivoluzione nei modi e nei modelli culturali, che intimorì la generazione dei padri, dal momento che metteva in discussione sia sul piano pratico che teorico il principio di autorità. Almeno queste erano le promesse.

Cos’è rimasto di quel periodo, della spinta utopica e libertaria che lo caratterizzò? Qual è stata l’eredità della “rivoluzione culturale”, sempre che si possa parlare di “un’eredità” e di “una rivoluzione”? Che significato hanno avuto le contestazioni universitarie e cosa è rimasto nell’immaginario collettivo delle esibizioni della Joplin, di Hendrix e di tutti gli artisti pronti a sostituire col suono di una chitarra distorta gli inni nazionali? Il dibattito è ancora aperto, ancor più oggi che una corrente storiografica nuova, quella degli studi culturali, è tornata a voler risolvere l’enigma del Sessantotto e ad analizzare le radici e le conseguenze dell’epoca storica più dinamica, rapida ed intensa della modernizzazione conclusiva della società contemporanea, dopo un lungo periodo in cui il Sessantotto è stato tacciato di “mera illusione”, di una “rivoluzione a metà”, dal ridotto, se non nullo, lascito politico e culturale.

Non capita infatti raramente, leggendo le pagine di quotidiani, mensili e le stesse riviste musicali che proprio a quel fatidico anno devono la loro comparsa, di trovare risposte poco confortanti: dalle loro pagine sembra che di quella rivoluzione sia rimasto ben poco e i suoi “stessi combattenti” hanno ceduto alla realtà tanto contestata in passato; dai curriculum rispettabili e con buoni studi, molti ex sessantottini sono oggi businessmen, professionisti in carriera, che di quella espressione “essere contro” sembrano serbare solo un vago ricordo. In fondo in Italia, così come altrove, furono proprio gli appartenenti alle classi privilegiate a trovarsi a rappresentare le istanze della sinistra estrema e in rottura con le istituzioni. Da qui, la critica di una delle personalità intellettuali di spicco dell’epoca, Pier Paolo Pasolini: «Quando a Villa Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono i figli dei poveri». Pasolini non aveva torto: tuttavia, lungi dal contestare le ragioni della contestazione, la sua critica sembrava più diretta ad auspicare un intervento più attivo delle classi meno abbienti, che non a colpire il “codice” della contestazione al suo cuore. Continuava, infatti, dicendo: «A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte della ragione), eravate i ricchi, mentre i poliziotti erano i poveri».

Basterebbe da sola una rassegna dei conti correnti di alcuni ex sessantottini, la loro attuale occupazione, per schiacciare il Sessantotto meramente a ingenua utopia, fatta di prese di posizioni, alcune delle quali unilaterali ed astratte, quanto dogmatiche, e spesso, anche del tutto velleitarie? È questa la direzione lungo la quale si muove parte della storiografia “antiSessantotto” che di Woodstock ricorda i tanti giovani sotto l’effetto di droghe e consacrati al Buddismo Zen, e che taccia l’intero periodo come l’autentico trionfo di un’orgia collettiva, un’ubriacatura contagiosa e incosciente. Un’analisi del genere pecca però di miopia, di qualunquismo e indurrebbe a guardare il Sessantotto con profonda ed amara ironia… In realtà, quell’anno significò anche altro.

Il movimento per l’uguaglianza razziale, il movimento femminista di Betty Friedan, la New Left americana e la democrazia bottom-up cui aspirava, furono sintomi di una rivoluzione a tutti gli effetti: a essere promossi erano la generalizzazione, la diffusione, l’ampliamento e la condivisione di diritti individuali e collettivi che necessitano, per affermarsi, della messa in discussione delle singole figure autoritarie che presiedono alle istituzioni della società contemporanea. I falsi moralismi e i falsi idealismi andavano smascherati, in nome di un sistema effettivamente di diritto, in cui i diritti non venivano semplicemente proclamati, ma anche sostanzialmente riconosciuti e tutelati, per tutti. Tutto divenne politico: la modificazione dello spazio pubblico, la fine di una chiara separazione tra sfera pubblica e sfera privata, segnarono la fine della modernità, proprio mentre la modernità stava terminando la sua parabola storica.

Si potrebbe affermare che la rivoluzione culturale non sia stata fallimentare, o se lo è stata, ha fallito solo in parte. È vero, ha perso sul piano politico (si pensi all’imperante neoconservatorismo americano per tutti gli anni Ottanta-Novanta), ma non su quello sociale e culturale. In effetti, l’intera società è uscita da quel periodo, fortunatamente, più laicizzata: merito del movimento giovanile è stato quello di mettere al centro dell’attenzione valori che fino a poco prima erano stati di interesse di pochi, senza che ciò si traducesse nella distruzione della moralità e della stabilità politica mondiale, così come molti temevano. E se negli anni Ottanta, così come accade negli Stati Uniti, a vincere furono i conservatori, anch’essi non uscirono dal Sessantotto così come vi erano entrati: la vittoria dei reaganiani negli Usa non andava certo letta come sconfitta dei movimenti radicali; Reagan vinse perché la gente votò innanzitutto il suo piano di rilancio dell’economia, la cosiddetta reaganomics.

Inoltre, dal Sessantotto è emerso un nuovo atteggiamento nei confronti della vita quotidiana e del modo di partecipare alla realtà del mondo contemporaneo. Come afferma uno degli storici più interessati agli anni Sessanta, Arthur Marwick, “ciò che accadde in quel periodo trasformò lo sviluppo sociale e culturale del resto del mondo”; in effetti, la “rivoluzione culturale” ha solcato il panorama internazionale, inducendo ad un riorientamento del nucleo valoriale occidentale, dei suoi modelli di comportamento e dei suoi costumi. La gioventù che l’ha animata è riuscita ad imporsi sia a livello dei singoli stati, sia a livello internazionale, come interlocutore sociale e politico di primo rilievo, opponendo al rigore negli stili di vita della generazione precedente un modello più aperto e autentico che proprio sull’autenticità e la realizzazione del sé costruì il proprio codice identitario. Checché se ne dica, nessuno è uscito indenne dal Sessantotto. Anche per coloro che non vissero la “rivoluzione” in prima persona, furono anni importanti: i miei genitori non parteciparono alle rivoluzioni studentesche; a dir la verità, non erano hippy e tantomeno studenti universitari; ed erano molto meno politicizzati rispetto ai loro coetanei nei centri universitari italiani. Tuttavia ricordano perfettamente quegli anni, che per loro furono gli anni dei Beatles e dei Rolling Stones, delle minigonne e del rock. Ancora oggi, ripensando a quei giorni, sorridono.

In conclusione, nonostante alcune volte si possa essere colti dall’impressione che la società retroceda, il buonsenso mi fa pensare che la “parte buona” di essa, quella impegnata nel civile, quella che partecipa attivamente alla vita politica, debba molto al Sessantotto e ai suoi giovani scalmanati dai vestiti colorati, alla generazione dei Beatles e dei Doors, agli universitari arrabbiati di Roma, di Berkeley e di Parigi, a quelli arrestati della Polonia, della Jugoslavia, del Giappone e a quelli uccisi in Messico: a tutti loro deve una nuova “coscienza critica”, un nuovo modo di intendere i diritti e la democrazia, che ha contribuito a svelare le lacrime e il sangue di cui gronda storicamente il potere.

L’immagine: la copertina del “mitico” disco in vinile che raccoglieva i brani del concerto.

Paolo Vallonchini

(LM EXTRA n. 17, 10 novembre 2009, supplemento a LucidaMente, anno IV, n. 47, novembre 2009)

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