SOTTO I RIFLETTORI, VIAGGI-TURISMO|19 gennaio 2010 00:00

“Interviste proibite” a Cuba: tanti (anonimi) malumori

Nel 2009 Cuba ha festeggiato i cinquant’anni dalla fine della rivoluzione, evento storico mitizzato fino ai giorni nostri. In effetti, guardando la televisione, le news in particolare, sembrerebbe che il paese sia fermo al 1959. Numerose sono le contraddizioni che si sono generate, nonché le ferite di un popolo che, agli occhi di un occidentale, in particolare di chi scrive, sembra rassegnato a una stagnazione, di cui gli stessi cubani faticano a vedere la fine. Per motivi di sicurezza, gli intervistati compariranno nel seguente articolo solo col proprio nome, omettendo il cognome e, dove si riterrà opportuno, anche la città di provenienza.

Un paese immobile e malinconico
Auras Tiñosas, uccelli simili ad avvoltoi, che sorvolano le città, minacciosamente. Automobili anni Cinquanta circolano per le strade cubane, portando con sé rumori assordanti e pezzi ciondolanti, tenuti insieme con fili di ferro e materiali di recupero. Uomini seduti nelle piazze delle città giocano a scacchi, con l’aria di chi aspetta che accada qualcosa da un momento all’altro. Hanno paura di parlare, hanno paura di agire, solo aspettano. Musicanti che intonano «Aprendimos a quererte, […] Comandante Che Guevara», per turisti che cercano di combattere la calura umida della regione. Gli stessi turisti che, per le strade, vengono rincorsi da bambini o donne che mestamente chiedono paracetamolo, sapone, shampoo e vestiti. Non esiste libertà d’espressione: l’informazione è uno strumento utilizzato per manipolare le coscienze dei cittadini, celebrando il passato rivoluzionario e celando il presente. Pochi riferimenti all’attualità, poche notizie dall’estero. Eduardo, giornalista e vignettista satirico di Cienfuegos, ci racconta per esempio che la notizia della morte di papa Giovanni Paolo II è giunta sull’isola con diversi giorni di ritardo: «Certo, ormai era morto, ma in quel modo non abbiamo potuto partecipare al dolore mondiale di quei giorni».

Come sopravvivere e uscire da Cuba
I cubani interessati a conoscere il mondo lo possono fare comunque attraverso i racconti dei turisti, nonostante sia loro vietato intrattenere relazione con gli stranieri, se non per motivi “strettamente” turistici. Vladimir, trent’anni, insegnante di scacchi, viene portato in caserma per “accertamenti”, perché sorpreso a chiacchierare in compagnia di stranieri, camminando per vie periferiche di Santiago de Cuba.
Molti hanno imparato diverse lingue e si sono improvvisati guide turistiche, per mostrare loro il paese, ma anche perché si sono resi conto che in quel modo possono guadagnare discretamente. Ci sono anche persone che hanno “adattato” la propria casa per ospitare i turisti, trasformandola in casa particular.
In ogni modo il governo guadagna anche su questa attività. Infatti ogni casa particular deve pagare allo Stato una tassa mensile proporzionata al numero di camere di cui dispone e al numero di turisti che ospita, che deve regolarmente dichiarare. La famiglia che non denuncia all’ufficio immigrazione l’ospite straniero incorre in una multa esosa, che la costringerebbe a perdere tutti i propri risparmi e alla chiusura dell’attività.

La scomparsa delle classi degli insegnanti e dei medici e i privilegi dei burocrati
Ormai gran parte della popolazione si dedica ad attività legate al turismo, che permettono loro di guadagnare in un giorno gli stessi soldi di un mese di lavoro. Di conseguenza lasciano la propria professione per “dedicarsi” allo straniero.
In media un salariato cubano guadagna venticinque dollari al mese. Un taxista “irregolare” può ottenere lo stesso profitto grazie a quattro corse. Tra l’altro, nella maggior parte delle città cubane, eccetto a L’Avana, dove la densità di popolazione è abbastanza elevata tanto da poter passare inosservati nonostante il colore della pelle, vietano al turista di salire sui mezzi pubblici, costringendolo a usufruire dei taxi.
I medici hanno perso la motivazione: spesso negli ospedali mancano i farmaci e, se si guasta un macchinario, a causa dell’embargo, occorre aspettare mesi per l’arrivo del pezzo mancante e quindi per la riparazione. Inoltre i casi di malasanità sono numerosi. Un operaio cinquantenne di L’Avana racconta che spesso capita che un cittadino si rechi in ospedale a causa di una banale frattura o influenza e muoia per un’infezione, contratta nella stessa struttura sanitaria.
Una perdita di motivazione nel proprio mestiere è riscontrabile anche tra gli insegnanti. Leyani, trent’anni, madre di due bambini di sei e di otto anni, di Viñales, è preoccupata per il loro futuro: «I maestri dei miei figli si recano a scuola solamente nei giorni in cui sanno che noi genitori portiamo loro dei regali! Altrimenti non si presentano neppure».
La stessa Leyani racconta che le uniche persone che godono di privilegi nel paese sono coloro che lavorano per il governo: «Io e mio marito stiamo ristrutturando la casa. Immagina la rabbia che provo ogni volta che andiamo a comprare i materiali di costruzione con i nostri risparmi tanto sudati e i commercianti ci comunicano che i materiali migliori sono riservati ai burocrati governativi. Gli stessi che possono mangiare nei ristoranti di lusso e non pagare». Dunque i salari sono gli stessi per tutte le categorie lavorative, tuttavia esiste una classe privilegiata.

Dov’è la libertà?
Cinquant’anni dello stesso governo monopartitico. Niente opposizione. Cinque quotidiani filogovernativi. Un cittadino cubano che vuole uscire dal paese deve chiedere il permesso, non sempre concesso, così come una donna per sposare uno straniero. Utilizzo di internet limitato presso gli hotel di lusso (sei dollari all’ora), dove ai cubani non è permesso entrare; loro possono accedere a una rete intranet, con la quale non è possibile comunicare al di fuori del paese. Una tessera di razionamento per il controllo dell’acquisto dei generi alimentari e del sapone, proporzionati al numero di familiari, ma che in realtà durano solamente una decina di giorni. Una realtà che neppure Yoani Sanchez, giornalista cubana, resa famosa dal suo blog di protesta, è in grado di comprendere. Una realtà nella quale il solo fatto di esprimere la propria opinione equivale a essere contro il governo.
In ogni caso i cubani sono grati a Fidel Castro: ha permesso loro di accedere gratuitamente e universalmente all’educazione e alla salute. Anche per questo motivo si definiscono in primis “fidelisti”, non comunisti. Tuttavia, come ha dichiarato un collega trentenne dell’operaio sopra citato: «Prima ci ha insegnato a uccidere e poi ci ha dato degli assassini», motivando in questo modo il risvolto dittatoriale che ha avuto il suo governo e aggiungendo: «Rivoluzione e dittatura sono poi la stessa cosa: entrambe conducono al cambiamento».

L’immagine: ciclista e automobile americana Anni Cinquanta a Trinidad (Cuba, foto della stessa Francesca Gavio).

Francesca Gavio

(Lucidamente, anno V, n. 51, marzo 2010)

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