IL LABORATORIO|26 luglio 2012 18:34

«E chi cazzo si porterebbe un seminarista in giro per Bologna?»

Un incontro casuale in un parco tra un cattolico congolese in cerca di libertà e un romanaccio sballato, sullo sfondo di una metropoli notturna che induce in tentazione, nel racconto “Il seminarista” di Enrico Campagni

Iniziamo con il seguente racconto la pubblicazione dei migliori lavori emersi al termine del Corso di scrittura creativa, organizzato dalla nostra rivista a Bologna tra aprile-giugno 2012 e tenuto, tra gli altri, dallo scrittore Roberto Pazzi, due volte finalista al Premio Strega.

Da un quarto d’ora passeggiava per l’immenso parco, inquieto. Silenziosa, lenta come un sogno, l’aria bruna del vespro ostruiva inesorabilmente i suoi alveoli di una pace irreale, prefabbricata, troppo perfetta, che dava l’impressione di non dover finire mai. Era così diverso fuori, rispetto al dentro. Non ne poteva più: il seminario, le regole, i dogmi di fede, i divieti. Nel 2012. Allo stesso tempo ne era consapevole: se avesse gettato la spugna ora, sarebbe dovuto tornare nella urlante miseria del suo Congo. Quando finalmente arrivò, la quiete era tornata ad appollaiarsi sulla sua fronte, ma, appena pettinò i tetti della città con lo sguardo, una nuova inquietudine sbarcò nel suo animo, a forma di eccitazione, una selvaggia voglia che frettolosamente gli colmò le viscere, fino alle ultime costole e alla clavicola: Dio, quanto avrebbe voluto scendere una sera! Una sera soltanto, ma non tra paramenti rossi, verdi, bianchi, viola, a seconda del calendario della Cei. No, voleva scendere e farsi un po’ i casi suoi, senza domande e interrogatori, la mattina dopo: da ragazzo disinibito, in tutto e per tutto.
Ad un tratto, un brusco fruscio di foglie lo fece trasalire. Proveniva dalla boscaglia al limitare dello spiazzo, alle sue spalle. Si voltò. Non sapeva cosa ci fosse dietro quel muoversi di cespugli, se una volpe, un cinghiale o due suoi colleghi affaccendati. Restare? Correre? Restare.
«E ’sticazzi!». Si udì brontolare dalla macchia. E infine uscì, solenne, una nera sagoma, indistinta quanto silente. Fece ancora qualche passo verso di lui, il fascio di luce marcente gli fasciò il viso. Pallido, sudaticcio, capelli lunghi e unti, occhi… boh! Era troppo lontano. Ma sicuramente era solo un ragazzo.
Jack non sapeva perché si trovasse lì. Un momento prima era tra le nuvole di marijuana della cantina maledetta, assieme agli altri compagni. Era buffo. A un tratto, buio. Poi lì in mezzo, a camminare, ebete strafatto senza meta, incastrato in un sentiero di pochi pollici di fata, frustato da rovi e robinie; aleggiava, stordito, come un babbuino ipnotizzato verso una non meta violacea, una luce, forse una chiaria. Un sogno, un megaviaggio. Un bosco che non finiva mai. E ancora mai. Mai. Stava già iniziando a stufarsi del mai, quando giunse al piccolo prato, sulle sponde della pianura di case che è la Big City. Un odore familiare. Quel posto… c’era già stato. Aveva quell’odore di prato tagliato da poco, infestato dalle prime rugiade della sera, ma certo! Come dimenticarsene? Aveva confuso il suo sudore in quel prato, il suo e quello della veronese zoccola. Proprio sul più bello erano poi stati sgamati da uno di quei corvacci del seminario.
«Solo perché non siamo froci come voi preti, non deve mettersi per forza a urlare al peccato, sa?» gli aveva detto, prima di scomparire dietro la cancellata di Villa Revedin assieme alla veronese.
«’Sticazzi. E mo’ che faccio?».

E ora che avrebbe dovuto fare? Il mal di testa gli era un po’ sceso, doveva aver vagato a vuoto con la spina staccata fino a lì, chilometri e chilometri in salita fino al colle bolognese, senza ricordare assolutamente niente del viaggio. Questa era proprio da raccontare. Sempre se fosse stata vera. Si stropicciò la faccia, si pizzicò la natica, si infilò un dito nell’occhio. Macché, era lì, in carne ossa e poco fegato. Solo. Nel nulla silente sopra la linea delle abitazioni. Un brivido lo attraversò spaccandolo in due parti nette; e in quel momento la vide, ma essa lo stava fissando già da molto: una sagoma scura davanti agli ultimi fasci viola del tramonto, ferma, sul prato, al limite con lo strapiombo. Lo sapeva, sì, lo attendeva nella penombra già densa della sera. Provò l’impulso di fumarsi una decina di paglie, ma non trovò il pacchetto di tabacco, tastò ogni tasca del suo corpo, artificiale e naturale, ma il Drum era rimasto nella cantina maledetta assieme a Edo e ai salentini. Fortunatamente aveva portato con se il Jack Daniel’s: cavoli, Dio esisteva ancora e ce l’aveva anche in mano! Una sorsata e il mondo si raddrizzò, e il suo spirito così rifocillato trovò l’equilibrio e la tempra morale per poter avanzare e avanzare e finalmente il tramonto concesse l’identificazione dell’oscura sagoma, scura di vesti, scura di pelle, occhi di perla: la sagoma di un ragazzo.

Un freddo lampione al sodio scoppiettò nel campetto da basket, venti metri più in basso, illuminandoli appena un poco.
«Ciao».
«Chi sei? È proprietà privata, non lo sai?» disse poco convinto il seminarista, che in quel luogo ormai anacronistico si sentiva più illegale di un ladro.
«Lo so, ma mica ci volevo venire in ’sto buco di posto…».
A sentire ciò l’altro ne ebbe a male: il seminario era una cosa, ma quel poggetto, quel largo infestato da cardi selvatici era il suo rifugio, era riflesso del suo dentro, teso all’ascolto, e forse per questo non ribatté nulla, attendendo le prossime parole.
«E ’sticazzi» concluse Jack, naturalmente. Annoiato. Altro sorso. «Adesso devo proprio ritornare alla cantina; i miei amici avranno già trovato qualche sbarbina da impezzà». In realtà non voleva restare con un tipo del genere, uno che magari poi gli avrebbe proposto qualche bel giochino erotico tra le turgide graminacee del seminario.
«Aspetta, in che locale siete? Ti prego, non voglio più stare qui. Oggi ho scoperto di essere venuto in Italia per star bene, più che per la fede».
«Eeeh! Buon per te, mo’ io vado».
«Devo scendere! Non voglio mangiarmi la vita qui dentro». Il suo tono era così affrettato e supplichevole da suonare buffo.
Jack ridacchiò, borbottando solo:
«Beh, se eri venuto dall’Africa per la fede fascio-cattolica, me ne andrei all’istante!».
«E poi il rettore è omosessuale».
«Te la sei cercata».
Altro sorso, interrotto dal braccio nervoso del seminarista. Ora erano a faccia a faccia, e gli occhi dell’afro fissavano grandi e terribili quelli rallentati dell’altro.
«Non mi sono cercato niente. Ero nella miseria, e ho preso l’unica via per la vita. Ma qui la vita sembra essere tutto, fuorché questo».
L’elenco delle cose che avrebbero fatto impietosire Jack era molto breve, tuttavia ce n’era pure una molto simile a questa. E Jack, rise, rise all’infinito, la luna raggiunse il suo apice e iniziò la ridiscesa.
«Ahahah… allora daje…» rispose semplicemente «devi venire via con me».
Silenzio.
Il congolese non si muoveva, qualcosa lo teneva incollato al cotico erboso.
«Vieni, allora?».
«No. Forse meglio restare. Se me ne vado, passo seri guai… rischio di essere cacciato e di rimanere qui come un senza tetto!».
«Ahhh, ma non stare appensa’ al domani, è del tutto inutile, fa come me, e… ’sticazzi!».

«…Scusa, che vuol dire “ti-cazzi”?».

Non rispose, l’immensa brace ai suoi piedi aveva stregato anche lui. Non veniva lì da un mese, eppure non si ricordava già quanto fosse spettacolare. Forse il seminarista non vede altro che questo, pensò, in indistinto brillio di pietre preziose; no, non ha mai visto la merda che le tiene unite.
«Andiamo?».
«E aspetta. Guarda la città sotto di te. Che vedi?».
Guardò la città, tentò di sbirciare i movimenti dei suoi abitanti, ma non scorgeva altro che quelle luci ipocrite che illuminavano tutto, ma non abbastanza per scoprire la minima cosa che stava accadendo tra le vie: solo in quell’istante capì quanto fosse un illuso, un sempliciotto. Che ridere, che merda, non sapeva nulla!
«Non lo so. Tu cosa vedi?».
«Tanto divertimento, tanto alcool, della stessa quantità del divertimento. Amori che nascono, poi si guardano allo specchio e scoprono di non esistere, come i vampiri…». Non sapeva di pensare a tutte quelle cose, fu una sorpresa anche per lui, allora le lasciò fluire fuori, per la stessa via, in direzione opposta al superalcolico. «Speranze che escono dall’uscio di casa degli studenti, quando escono di sera, salgono e si condensano, per poi ripiovere sotto forma di rimpianto alle quattro di notte, alle sei di mattina, sempre nella stessa casa – sorso di Daniel’s. Ma ogni giorno il ciclo ricomincia. Vedo tante possibilità, che ti fanno sembrare infinito e forse ti riducono a niente, ma tu in quel momento ci credi. E danzi, balli con giovani matricole inesperte di baldoria, le istruisci, canti al sapore di vino. Vedo gargoyle aggirarsi come zombie per le piazze, per i locali, cercano di venderti un oggetto fabbricato in Bangladesh per dare il ricavato al protettore rumeno, così che ti senti in colpa sia che glielo compri sia che lo mandi via. Poi ripeti la solita parola, ’sticazzi, la parola magica per chi vuole continuare a vivere in mezzo a tutto questo senza troppe angosce, un’altra sera».
Silenzio.
«Sono cristiano, non posso dire quella parola, se è così non posso… però ho così voglia di scendere! Cosa faccio? Cosa?».
«Non provare a chiedermelo! NON PROVARE A CHIEDERMELO!». Il romanaccio cominciò a ululare, e il seminarista fece appena in tempo a tappargli la bocca che alcune luci si accesero sul lato della villa affacciato sul parco.
«La testa è tua, non mia, non chiedere cose. ’Sticazzi, e dillo!»
Silenzio.
«Daje…»
L’altro non trovava voce.

«Daje che si fa notte. Daje, ascolta, se ti va facciamo un esperimento. Chiudi gli occhi, su, e conta fino a dieci: se alla fine sarai convinto, andremo insieme».

Il seminarista chiuse gli occhi.
Uno… trentacinquenne affogato nella Splügen dolciastra dorme tra i rasta e i peli del suo fedele cane, mentre tanti giovani attorno a lui cantano suonano fanno danzare le amiche.
Due… pakistano pieno di giocattoli luminescenti braccialetti fazzoletti orecchiette illuminate rosa shocking intasca dieci euro da un protettore in un vicolo di via Galliera, ricompensa di una giornata di umiliazione.
Tre… sotto le torri piegate dal peso del cielo, due goliardi urlano, saltano, ruttano, vestiti con giacche da bambini multicolore e occhiali anni Ottanta estremamente kitsch, mentre un ammasso di superfighe tiratissime quanto depresse tenta di polverizzarli con sguardi da dee minori; invano.
Quattro… ragazzo inanellato vende a dieci euro una vecchia bici a una giovane matricola di medicina.
Cinque… un cerchio di giovani vestiti di nero con troppo odio tra i denti parlano di come si potrebbe rivoltare il sistema capitalistico e creare una repubblica autonoma e auto-organizzata a Bologna, poi si sciolgono, tornano tutti alle loro case facendo spuntini con manghi e banane provenienti dalle multinazionali del Centro Africa.
Sei… giovane ragazza dai capelli rossi gli sorride, selvaggia, bella, ma soprattutto brilla, occhi di gatto, vuole solo sentirlo dentro, gli offre una sigaretta dall’odore dolciastro, orribile, unico profumo in grado di coprire il suo sudore etilico.
Sette… giovani studenti del conservatorio intrattengono una folla alternativa ai Giardini Fava, decorando l’aria con armonie yiddish e balcaniche.
Otto… vecchia trentacinquenne pulisce una siringa al binario est della stazione centrale, mentre alcuni volontari distribuiscono mele e pani raffermi a venti metri da lei.
Nove… adesso salentini agitano in aria bottiglie di birra verso i ragazzi che suonano in piazza Verdi, qualcuna vola, si rompe sui muretti, si rompe su una mascella, ma i poliziotti all’angolo continuano a valutare se necessario intervenire o meno.
Dieci… il buco di un cesso, lui stesso sbocca l’alcool di una vita in una notte, ma la ragazza dai capelli rossi lo regge, nuda accanto al water, accarezzandogli la nuca.
«Dieci!». Ripeté rapido, forte. Tremava. «Sì, malgrado tutto credo che scenderò. È orribile e fantastico allo stesso tempo. È davvero troppo, per uno solo. Troppe ragazze, troppi eventi, troppi ambulanti, troppi indigenti, drogati, piazze, stazioni, bonghi, più che da me! No, è un fascino incontrollabile, al massimo si può dimenticare mentre si è trascinati in esso. Prenderò qualche assaggio, un po’ qui, un po’ lì. Credo che un Dio minore risieda tra le vie. Per carità, non fraintendermi, Dio è unico e trino, ma c’è qualcosa qui sotto… un serbatoio infinito di umanità. E sento che attraverso essa potrei toccare la felicità nello stesso istante in cui essa si compie. Perciò portami via di qui! Si parte! In giro per Bologna! Ehi, ma ci sei?».
Ma Jack era già fuori dai cancelli di Villa Revedin. Sorso.

«E chi cazzo si porterebbe un seminarista in giro per Bologna?».

Le immagini: Villa Revedin e Bologna by night.

Enrico Campagni

(LucidaMente, anno VII, n. 80, agosto 2012)

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