IL LABORATORIO|26 luglio 2012 19:00

«Brevi ondate circolari agitavano l’acqua»

Un racconto visionario, ambientato in un Altrove Assoluto. Un viaggio alla deriva, entro un’atmosfera asfittica e plumbea. Ma si colgano le citazioni e l’ironia complessiva: si trovi, ad esempio, il significato del cognome presente nel titolo in tedesco… “Alla ricerca della Pietra di Lügner” di Rino Tripodi

  1. «Potrei non sapere del mondo le origini, / ma dai segni del cielo e da molte cose create / io sono certo che il mondo non è fatto per noi: / tanto esso è forte di male. / Quanto di spazio copre lo slancio terrestre / gran parte hanno i monti / avidi, le selve grate alle fiere, le rupi, / le paludi plumbee di stagni / e i mari che fanno lontane le terre: / qui l’arsura deserta, là il ghiaccio perenne / ci tolgono la distesa del suolo» (Tito Lucrezio Caro, Della natura)
  2. «Credo che la cosa più misericordiosa al mondo sia l’incapacità della mente umana di correlare tutto ciò che contiene. Viviamo su una placida isola di ignoranza, in mezzo a cupi mari d’infinito, e non era destino che viaggiassimo lontano. Le scienze, ognuna tesa nella propria direzione, finora non ci hanno arrecato troppo danno; ma un giorno la collezione di conoscenze dissociate spalancherà tali terrificanti orizzonti della realtà, e della nostra spaventosa posizione in essa, che impazziremo per la rivelazione» (Howard Phillips Lovecraft, Il richiamo di Cthulhu)
  3. «Io… ne ho viste di cose… che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione… E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser… E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo… come lacrime nella pioggia…» (Ridley Scott, Blade Runner)

Nella mia vita di marinaio ho visto in molteplici circostanze fenomeni e cose stranissime e ho vissuto peripezie straordinarie. Tuttavia credo che quasi nulla sia da considerarsi più incredibile di ciò che accadde a me e a un mio equipaggio circa venti anni fa.

Ricorderete certo tutti come quello fosse il tempo in cui nell’Impero delle Trasparenze Tentacolari andavano di moda le spedizioni avventurose alla ricerca di oggetti magici.
Non dubito che rammentiate tuttora l’esplorazione ai poli del conte Peter Wedding con l’obiettivo di catturare l’Uccello Luminoso, che oggi è pacifico ritenere inesistente. O estinto. Così pure vi sarà nota la triste fine dell’esploratore James Pinkerton, persosi all’interno della Giungla del Verde Eterno: egli cercava la Pianta Immortale, ma fu la morte a trovare lui. Per anni non si ebbero sue notizie. Solo di recente l’archeologo Carlus Dummer ha rinvenuto gli scheletri di dodici uomini e i resti di una spedizione presso un tempio perduto nell’intricata vegetazione di quella foresta: si suppone si tratti di ciò che è rimasto di Pinkerton e dei suoi compagni.
A tutt’oggi si deve ancora far luce sulla vicenda del coraggioso tenente Ardente Bastiani. Questi si addentrò nelle caverne delle Steppe Centrali alla ricerca della Città Sotterranea. Dove conducevano quei cunicoli, quel misterioso formicaio sotto terra di cui avevano riferito decine di viaggiatori? Noi continuiamo a ignorarlo; forse Bastiani lo scoprì, ma non l’ha certo potuto riferire.
Insomma, anch’io venni coinvolto da quell’insana febbre che consisteva nell’andare alla scoperta di segreti esistenti forse soltanto nei vagheggiamenti degli umani. Così andai alla ricerca della famosa pietra studiata dal mineralogista David Caspar Lügner.

Quest’ultimo, nel suo Falschheit und Verwunderungen. Ein klein Vertrag, alla pagina 2749, ce la descrive in tal modo: «Di colore giallo con piccole venature all’interno di giallo più scuro, perfettamente rotonda, cristallizzata nel sistema trigonale (classe trapezoedrica). I cristalli possono mostrarsi in svariatissime forme, generalmente però sono formati da un prisma esagonale conchiuso ad una o ad entrambe le estremità da un romboedro, o più spesso dalla combinazione di due romboedri, uno diretto e uno inverso, che, se hanno sviluppo pressoché uguale, si possono confondere con una bipiramide esagonale. Altre forme cristalline sono bipiramidi trigonali, trapezoedri trigonali destri o sinistri o vari germinati. Anche le dimensioni sono assai varie, da cristalli minutissimi a forme di notevole grandezza, aventi talvolta un diametro di oltre un metro e un peso di diversi quintali. Inattaccabile dagli acidi, ad eccezione di quello fluoridrico, presenta i fenomeni della piezoelettricità, della piroelettricità e dell’enantiomorfismo, accompagnato dal potere rotatorio nei riguardi della luce polarizzata. La solubilità nell’acqua e nelle soluzioni saline è trascurabile, ma ad elevata pressione e in acqua calda si scioglie abbastanza facilmente. Inalata, provoca allucinazioni caratterizzate dai colori forti e tumultuosi. Epperò, possiede sorprendenti qualità terapeutiche: cura ogni male col solo contatto e dona la felicità a chi la possiede».

All’epoca ero proprietario di un vascello, l’Inaffondabile, che mi aveva già permesso di cogliere innumerevoli successi nel campo dei viaggi e delle esplorazioni. Non essendo il mio spirito idealista disgiunto dal senso pratico e dalla brama di ricchezza – intesa beninteso come liberazione dalla schiavitù, vale a dire da quell’insieme di bisogni e costrizioni che umiliano e affliggono quasi tutta l’umanità –, nel corso delle mie precedenti impreseero riuscito non solamente a soddisfare la mia sete di avventura, ma anche a trarre del profitto.
Si deve a me – e lo si ricorda ancora oggi – l’introduzione nell’agricoltura del nostro Impero della coltivazione del riso rosso, i cui semi faticosamente e pericolosamente riuscii a importare dal Grande Arcipelago Orientale, ricavandone un guadagno decisivo per la sicurezza e gli agi della mia esistenza. E altresì fu mia la scoperta archeologica della Città Morta di Yabrud, che permise di riscrivere la storia antica del nostro mondo. Tuttavia, come si sa, in quell’occasione non mi comportai nobilmente – e non faccio difficoltà ad ammetterlo: benché tutta la missione fosse stata finanziata dal Museo d’Arte Antica dell’Impero, non rivelai il sito di Yabrud fino a quando il mio compenso precedentemente pattuito non venne triplicato.
Quando allestii la spedizione per la Pietra di Lügner lo feci pure perché sapevo che quella ricerca mi avrebbe consentito di ottenere, nel corso del viaggio che si sarebbe percorso, anche ulteriori pietre preziose. Cercando una ricchezza, spesso ci si imbatte in altre.
Fu così che, in una lontana e – ricordo tuttora – lattiginosa alba di tanti anni fa, il mio vascello partì. Mi affiancavano il fido sottotenente Fortuyne e altri dieci uomini provenienti dalle più disparate regioni del mondo. La navigazione fu tranquilla fino al nostro primo approdo: la Baia di Takora.

Secondo la tradizione, infatti, l’ambito minerale doveva trovarsi lungo le coste di tre o quattro regioni. La leggenda mistica del prete pazzo Al-Al-Aspher affermava che essa fosse stata vista più volte sulla costa occidentale del Continente Torrido, più esattamente nell’ampia insenatura della Baia di Takora. Il viaggiatore orientale Ho-Chen, invece, nel suo Lo zen e l’arte del viaggiare silenzioso, si diceva sicuro che la gemma fosse situata sulle coste dell’isola di Beleces, nell’Arcipelago delle Isole Cangianti. Diversa l’opinione del navigatore Erik Russ, che la collocava tra i ghiacci del polo, ma la suaframmentaria opera Alla deriva, alla deriva!, rinvenuta nelle nevi eterne, dopo il suo ultimo, tragico viaggio, non specifica se si trattasse del Polo Ovest o del Polo Est. Il mercante del Secolo d’Oro Ralf Jorgensen, infine, assicurava di averla avvistata nel Golfo Bianco, ove spesso si confondeva con l’ambra: Mari estranei era l’opera in cui era presente questa informazione.

Cominciammo, dunque, con la Baia di Takora. Attraccammo nel punto indicato da Al-Al-Aspher. Era un’amplissima insenatura sabbiosa e dovemmo fermarci lontano dalla riva per evitare di rimanere con la chiglia della nave bloccata dalla rena.
Uno spettacolo straordinario e impressionante ci si parò dinanzi agli occhi: sulla sabbia, verso l’interno, in direzione di un’area desertica che si spingeva fino alla costa, priva di quella vegetazione che sempre e ovunque si affaccia sul mare, vi erano decine di navi ormai semisepolte. Guardando più lontano, diventavano centinaia. E, ancor più dentro, nel deserto, migliaia.
Si trattava di navigli di ogni foggia, di ogni grandezza, di ogni epoca. Piroghe, pescherecci, galeoni, navi da guerra, transatlantici, traghetti, barche di ricchi aristocratici, carghi, si estendevano a perdita d’occhio, semisommersi dalle sabbie. I bastimenti più antichi già in mezzo al deserto, quasi interamente sepolti, quelli più recenti ancora presso la riva, ben visibili.
Il Deserto di Golabis, il più orrendo del pianeta, avanzava sulla costa, rubando spazio al mare. Le navi poste sulla via di questa accanita, implacabile, orrenda marcia, venivano inghiottite miseramente dalla sabbia: saremmo dovuti essere ben vigili se volevamo evitare di fare la stessa fine delle altre imbarcazioni.
Il giorno dopo, infatti, ci accorgemmo che in superficie la sabbia era avanzata di mezzo metro verso l’Inaffondabile e che sotto il mare si era avvicinata anche di più. Indietreggiammo, ancorandoci al largo. Ogni mattina, con le scialuppe di salvataggio, ci portavamo sulla riva per perlustrarla.
Quante pietre preziose ricavammo da quell’impresa! Diamanti, soprattutto, che, grossi come albicocche, allorquando i raggi del sole li colpivano, splendevano sulla rena, abbagliandoci col loro riflesso. Nel mese che sostammo nella baia, ne riempimmo due sacchi.
Tuttavia, della Pietra di Lügner nessun segno. Secondo la leggenda, un prezioso indizio della sua presenza sarebbe stato il fatto che la riva dove si trovava sarebbe stata costellata di ambra, minerale simile a essa, anche se più piccolo e meno splendente. Ma nella Baia di Takora non rintracciammo neanche un frammento di ambra.
I fantasmi dei navigli sparsi intorno a noi sembravano schernirci ogni sera, quando risalivamo sulle scialuppe per tornare sull’Inaffondabile. La notte, dalla nostra bella nave, potevamo distinguere quegli scheletri, di tanto in tanto illuminati dalle fosforiche luci del deserto.
«Capitano, non credo che troveremo mai la pietra da queste parti» mi disse una sera il fedele Fortuyne.
«Concordo con lei, sottotenente. Predisponga la partenza per domani mattina».
«Maledetto prete pazzo!» continuò Fortuyne, riferendosi ad Al-Al-Aspher.
«Beh, consideriamo che non ce ne andremo a mani vuote».

A questa mia affermazione Fortuyne mi guardò perplesso o, forse, deluso.

Trascorso un mese di navigazione nei Mari Meridionali, arrivammo all’isola di Beleces, alle coordinate indicate dal mercante Ho-Chen.
La foresta tropicale si spingeva fino al mare. Anche in questo caso, era assente la tipica flora costiera, sostituita da alberi e piante equatoriali che avevano avviluppato nel corso del tempo le sfortunate imbarcazioni che non avevano avuto l’accortezza di attraccare lontano dalla costa in perenne movimento vegetale.
Qui avanzavano mostruosi alberi dalle liane che si aggrovigliavano attorno a tutto quello che incontravano, piante dai fiori osceni per il loro colore e i loro inebrianti profumi.
Infiniti navigli erano rimasti prigionieri di quell’incubo verde. Vicino al mare si poteva ancora intravedere qualche bastimento preso dalla dirompente vegetazione. Andando più verso la giungla, invece, tutto era sparito, tranne alcuni battelli che gli alberi, nella loro rigogliosa crescita, avevano sollevato, fino a farli svettare – incredibile visione – sulla selva stessa.
Sicché, da lontano, si poteva avere l’illusione di vedere le chiglie di decine di navi solcare quell’oceano verdastro. Scimmie, uccelli coloratissimi e animali di ogni genere se ne erano impossessati e le guidavano nel loro ultimo, immobile, viaggio.
Vicino al mare, sotto gli alberi che si spingevano fino alla riva, annullando la sabbia marina, smeraldi meravigliosi brillavano a centinaia, confondendo il loro colore con quello della vegetazione selvaggia ed esultante.
Nessuna traccia, però, della Pietra di Lügner.
Furono sufficienti un paio di settimane per accatastare quanti più smeraldi potevamo.
«Ho-Chen era un bugiardo!» commentò stavolta Fortuyne.
Ripartimmo per il Polo Est, e poi per quello Ovest. Per non ripetermi, dirò che al Polo Ovest ci imbattemmo in ciò in cui eravamo incorsi, un paio di mesi prima, anche al Polo Est: il ghiaccio proveniente dall’interno era giunto fino alla costa. Il mare tendeva a congelarsi sempre più e le navi che non avevano avuto la prudenza di stazionare lontane dalle coste o, meglio, dall’avanzata dei ghiacciai, avevano finito per esserne inglobate.
Come fossero racchiusi entro vetri del tutto diafani, centinaia di bastimenti erano rimasti prigionieri del gelo. Il movimento dei ghiacciai li aveva talvolta spostati, altre volte spezzati, frantumati, sbriciolati, altre volte ancora semplicemente incorporati come all’interno di una bolla di sapone.
Sulla costa congelata, lontanissimi dalla terraferma, che mai vedemmo durante la nostra sosta (soltanto le montagne si avvistavano appena) e che, in ogni caso, ci sarebbe stato difficilissimo scoprire perché doveva trovarsi ben al di sotto della crosta ghiacciata, vi erano, difficili a riconoscersi tra quell’eterno biancore, centinaia di candidi zaffiri, che si confondevano col gelo infinito. Riuscimmo ugualmente a racimolarne in quantità.
Una notte, però, cominciò a nevicare e, all’alba, tutto era ricoperto di una coltre bianca che non ci avrebbe più consentito di raccogliere quelle pietre preziose. I suoni erano talmente attutiti che non riuscivamo neanche a comprendere le parole che emettevamo.
«Dannato Eric Russ!» imprecò Fortuyne.

Allora si decise di salpare per l’ultima meta: il Golfo Bianco.

Stavolta il viaggio di avvicinamento fu più ampio e non privo di inconvenienti. Molteplici furono le tempeste che dovemmo affrontare o, al contrario, lunghi periodi di incredibile bonaccia. Comunque, alla fine, giungemmo nell’insenatura indicata da Mari estranei di Jorgensen.
E capimmo subito che eravamo arrivati nel posto tanto agognato: lungo la costa piatta, costituita di fango, che si estendeva per miglia e miglia verso l’interno, vedemmo luccicare milioni di pezzi di ambra!
Le navi che ci avevano preceduti erano rimaste prigioniere della melma che avanzava. Alcune erano semi sommerse dalle sabbie mobili. Anche qui nessuna vegetazione tipica delle coste marine, ma solo una distesa interminabile e monotona di mota marrone, costellata dal minerale che preannunciava l’altra e più preziosa scoperta.
Pure nel Golfo Bianco ancorammo l’Inaffondabile lontano dalla costa infida: sbarcammo, al solito, con le scialuppe, cercando, una volta scesi sulla riva, di evitare le sabbie mobili.
Per tentare di individuare, nella moltitudine di ambra giallastra, ciò che cercavamo, issammo un uomo in alto, per permettergli di avvistare la gemma più grande e singolare delle altre.
«Cosa vedi, cosa vedi?» chiedevamo ansiosi.
Nelle storie di avventura, in genere, il recupero di ciò che si è tanto cercato avviene in seguito a innumerevoli sforzi, invece devo ammettere che trovammo la Pietra di Lügner al primo tentativo.
«Eccola, eccola, è a circa cento metri da noi!» urlò l’uomo.
Ci avviammo verso la direzione indicata, ed essa era proprio lì. È impossibile descrivere quella pietra: nulla di appartenente al nostro pianeta poteva esserle paragonata. Era sì gialla, ma di un colore giallo mai visto prima, con venature altrettanto ignote. Era trasparente, appena compatta. Grande più o meno quanto un grosso pugno, era più pesante, o più leggera di quanto ti saresti aspettato e, al tatto, appariva a volte calda, a volte fredda.
La richiudemmo in un cofanetto prezioso e la custodimmo nella cassaforte della nostra nave. Qualche ora più tardi, dopo aver rastrellato quanta più ambra eravamo in grado di fare, decidemmo di salpare immediatamente. Tutto sommato, eravamo sazi di ricchezze e di bottino.
A quelle latitudini la notte scende presto, per cui stabilimmo di fermarci lì per poi ripartire all’alba: la nostra permanenza in quei luoghi desolati sarebbe comunque dovuta durare un solo giorno. La sera festeggiammo moderatamente, com’era mia abitudine, non tollerando eccessi.
Tuttavia, con l’avanzare della notte, ci accorgemmo che non riuscivamo a vedere nulla fuori dall’Inaffondabile. Probabilmente la straordinaria oscurità era provocata da nuvole di prodigioso spessore, però, non soltanto esternamente non vi era la benché minima luminosità, ma anche la luce delle torce che recavamo in coperta pareva essere assorbita dal nero che ci avvolgeva. Comunque, eravamo troppo felici per preoccuparci di un fenomeno naturale e ci recammo tutti a dormire tranquillamente.
La mattina successiva fui svegliato dalle grida scomposte del marinaio Walker:
«Capitano, capitano, venga a vedere!»
Corsi in coperta e mi trovai di fronte a un tipo di mare mai conosciuto in tutti i miei viaggi.
Brevi ondate circolari agitavano l’acqua. E, più che la loro forma, colpiva il colore. Erano bianche e celesti, con striature amaranto, e sembravano il rimescolio dei colori a olio compiuto da un pittore eccentrico o totalmente folle. Oleose e compatte, le onde parevano attaccarsi alla chiglia della nave; poi l’acqua densa scivolava lentamente verso il basso.
Non riuscii a spiegarmi il fenomeno, ma non gli diedi molta importanza. Dovevamo partire, e partimmo.
Dopo poche ore di navigazione verso ovest, incontrammo uno strano arcipelago, non segnato da alcuna carta. Isolotti lavici, a volte conglomerati di scogli, bucherellati forse dal vento, si estendevano a perdita d’occhio. Con prudenza ci muovevamo tra di loro, per evitare l’impatto, nondimeno essi parevano infittirsi, fin quasi a sbarrarci il passo, a impedirci di proseguire. Diedi quindi l’ordine di tornare indietro, prima che ci incagliassimo in quell’insolito e sconosciuto arcipelago.
L’operazione richiese l’intera giornata e, quando ci allontanammo a sufficienza da quelle scogliere maledette, era ormai troppo tardi per cercare una nuova rotta. La notte ci colse di sorpresa, con l’oscurità avvolgente che ho già descritto.

Un silenzioso nervosismo si era impadronito dell’equipaggio.

All’alba del giorno seguente, la nostra sorte sembrò migliorare: il mare era tornato di colore normale e vi era una brezza favorevole. Però, appena staccammo l’ancora, vedemmo centinaia di balene bloccarci il cammino. Erano tante, e così vicine le une alle altre, che la loro carne gigantesca ricopriva l’intera superficie del mare.
Rimanemmo pertanto fermi tutta la giornata e la notte successiva, sempre nera e tenebrosa.
Il mattino dopo, le balene non c’erano più e tentammo un’altra rotta. Evitammo il misterioso arcipelago di due giorni prima, ma un altro imprevisto ci occorse: una montagna d’acqua, una enorme cascata proveniente dall’alto (ma da dove, mio Dio, da dove?) ci impediva il passaggio.
Superare quella barriera sarebbe stato impossibile; retrocedemmo fino a che essa scomparve dal nostro orizzonte.
I marinai, si sa, sono superstiziosi e quegli imprevisti non fecero che aumentare l’inquietudine.
La situazione peggiorò la notte stessa. Non vi era più l’oscurità infernale della notte precedente: finalmente, si poteva osservare il cielo stellato. Ma quale cielo! Ahimè, non si trattava di alcun firmamento noto su questo pianeta!
Era un cielo notturno del tutto alieno: non vi era neanche una luna. Galassie ignote e misteriose nebulose erano visibili a occhio nudo, enormi e luminose, come se noi fossimo stati scaraventati in un altro punto dell’universo, vicinissimi a qualche ammasso stellare. Si vedevano le galassie vorticare vertiginosamente, le nebulose scintillare nei loro infiniti colori. Nessuna delle costellazioni conosciute sul nostro pianeta era individuabile in quella volta incognita!
«Dèi benevoli, dove ci troviamo, dove siamo?» esclamò Fortuyne.
Le cose non andarono meglio all’indomani, quando, utilizzando la strumentazione di bordo, cercammo di salpare per dirigerci verso sud-ovest.
Una bonaccia inverosimile ci avvolse. Nel Golfo Bianco non fa mai caldo, eppure ci trovammo immersi in un’atmosfera equatoriale. Umidità e afa, pur se evitavamo qualsiasi sforzo, ci facevano sudare di continuo. Il vascello era immobile. Col passare delle ore un chiarore giallastro ci avvolse completamente. Luminescenti corpuscoli vorticavano veloci nell’aria lucente.
Uno alla volta ci afflosciammo e – strano a dirsi – passammo il pomeriggio dormendo. La sera recò con sé un’altra novità: nel cielo stavano sorgendo tre lune di eguale grandezza e luminosità, a poca distanza l’una dall’altra. Il firmamento della notte prima non c’era più, forse cancellato dalla luce emanata dai tre nuovi astri. Ma si trattava di una luce malata, che ci illuminava come spettri. Ci muovevamo irreali tra gli alberi della nave, proiettando schizofreniche ombre.
«Non è il nostro pianeta! Come siamo finiti qui? Che orrore è mai questo?» urlò disperatamente il marinaio Jannini.
La mattina seguente, a poco a poco, tramontarono le tre lune, lasciando però spazio a due soli sconosciuti, di dimensioni diverse. Il cambusiere ci avvertì che nel corso della notte le scorte di cibo si erano putrefatte: tutto era già ridotto a una poltiglia disgustosa. Intanto il mare era cambiato: era divenuto di un giallo uniforme, ed emanava un insopportabile odore di rancido. Con l’avanzare del tempo, mare, aria e cielo si confusero.
Anche quel giorno, a causa della scarsità di venti, non ci muovemmo di un metro.
La notte fu ancora diversa da quelle che l’avevano preceduta: nel cielo ora si vedevano solamente stelle o, meglio, puntini luminosi, disposti in ordine perfetto, a formare un compiuto ordito dal disegno indiscernibile. Tuttavia, qualche marinaio vi vide, o vi volle vedere, una mostruosa ragnatela.
Non bastò solo questo. Sotto l’acqua scorgemmo strani bagliori e ci parve che dagli abissi ombre informi e frastagliate risalissero verso la superficie. Parevano stracci svolazzanti.

Tra i marinai si era sparsa la voce che la colpa delle nostre disgrazie fosse da attribuire alla presenza della Pietra di Lügner sulla nostra imbarcazione.

Il mattino successivo cercammo di catturare del pesce per mangiare, dopo che tutte le riserve erano andate in malora ed erano state gettate nell’acqua, però gli animali che di volta in volta tiravamo su erano talmente strani che non avemmo il coraggio di cibarcene. Rinvenivamo pesci ignoti, a volte simili a quelle mostruose creature degli abissi che talvolta i pescatori trovano impigliate nelle loro reti; e, poi, alghe dai colori ignoti, rifiuti indefinibili, oggetti rovinati dall’acqua salmastra, ma, comunque, irriconoscibili.
Fu ancor peggio il giorno seguente, quando sorse un singolo sole, un adiposo globo giallastro, comparabile all’occhio allucinato di un funesto demiurgo, perverso e malato. Intorno a noi scomparve qualunque segno di vita marina, terrestre, aerea. Non si udiva nulla. Neanche il mare si muoveva più, era piatto e immobile. Ogni cosa sembrava morta.
Sulla pelle di quasi tutti noi erano comparse macchie di colore violaceo, con ogni probabilità da attribuire alla scarsità di cibo, o all’aria pestilenziale che ci avvolgeva. O a che cosa?
Gli occhi devastati dei miei marinai emettevano una sola richiesta, e io sapevo quale fosse.
Ritornammo in breve al largo del punto in cui avevamo raccolto la Pietra di Lügner. Aprii la cassaforte in cui erano racchiusi tutti i grossi sacchi con le pietre preziose che avevamo rastrellato. Nello sfiorarli ebbi la sensazione che la loro consistenza fosse diversa, ma non avevo né tempo, né voglia di controllare. Accanto a loro vi era il cofanetto che custodiva l’obiettivo primario delle nostre vicende; lo presi, lo aprii e contemplai lungamente quel misterioso minerale, quindi, assieme a Fortuyne, calai in acqua una scialuppa e vi montai col piccolo scrigno e il suo contenuto.

Raggiunta la riva, estrassi la pietra che tanti sforzi ci era costata e la guardai ancora, per l’ultima volta: mi parve di scorgere un ghigno beffardo dentro quelle trasparenze giallastre. La lanciai sulla spiaggia da cui era provenuta. Ballonzolò tra l’ambra e il fango per un po’, come un normale sasso, e poi si fermò.

Potemmo finalmente ripartire. Via via che ci allontanavamo, il mare, le onde, il cielo, si mostrarono nel loro consueto aspetto. Il sole era come sempre era stato in quella stagione e la notte vedeva risplendere i soliti astri, nel solito modo, nella solita posizione.
Dopo un paio di giorni incrociammo un cacciatorpediniere dell’Impero che ci rifocillò con cibo fresco e sano e curò quelli di noi più malconci con qualche farmaco appropriato.
La Pietra di Lügner, tuttavia, ci riservò un’ultima sorpresa.
Mi ero scordato dell’ambra, degli zaffiri, degli smeraldi, dei diamanti raccolti. Quando, finalmente, attraccammo nel nostro porto, riaprii la cassaforte per ammirare per l’ultima volta le nostre ricchezze, prima di venderle a una ricca Compagnia di Gioiellieri. Toccare i sacchi mi diede di nuovo quelle spiacevoli sensazioni che avevo già provate qualche giorno prima. Cos’era? Sembrava che quei preziosi avessero perso la loro consistenza.
E così era. Dentro i sacchi vi era solo polvere. Non frammenti, schegge di diamanti, smeraldi, zaffiri, ambra, ma una indistinta polvere bianca, verde, trasparente, gialla, di nessun valore.
Pagai a tutti gli uomini dell’equipaggio il minimo di quanto concordato e dovetti far vedere loro quei sacchetti di polvere per giustificare perché non potevo premiarli oltre, come pattuito nel caso della scoperta di minerali preziosi.

Ebbi il dubbio che non mi credessero e pensassero che avessi sostituito le borse per non ricompensarli nella maniera dovuta, ma, forse, capirono più di me cosa potesse essere accaduto.

Questa storia si conclude così. Da allora non lessi più libri esoterici e cercai di investire con altri criteri quel che mi era rimasto della mia fortuna.

Eppure, ancora nel tempo presente, talune notti, mi appare in sogno un’indistinta luminosità giallastra, e scorgendo, oltre essa, paesaggi di altri mondi, mi sveglio di soprassalto, madido di sudore.

Le immagini: vari dipinti del visionario pittore romantico tedesco Caspar David Friedrich (Greifswald, 1774 – Dresda, 1840).

(LucidaMente, anno VII, n. 80, agosto 2012)

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