SOTTO I RIFLETTORI, STORIA|10 novembre 2009 00:00

A quarant’anni dalla strage che cambiò la storia italiana

Sono passati quarant’anni dal 12 dicembre 1969, allorché – alle 16,37 – un attentato distrusse la Banca nazionale dell’agricoltura di Milano, provocando diciassette morti e più di ottanta feriti. Nello stesso giorno un ordigno inesploso fu rinvenuto dentro la Banca commerciale della città ambrosiana, mentre altre tre bombe deflagrarono a Roma (due al Vittoriano e una terza nei pressi della Banca nazionale del lavoro), causando numerosi feriti. Gli attentati segnarono l’escalation della “strategia della tensione”, già in atto da qualche tempo in Italia.
Tra il 1970 e il 1984, infatti, il Belpaese fu insanguinato da un’interminabile serie di stragi e di misteriosi “incidenti”, tra i quali ricordiamo: il deragliamento del treno “Freccia del Sud” (22 luglio 1970), il tentato golpe di Junio Valerio Borghese (8 dicembre 1970), la strage di Peteano (31 maggio 1972), l’eccidio alla questura di Milano (17 maggio 1973), la strage di piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974), l’attentato al treno “Italicus” (4 agosto 1974), l’agguato di via Fani a Roma (16 marzo 1978), la tragedia di Ustica (27 giugno 1980), la bomba alla stazione di Bologna (2 agosto 1980), l’attentato al treno 904 (23 dicembre 1984).
Secondo un’opinione assai diffusa, molti di questi luttuosi eventi erano ascrivibili a un preciso disegno strategico: spostare a destra gli equilibri politici nazionali, ponendo fine alle spinte riformatrici che negli anni Sessanta avevano mutato la società italiana.

Le indagini iniziali– Le indagini sulla strage di piazza Fontana seguirono, almeno all’inizio, la cosiddetta “pista rossa”. La questura milanese interrogò subito gli anarchici che ruotavano attorno al circolo “Ponte della Ghisolfa”, mentre a Roma vennero inquisiti i membri del gruppo anarchico “22 marzo”, nelle cui fila risultarono poi esserci anche elementi della destra neofascista e un poliziotto infiltrato. I sospetti si concentrarono ben presto su Pietro Valpreda, un ballerino milanese da qualche tempo residente a Roma, che l’11 dicembre si era spostato in macchina dalla capitale a Milano. Valpreda, che non riuscì a fornire un alibi credibile, fu arrestato il 15 dicembre, giorno in cui avvennero altri due episodi significativi, destinati a influire sul corso degli eventi: ai funerali delle vittime milanesi partecipò un’immensa folla, che volle così testimoniare l’opposizione al terrorismo in difesa della democrazia; verso le 23,30, il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, durante un drammatico interrogatorio in questura, cadde da una finestra del quarto piano, morendo poche ore dopo in ospedale. La dinamica della “defenestrazione” di Pinelli non fu mai del tutto chiarita: all’ipotesi iniziale del suicidio – indotto dalle pesanti contestazioni rivoltegli dagli inquirenti – fece seguito la tesi di un “malore attivo” che avrebbe provocato l’accidentale caduta del ferroviere (ma c’è chi sostiene che Pinelli venne spinto da qualcuno).

La controinchiesta – Valpreda diventò in pochi giorni il “mostro” o – a secondo dei punti di vista – il “capro espiatorio” contro cui si concentrarono gli strali dei mass-media, che lo additarono quale modello esecrabile di “demone” nichilista, bollando come potenziali terroristi anche gli aderenti ad altri gruppi extraparlamentari comunisti. Fu anche per questo motivo che negli ambienti della Nuova sinistra partì una controinchiesta, che portò alla pubblicazione da parte di Eduardo Di Giovanni e Marco Ligini di un dossier dal titolo La strage di Stato (edito da Samonà e Savelli nel 1970, ristampato poi nel 1993 come supplemento al n. 38 di Avvenimenti e, infine, ripubblicato da Odradek nel 2004), nel quale si denunciavano la matrice neofascista degli attentati e la complicità di alcuni apparati dello Stato. Nel febbraio del 1972 ebbe inizio a Roma il primo processo per gli attentati del 12 dicembre 1969 (in cui erano imputati Valpreda, Mario Merlino e altri anarchici del “22 marzo”), che però fu interrotto per incompetenza territoriale e trasferito a Milano. I magistrati milanesi chiamati ad occuparsi del caso (Emilio Alessandrini, Gerardo D’Ambrosio e Luigi Rocco Fiasconaro) aprirono un’inchiesta parallela intorno al coinvolgimento di esponenti dell’estrema destra, che sfociò, infine, nell’incriminazione dell’avvocato Franco Freda e dell’editore Giovanni Ventura, membri del gruppo neofascista Ordine nuovo. Da questo secondo filone delle indagini emerse che le trame eversive dovevano attribuirsi principalmente ai neofascisti, sostenuti da settori “deviati” dei servizi segreti italiani e statunitensi che, depistando gli inquirenti, tentarono di addossare la responsabilità di quanto accaduto all’estrema sinistra. L’intento della strage era quello di far sì che in Italia, sull’esempio di quanto avvenuto in Grecia nel 1967, si sospendessero le libertà costituzionali e si instaurasse un regime antidemocratico.

Gli interminabili processi – Nell’ottobre del 1972 la Corte di Cassazione decise di trasferire a Catanzaro il procedimento contro gli anarchici, ma il secondo processo fu sospeso dopo due anni, in seguito al coinvolgimento di Freda e Ventura. Il terzo processo, iniziato nel gennaio del 1975, fu a sua volta sospeso dopo un anno, allorché emersero sia le responsabilità nella strage di Milano del giornalista Guido Giannettini, sia le attività di copertura messe in atto dal capitano Tonino La Bruna e dal generale Gianadelio Maletti: i tre personaggi facevano parte, a vario titolo, del Servizio informazioni difesa (Sid). Un quarto processo cominciò nel gennaio del 1977 e si concluse nel febbraio del 1979 con la condanna all’ergastolo di Freda, Giannettini e Ventura e l’assoluzione di Valpreda e degli altri anarchici, mentre La Bruna e Maletti furono condannati, rispettivamente, a due e a quattro anni di reclusione (per favoreggiamento). Tuttavia, nel marzo 1981 la Corte d’appello di Catanzaro assolse tutti gli imputati dal reato di strage, condannando Freda e Ventura a quindici anni di carcere per associazione sovversiva (in riferimento, però, ad altri attentati) e dimezzando le pene per La Bruna e Maletti. Nel giugno 1982 la Cassazione annullò la sentenza e impose di ripetere il processo, anche se assolse definitivamente Giannettini. Il quinto procedimento iniziò a Bari nell’agosto del 1985 e si concluse con l’assoluzione per insufficienza di prove degli imputati di strage, mentre La Bruna e Maletti furono nuovamente condannati (dieci mesi al primo, un anno al secondo, sempre per favoreggiamento). Nel gennaio del 1987 la Cassazione confermò le assoluzioni. Un sesto processo si aprì nell’ottobre dello stesso anno a carico dei neofascisti Massimiliano Fachini e Stefano Delle Chiaie, che si concluse due anni dopo con l’assoluzione di entrambi. Nel luglio del 1989 il giudice istruttore Guido Salvini aprì un filone d’inchiesta sul neofascismo e, grazie anche alla collaborazione di alcuni pentiti, rinviò a giudizio per la strage di piazza Fontana vari esponenti di Ordine nuovo. Nel 2001 vennero condannati all’ergastolo Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni e Delfo Zorzi, mentre per Carlo Digilio (uno dei pentiti) scattò la prescrizione: Freda e Ventura, pur ritenuti organizzatori della strage, non furono condannati perché non più perseguibili per legge (in quanto già assolti per tale reato). Pure quest’ultima sentenza, infine, fu ribaltata: nel marzo 2004 i tre neofascisti vennero prosciolti dalla Corte d’appello e, nell’ottobre del 2005, la Cassazione confermò le assoluzioni, ingiungendo addirittura ai parenti delle vittime di pagare le spese processuali!

Una nuova ipotesi – Vari studiosi hanno cercato nel corso del tempo di svelare i misteri che segnarono la “strategia della tensione” e di spiegarne il significato storico-politico. Tra i tanti testi che hanno affrontato argomenti così scottanti, segnaliamo quelli pubblicati più di recente: Il Grande Vecchio (Rizzoli) di Gianni Barbacetto, Il segreto della Repubblica (Selene) di Fulvio Bellini e Giancarlo Bellini, Le bombe a inchiostro (Rizzoli) di Aldo Giannuli, Il segreto di Piazza Fontana (Ponte alle Grazie) di Paolo Cucchiarelli, La notte che Pinelli (Sellerio) di Adriano Sofri. In particolare, ci ha incuriosito quanto sostenuto ne Il segreto di Piazza Fontana da Cucchiarelli, giornalista parlamentare per conto dell’Ansa, il quale, sulla base di testimonianze inedite e di un attento riesame dei fatti, ha così ricostruito i possibili retroscena degli attentati del 12 dicembre 1969: «La mia ipotesi, che diversi indizi indicano come verosimile e sensata, è che il 12 dicembre ci fossero molte persone coinvolte nelle bombe milanesi. Alcuni di costoro erano genuinamente anarchici, altri ambiguamente nazimaoisti, e altri ancora nettamente fascisti. […] Le menti dell’operazione erano ordinovisti della cellula veneta e triestina, mentre coloro che coordinarono i bracci operativi e le diverse pedine erano nazimaoisti gravitanti su Rimini e attivi a Milano e a Roma». In sostanza, secondo Cucchiarelli, Valpreda e gli anarchici del “22 marzo” avrebbero collocato una serie di bombe dimostrative, senza avere l’intenzione di uccidere: gli ordigni, però, sarebbero stati “raddoppiati” da altre bombe piazzate dai neofascisti, i quali, anticipando l’ora delle deflagrazioni e rafforzandone l’intensità, fecero in modo che gli attentati provocassero morti e feriti! Ricordiamo, tuttavia, che Giannuli, in una recensione pubblicata sul proprio sito web, pur apprezzandone il libro ha messo in dubbio l’attendibilità della ricostruzione della strage avanzata da Cucchiarelli (cfr. http://www.aldogiannuli.it/?p=375).

Le conseguenze politiche della strage – La strage di piazza Fontana ebbe delle rilevanti ripercussioni politiche, poiché si inserì non solo nei conflitti esistenti in quegli anni fra la maggioranza e l’opposizione, ma anche nelle divisioni presenti all’interno del governo di centrosinistra, allora presieduto da Mariano Rumor. Nell’esecutivo, infatti, esisteva una profonda cesura tra coloro che (come lo stesso Rumor e il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat) volevano uno spostamento a destra degli equilibri politici e chi (come Aldo Moro e Carlo Donat-Cattin) auspicava, invece, una riedizione più organica dell’alleanza di centrosinistra, con una graduale apertura anche al Partito comunista italiano (dentro il quale si stavano delineando tendenze socialdemocratiche). Stando a quanto sostenuto sia da Cucchiarelli, sia dai Bellini, dopo i tragici fatti del 12 dicembre fra le due componenti governative si addivenne a un compromesso e, anche per effetto della grande mobilitazione popolare che contrassegnò i funerali delle vittime, si rinunciò a decretare lo stato di emergenza e a sciogliere il parlamento, facendo sì, però, che si celasse la matrice neofascista degli attentati e che l’opinione pubblica prestasse credito alla “pista rossa”. La crisi della Prima repubblica iniziò, a ben vedere, proprio allora: da piazza Fontana in poi, infatti, la democrazia italiana visse in un continuo clima di tensione, alimentato da forze eversive di vario orientamento, che contribuì a impedire ogni sostanziale cambiamento politico. Tutto ciò ci rimanda alle altre stragi, alle trame della Loggia P2 e agli “anni di piombo”, argomenti dei quali, tuttavia, parleremo in qualche altra occasione.

L’immagine: l’interno della Banca nazionale dell’agricoltura di Milano, dopo l’attentato del 12 dicembre 1969.

Giuseppe Licandro

(LucidaMente, anno IV, n. 48, dicembre 2009)

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