IL PIACERE DELLA CULTURA, STORIA|5 dicembre 2009 00:00

Com’è arduo parlare di Francisco Franco

«Spagnoli, Franco è morto». Con questa frase Arias Navarro, in quel momento primo ministro, chiudeva una lunga tappa della storia della Spagna. Era la sera del 20 novembre 1975. Allora ci si aspettava di tutto e non successe niente. Come era stato previsto dal Caudillo, l’attuale re Juan Carlos I assunse le redini del Paese e, dopo un governo provvisorio di Navarro e il tentato golpe del 1981 (conosciuto anche come 23-F) del tenente colonnello della Guardia Civil Antonio Tejero, la Spagna cominciò una dolce passeggiata verso la democrazia, senza guardarsi indietro, nel tentativo di procedere a una lenta e “silenziosa” Transizione.
La prima volta che, davanti alla legge, gli spagnoli riguardarono al proprio passato fu nel 2006-2007, con l’attuale governo Zapatero, firmatario della Ley de Memoria Histórica de España.

Così iniziò la polemica
La prima a mettere in discussione la proposta fu la presidentessa della Comunità di Madrid, Esperanza Aguirre. La rappresentante del Partido popular, dopo aver attaccato duramente la proposta del governo d’instaurare l’insegnamento di Educación para la Ciudadanía [insegnamento dei valori democratici e costituzionali, ndr] nelle scuole medie e superiori, faceva le seguenti dichiarazioni: «Ogni norma imposta da un governo è un sintomo di totalitarismo […] e la cosa migliore che si possa fare è ristabilire la concordia e lo spirito della Transizione».
Troppo tardi. I cittadini avevano cominciato a ricordare e a organizzarsi. Vennero create diverse associazioni e forum per il recupero della memoria storica nelle diverse regioni.

L’educazione alla storia recente
In un articolo su El País del 7 gennaio 2008 Carlos Berzosa, rettore dell’Universidad Complutense di Madrid, si chiede: «Qual è il livello di conoscenza dei giovani universitari per quanto riguarda il franchismo? L’idea che ne hanno gli universitari ¬– si risponde Berzosa – è in generale piuttosto vaga, soltanto che fu una dittatura e che alcuni dei loro genitori corsero davanti a los grises [la polizia, ndr], descrivendo tali “fuggifuggi” come qualcosa di divertente e folkloristico, senza sapere che dietro a quelle corse c’erano arresti, torture, epurazioni dalle università, purghe, esili, e anche morti. La mia esperienza come professore mi dice che gli studenti conoscono meglio il nazismo, grazie al cinema, o ciò che è successo nelle dittature di Cile e Argentina, grazie ai mezzi di comunicazione, mentre conoscono meno ciò che è stata la nostra dittatura e, ovviamente, non hanno un’idea chiara di ciò che ha implicato il regime di Franco». Oggi il programma ministeriale prevede «per la materia di Historia de España uno studio del passato, ma soprattutto delle epoche più recenti».
Per capire meglio come viene affrontata l’educazione della storia recente in Spagna ne abbiamo parlato con Ramón Arnabat, storico, professore di Storia e Geografia presso il Liceo El Foix di Santa Margarida i els Monjos, e professore associato dell’Università Rovira i Virgili, esperto di storia contemporanea della Spagna e attualmente responsabile del progetto di ricerca e divulgazione storica Tots els Noms, e con Sergio Gálvez Biesca, storico e ordinario di Memoria histórica del siglo XX nell’Università Complutense di Madrid.

Il programma ministeriale, per la materia di Historia de España, dà indicazione che «la selezione dei contenuti tenta di bilanciare il bisogno di far comprendere agli studenti i caratteri essenziali della storia del loro Paese e i fatti più rilevanti nelle differenti tappe storiche, con uno studio più approfondito delle più vicine». Cosa succede realmente nelle scuole?
RAMÓN ARNABAT: «Questo avviene solo in parte, perché tre ore settimanali (fino all’anno scorso quattro) sono insufficienti per rispettare ciò che viene stabilito dal programma ministeriale. Inoltre, poiché l’esame di maturità si basa sulla storia del XX secolo, si dedicano tutte le ore disponibili a questo periodo. Inoltre un solo anno di storia in tutto il Bachillerato [gli ultimi due anni di scuola secondaria, ndr] è insufficiente. Sarebbe più logico studiare la materia durante i due anni. Penso che questo dovrebbe essere completato con un’ora in più di storia globale (1980-2000)».
SERGIO GÁLVEZ BIESCA: «In primis dobbiamo valutare la realtà a livello sociale: la situación diferencial di ritardo in materia educativa, e più precisamente nella Historia de España, in relazione ad altri paesi europei. La ragione è semplice. Le eredità dirette e indirette di circa quarant’anni di dittatura franchista, che ha prodotto non solo un’educazione conservatrice ma anche una formazione di due generazioni di professori dai livelli francamente migliorabili. Del resto, la densità dei programmi educativi per la materia di storia rende molto difficile l’insegnamento delle tappe più vicine al presente. A dire il vero, in ultima istanza, dipende dall’interesse dei docenti. E poi il problema in Spagna oggi non è se il programma viene o no rispettato, ma la chiara regressione del livello della scuola secondaria e dell’università, dovuta in parte alle ripetute e fallite riforme del sistema educativo e ai disequilibri socioeconomici in aumento causati dalle politiche neoliberiste instaurate dagli anni Ottanta, durante i quali la scuola pubblica è stata una delle più grande vittime».

Lo stesso programma intende per “tappa storica più vicina” la Costituzione del Settantotto e il rapporto Spagna-Unione Europea. Non crede che non far conoscere agli studenti gli ultimi anni della nostra storia non favorisca il loro rapporto e la loro capacità di capire la realtà attuale della Spagna? Bisogna considerare che la storia, ad esempio dalla Costituzione fino all’approvazione della Ley de Memoria Histórica de España, è molto cambiata…
S.G.B.: «C’è un chiaro interesse politico nel fatto che gli studenti non conoscano la storia presente della Spagna. Tra le ragioni che si possono indicare dobbiamo sottolinearne almeno due: prima di tutto, la “glorificazione” di un periodo così complesso e soggetto a sfumature com’è la transizione postfranchista. Comunque sembra che la storia della Spagna finisca nel 1978. Infatti, la dittatura franchista oggi è a malapena materia di studio. Direi di più, gli studenti assistono a una storia politica edulcorata e approssimativa di questo periodo. Sarà un caso? Non credo proprio. In secondo luogo, è evidente che sia a livello di scuola superiore sia a livello universitario si dovrebbe avere come materia obbligatoria la storia che va dal 1978 fino ai giorni nostri. Sarebbe utile per spiegare e far capire come furono costruite le basi dell’attuale sistema democratico, con i suoi successi e i suoi errori, e chi sono stati i suoi veri protagonisti, che non iniziavano e finivano col re né con i riformisti del regime precedente. Da ciò nasce una forte preoccupazione: spiegare che le conquiste democratiche sono reversibili davanti a fatti evidenti che si producono in Spagna e in altri paesi europei, come possiamo vedere, con amarezza, nel caso italiano».

Per quanto riguarda la Ley de Memoria Histórica, nella sua Disposición adicional tercera, prevedeva che il governo, a un anno dell’approvazione della legge, stabilisse l’aspetto istituzionale per dare impulso alle politiche pubbliche relative alla conservazione e alla sollecitazione della memoria storica. Qual è la situazione attuale?
R.A.: «La legge, per accontentare tutti, fu troppo ristretta, nonostante la destra spagnola non l’abbia votata. Così ha lasciato molti scontenti ed è stata ritoccata pian piano. Sembra che il governo attuale non abbia intenzione di fare niente e che agisca soltanto sotto la pressione delle entità memorialistiche. In Catalogna la situazione è diversa, qui oltre alla legge si è creato il Memorial Democràtic, un’istituzione indipendente che ha come obiettivo potenziare il recupero della Memoria Democrática in tutti gli ambiti della società, inclusa la scuola. Nei licei pubblici catalani, dagli anni Ottanta, ci si adopera per un insegnamento della storia a tutto campo. I professori possono introdurre temi collegati con la memoria storica nelle aule, soprattutto al quarto anno di ESO [terzo anno della scuola superiore, ndr] e al secondo di Bachillerato [ultimo anno della scuola superiore, ndr], ma il tempo è molto ridotto e c’è poca capacità di operare».
S.G.B.: «Questo non è successo e siamo in molti, tra storici e addetti ai lavori, a temere che la legislatura di Zapatero finirà nel 2012 senza che si compiano e si sviluppino i precetti della legge. La maggior parte degli articoli o si compie troppo lentamente o è stata intenzionalmente “dimenticata”. Gli esempi non mancano. Dobbiamo pensare che il primo governo socialista (2004-2008), al di là delle vuote dichiarazioni, si è sempre caratterizzato per una “mancanza di volontà politica” riguardo a questa tematica. Il risultato è stata una legge insufficiente in termini politici e giuridici e codarda verso le vittime per paura di una possibile reazione della destra. Destra che, sottolineiamo, ancora non ha condannato in parlamento la dittatura franchista. Detto questo, si capisce perciò che in ambito scolastico la legge ha avuto poche ripercussioni. Comunque sarebbe ingiusto dire che non si sono realizzate iniziative. Ma sono partite da pochi professori molto impegnati che hanno sviluppato ogni tipo di attività: guide pedagogiche, esposizioni, proiezioni di documentari, presenza di vittime antifranchiste nel corso di lezioni tenute nelle scuole primarie e secondarie. Ma sono piccoli gesti che, anche se molto significativi, non modificano la realtà globale. Tutto ciò crea un rischio evidente: che una nuova generazione di studenti, come sta succedendo, finirà i suoi studi obbligatori senza le minime nozioni di ciò che molti considerano dovrebbero essere un patrimonio comune di tutti cittadini, ovvero la memoria democratica, sociale e antifascista del Paese».

I professori, volendo, hanno la libertà di introdurre il tema della memoria storica o devono attenersi strettamente al programma?
S.G.B.: «Nel mio caso non è stato un problema introdurre la questione nel nostro dipartimento di storia ma è anche vero che non ha provocato troppe adesioni né entusiasmi. Anzi, è stata accolta piuttosto freddamente e con indifferenza. So comunque che in altre università pubbliche – per non parlare di quelle private dove oggi è abbastanza improbabile – quando si è voluta introdurre la questione, in molti casi davanti alle difficoltà si è lasciato perdere. In altre università il problema delle “memorie” è stato impostato con molte precauzioni, tentando di accomodare posizioni già in partenza impossibili da riconciliare, e in generale con risultati abbastanza modesti. Comunque sia, il tema della memoria storica è relativamente recente all’interno delle università, è soltanto da tre o quattro anni che la questione viene considerata nei programmi. Il cammino è ancora lungo. Questo dà un’idea dell’enorme paura che esiste nel parlare apertamente delle responsabilità giuridiche e storiche che ha comportato la fine del franchismo e la successiva transizione».

Penso che sia al corrente della situazione attuale della scuola italiana, in particolare della riforma Gelmini. In una delle sue tante dichiarazioni il ministro dell’Istruzione segnalava la possibilità di proibire ai docenti di parlare di politica nelle aule. In Spagna siamo noi stessi a toglierci la possibilità di parlarne?
R.A.: «Si parla sempre di politica nelle aule e anche in tutti quei luoghi in cui “ufficialmente” non se ne potrebbe parlare. Ma che cosa è, allora, la selezione del programma di storia? O anche quello di lingua [spagnola, ndr]? O quello di scienze? Non bisogna fare propaganda, ma parlare di politica nelle aule sì e mostrare che può essere uno strumento per migliorare la nostra società, e il risultato del compromesso sociale. Bisogna stimolare lo spirito democratico tra i giovani studenti se vogliamo che un domani si sentano parte del loro Paese e delle sue istituzioni».
S.G.B.: «Dalla Spagna, e in concreto dal mondo universitario impegnato, guardiamo con grande preoccupazione a ciò che sta succedendo in Italia. Le informazioni della stampa sono scarse, ma ci fanno capire il duro momento che vivono il corpo docente e gli studenti italiani. Prima di continuare vorrei mostrar loro tutta la mia solidarietà e il mio supporto. In Spagna i professori universitari hanno, almeno in teoria, libertà di cattedra. Nell’ambito universitario possiamo introdurre elementi critici di valorizzazione politica o no. Tuttavia esiste una diffidenza crescente da parte delle nuove leve a introdurre sfumature o elementi di valorizzazione. Al chiaro disinteresse cittadino per le questioni politiche si aggiunge la paura dei nuovi professori precari, soggetti a una “rete di clientelismo” nel cui contesto qualsiasi tipo di commento o valutazione politica può essere un ostacolo a diventare di ruolo. A questo dobbiamo aggiungere l’ideologia dominante che insiste nella falsa obiettività dello storico. Obiettività? Difficile. Rigore? Il necessario. Compromesso? Sì, soprattutto con una storia intesa come una scienza sociale degli uomini e delle donne, come ha indicato una volta Pierre Vilar. È inevitabile introdurre elementi politici se la storia viene intesa come un compromesso. Il problema non è parlare o meno di politica ma allontanare una volta per sempre i cliché che sono rimasti nella testa di tre generazioni di spagnoli: “Tutti siamo stati colpevoli della guerra civile”, “Meglio non guardare indietro”, “Tutti abbiamo vinto con la Transizione”».

L’immagine: a 9 chilometri dall’Escorial di Madrid, la Valle de los Caídos (Valle dei caduti), grandioso monumento dedicato ai soldati franchisti morti nel corso della guerra civile spagnola, contenente anche i sepolcri dello stesso Francisco Franco, dittatore a capo dello stato spagnolo dal 1938 al 1975, e di José Antonio Primo de Rivera, fondatore della Falange spagnola.

Sara Díaz González

(LucidaMente, anno IV, n 48, dicembre 2009)

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