IL PIACERE DELLA CULTURA, RECENSIONI|18 ottobre 2009 00:00

Dalla metropolitana alla steppa mongola

La Mongolia non è un luogo troppo lontano da noi… E Giovanni Nebuloni, autore del romanzo Fiume di Luce (Il Filo, pp. 230, € 16,00), lo sa. La Mongolia e le sue infinite praterie esterne – le steppe – quel particolare tipo di bioma, affascinante nella sua durezza, costituito da altopiani semidesertici che raggiungono l’arida distesa del Gobi.

E che ci fa la Mongolia a Milano? Rispondere non è facile, occorrerebbe conoscere approfonditamente la storia delle religioni, ricercare tra le pieghe della convivenza tra antico buddismo e dominio del governo sovietico, un popolo e la sua cultura, ancora profondamente connotata da riti ancestrali e credenze sciamaniche. Due mani possono apparire come enormi ombre sui muri di un appartamento a Milano e proiettare la protagonista, seducente modella mongola nella capitale modaiola, dentro la vita e la voglia di avventure del protagonista maschile. Insieme, il loro destino è fuggire, combattere, apparire e sparire tra Milano e Ulan Bator, indagando tra i misteri e le congiure di mafie sconosciute e dotate di poteri prodigiosi.

Una corsa incessante che va dal metrò di mezzanotte alle tende piantate nella steppa notturna, dai quartieri lombardi affollati di cittadini cinesi alle più fenomenali apparizioni (prodotte tramite diavolerie contemporanee rivestite di sacra magia) che fanno pensare intensamente allo straordinario mondo quotidiano di William Gibson, ad esempio in Neuromante (tit. orig. Neuromancer). La flessuosa e bellissima Vera irrompe nella vita da travet di Fabio, per dispiegare sotto i suoi occhi i prodigi della metempsicosi e le possibilità della reincarnazione, favorita dallo stesso Dalai Lama.

Travolto dalla lotta intestina tra rivali spietati appartenenti alla Triade, Fabio attraversa giorno e notte i luoghi e le piazze di Milano, mentre delitti e attentati si susseguono in una sarabanda di corpi carnali ma anche fluttuanti, all’ombra del vessillo mongolo (il “segno che si spiega da sé”) e dell’inequivocabile eredità genetica ed esoterica di Gengis Khan. Fa da sfondo la Mongolia, ben oltre Milano: i suoni che diventano trifonie, gli armenti e i lupi, l’armonia di un cielo di stelle o la cappa arida provocata dal sole allo zenit. In comune tra due luoghi geografici così lontani, resta la passione amorosa tra la semidea Vera e Fabio, che dovranno lottare accanitamente per restare l’una accanto all’altro, ben sapendo che l’universo scorre, irrefrenabile, tra le rive di un fiume di luce.

L’immagine: la copertina di Fiume di luce di Giovanni Nebuloni.

Francesca Gavio

(LucidaMente, anno IV, n. 47, novembre 2009)

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