ATTACCO FRONTALE, STORIA|10 novembre 2009 00:00

Ordine pubblico: Reggio 1970-71

Presso il Sessantotto, il caso della discutibile gestione di una rivolta popolare. Con morti

Viviamo in un “Paese in cui, dal secondo dopoguerra ad oggi, numerose sono state le vicende di interventi polizieschi brutali che hanno causato la morte di manifestanti – se non veri e propri eccidi – per i quali raramente poliziotti e carabinieri sono finiti sotto processo e comunque sono stati sempre assolti”. Così afferma senza mezze misure Luigi Ambrosi nel suo saggio La rivolta di Reggio. Storia di territori, violenza e populismo nel 1970 (Prefazione di Salvatore Lupo, Rubbettino, pp. 320, € 19,00), premio Rhegium Julii 2009 (premio speciale “Aldo Sgroj”).
In nessuno Stato democratico occidentale la gestione dell’ordine pubblico, nel caso di manifestazioni di massa, sommosse, tumulti popolari, è stata talmente incapace nell’evitare spargimenti di sangue. I moti reggini, al centro del libro di Ambrosi, costituiscono un caso emblematico.

Sessantotto e rivolta di Reggio Calabria
Per una sintesi storica dei fatti e del contesto nei quali essi si svolsero, rimandiamo al nostro: Un “altro” 14 luglio: il potere e i moti reggini del 1970-71 (LucidaMente, n. 46, ottobre 2009).
Una prima originale interpretazione di Ambrosi riguarda il rapporto tra rivolta di Reggio e Sessantotto, senza il quale non vi sarebbero stati né i disordini reggini, né la dura risposta degli apparati repressivi dello stato (finanche dell’esercito).
Apparentemente, l’evento potrebbe inserirsi entro la lunga (specie in Italia) stagione delle manifestazioni di piazza e delle contestazioni denominate genericamente con il fatidico anno. In realtà – chiarisce lo storico – «la rivolta non fu il ’68 reggino o calabrese, come è spesso definito in ambito giornalistico, sulla base di deduzioni superficiali. Altri sono gli obiettivi, altri i soggetti, altro il contesto». Tuttavia “essa fa parte del post-Sessantotto” in quanto: «Senza il ’68 la rivolta reggina non avrebbe assunto alcuni caratteri qualificanti, non si sarebbe verificata in quelle forme e in quelle dimensioni. Lo si può cogliere nel protagonismo giovanile e studentesco osservato a Reggio, nella turbolenza sociale stimolata dalla mobilità degli emigrati che, insieme ai mass media, diffusero la pratica di nuovi costumi di lotta e di vita del Nord. […] Negli anni precedenti al 1970, mai si erano viste forme pacifiche di protesta come i sit-in o violente come l’uso di molotov e la costruzione di barricate proprie della guerriglia urbana. In particolare, il ricorso alla violenza non sarebbe stato certo così intenso, esteso e prolungato senza la caduta dei freni inibitori verso l’autorità statale che il Sessantotto aveva prodotto. E anche la dimensione planetaria del ’68 ebbe i suoi echi a Reggio dal punto di vista della propaganda con l’antisovietismo alimentato dalla “Primavera di Praga”. Se non ci fosse stato il ’68, se non si fosse avvertita la già citata esigenza di subentrare all’inerzia dei vertici, i cittadini di Reggio non avrebbero pensato di ricorrere alla piazza per rivendicare quello che consideravano un proprio diritto».
In sintesi, la rivolta non avrebbe mai assunto le sue dimensioni e peculiarità senza l'”abitudine” di quegli anni alla “contestazione” del potere politico, ai movimenti di piazza, agli scontri con le forze dell’ordine.

La latitanza dello Stato, la viltà e l’irresponsabilità dei politici
Il punto più doloroso delle vicende (i morti, le violenze, i danni economici che per decenni ebbero ripercussioni sulla città, per non parlare del tessuto civile e della fiducia verso le istituzioni, irrimediabilmente compromesse) ci porta a una delle considerazioni più interessanti de La rivolta di Reggio: se lo Stato avesse risposto costruttivamente alle prime, pacifiche richieste della civile e, per molti versi, ingenua popolazione reggina, si sarebbero evitati lutti e distruzioni. Ma la classe dirigente italiana era (ed è) caratterizzata da «lo scarso dinamismo e la chiusura verso l’esterno; l’intempestività e il cinismo; l’inadeguatezza comunicativa e la mancata assunzione di responsabilità».
Fu la mancanza di dialogo, il silenzio, quasi il disprezzo verso le legittime richieste dei cittadini di Reggio, a scatenare la rabbia violenta.
Lo stesso Giampaolo Pansa scrisse su La Stampa del 25 settembre 1971, nell’articolo La campana di Reggio: «Reggio, scrivevo un anno fa, può essere riconquistata alla democrazia con una vigorosa ripresa della politica. La città era ancora disponibile al dialogo: bastava che i partiti si aprissero al dibattito, mandando in Calabria i loro leader, stampando giornali, affrontando la piazza. Non si è fatto quasi niente. Al posto della politica si è preferito l’intrigo, il discorso spicciolo di potere […]. A Reggio si è visto che, anche in circostanze eccezionali, i partiti italiani non rinunciano ad essere organismi chiusi. Tutto deve essere discusso e deciso dentro. Quelli di fuori, i senza tessera, gli elettori semplici, non sono niente, il loro parere non conta, e quindi non vale la pena di ascoltarli. […] Sembrano i due vizi più gravi della politica italiana: non mantenere le promesse e rinviare le decisioni».

La cattiva gestione dell’ordine pubblico
A ciò si aggiunga un altro nodo – sempre attuale: la risposta delle forze dell’ordine (e poi dell’esercito), demandate a sostituirsi al dialogo politico, che apparve subito eccessiva e ingenerò nuova tensione e spirito di rivalsa. Infatti, agli albori della protesta, intorno al 14 luglio 1979, la «determinazione con cui poche decine di persone attuarono le azioni dimostrative fu contrastata in modo sproporzionato dalle forze dell’ordine che così facilitarono eventuali gesti provocatori, assecondati da voci allarmistiche».
Per fortuna, la civiltà della cittadinanza reggina e l’intelligenza di molti ufficiali della polizia e di carabinieri evitarono il peggio: «Singolare rivolta, che è stata furibonda ma che ha rispettato certe regole. Nessun negozio, tranne un deposito di banane, è stato saccheggiato. […]. In una città in cui sono più le armi da fuoco che i cittadini, e la rivoltella in tasca la hanno persino i ragazzi, oltre ai mafiosi e a chi teme i mafiosi, non si è sparato. Il capitano Stanca, anzi, racconta un gesto di fair play davvero eclatante: quando più forsennati impazzavano i tumulti, mercoledì scorso, la pistola d’ordinanza gli si è sfilata dalla fondina ed è caduta a terra. Un dimostrante l’ha raccolta e gliela ha riconsegnata, dicendogli: “Capitano, tenga è sua“» (Francobaldo Chiocci, A Reggio si torna a parlare di “Regione dello Stretto”, in Te, 20 luglio 1970). Altresì Mariano Messina sul Giornale di Sicilia del 18 luglio 1970 scrisse che «nessuna azione criminosa è stata compiuta là dove sono stati rotti i vetri dei magazzini. La merce esposta – anche di valore rilevante – è a portata di tutti ma nessuno la tocca».
Quasi commovente il seguente episodio, riportato da Ambrosi nel suo saggio: «I diritti delle canzoni inneggianti a “Reggio capoluogo” di un disco inciso all’inizio di ottobre 1970 – poco dopo una delle fasi più violente dello scontro – andarono devoluti non solo ai sette orfani di Campanella ma pure ai quattro del brigadiere di Ps Curigliano, morto lo stesso giorno. Un’iniziativa del genere non ha riscontro in nessun altro movimento di contestazione di quegli anni e della storia d’Italia. In effetti, i poliziotti e i carabinieri erano considerati dai reggini non tanto i difensori di un ordine sociale oppressivo, come poteva esserlo per i più politicizzati operai e studenti, quanto il surrogato all’assenza del governo o al massimo lo strumento distorto degli interessi di qualche partito o personaggio politico».
Tuttavia: «Rispetto ad una mobilitazione che, nell’arco delle “cinque giornate” [14-18 luglio 1970, ndr], pur crescendo non diventò generalizzata, la repressione fu considerevole e tutt’altro che selettiva. Perlopiù l’uso della forza da parte di polizia e carabinieri non avvenne in piazza ma al chiuso dei palazzi emblematici del potere statale; la violenza apparve gratuita, esercitata forse per scaricare la tensione, di certo contro persone inermi».

Una lezione per il futuro?
Ricorrenti nella recentissima storia d’Italia come in nessun paese occidentale, i tumulti urbani lasciano cadaveri straziati sul terreno di scontro, le risposte delle forze dell’ordine appaiono eccessive (sebbene in più casi a Reggio Calabria, come si è visto, fu la moderazione adoperata da entrambe le parti a evitare vere e proprie stragi) e comunque le uniche che offra lo Stato. Polizia e carabinieri vengono lasciati da soli, a essere vituperati, sottoposti a stress e tensioni, sassate, con comprensibili reazioni abnormi e vendicative. Tuttavia le percosse, le umiliazioni, le violenze, provocano un nuovo rancore e un’escalation di disordini. Sarebbe il momento che i nostri uomini politici al potere meditassero seriamente su questo.

Ricordiamo che LucidaMente si è già occupata de La rivolta di Reggio. Storia di territori, violenza e populismo nel 1970 di Luigi Ambrosi nel n. 42 (giugno 2009), con la recensione di Mirko Altimari: Il capoluogo come simbolo identitario di un’intera città. Nello stesso numero Simone Jacca ha intervistato l’autore in: «Un’esplosione di collera collettiva».

Infine, come si è visto, sul n. 46 (ottobre 2009), sempre Rino Tripodi ha scritto un ulteriore saggio-recensione sulla pubblicazione: Un “altro” 14 luglio: il potere e i moti reggini del 1970-71.

L’immagine: la copertina del saggio di Luigi Ambrosi.

Rino Tripodi

(LucidaMente, anno IV, n 48, dicembre 2009)

Print Friendly