LA CITAZIONE|19 gennaio 2010 00:00

Come può un numero “misurare” il mondo?

«Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, né i successi del paese sulla base del Prodotto interno lordo. Il Pil comprende l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana… Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari. Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione e della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia e la solidità dei valori familiari. Non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali, né dell’equità dei rapporti fra noi. Non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta».
(Robert Kennedy, 1925-1968, dal Discorso tenuto il 18 marzo 1968 alla Kansas University)
Che cosa è il Prodotto interno lordo?
Il Pil è un numero, e come tale va trattato. Come tutti i numeri, può indicare qualcosa, di più o meno preciso, può misurare una quantità, più o meno misurabile, può rappresentare una tendenza, più o meno verificabile, o una statistica, più o meno attendibile.
Oggi, tuttavia, il Pil è più di tutto questo, è un vero e proprio totem, di origine semidivina, intorno al quale statisti ed economisti, scienziati e giornalisti predicano la loro religione, cercando di convertire i pagani e di tacciare gli infedeli.
Ma cosa misura effettivamente il Pil? Esso corrisponde alla produzione totale di beni e servizi dell’economia, diminuita dei consumi intermedi e aumentata dell’IVA e delle imposte indirette sulle importazioni(sito del Dipartimento del Tesoro – http://www.dt.tesoro.it). La definizione può risultare ostica, a tratti incomprensibile. Ma in realtà, se si esclude la seconda parte del periodo, importante ma non necessaria ai fini della comprensione essenziale, risulta quasi banale.

I beni e i servizi
«La produzione totale di beni e servizi»: dunque, tutto? Quasi! Sicuramente vi rientrano tutte le cose che troviamo nei negozi, dai vestiti ai cellulari, dalle uova al caffè. Vi rientrano anche le centrali nucleari (per chi ce le ha), gli ospedali, la tv, il cinema, i giornali, le poste, i treni e tutto ciò che ognuno di noi considera un «bene» o un «servizio».
Finora tutto bene; ma poi il quadro si allarga e qualcuno comincia a storcere il naso. Persino il ministro Tremonti non si ritiene convinto di questo indice econometrico: «Ho l’impressione che la realtà non sia completamente catturata dalle statistiche sul Prodotto interno lordo», ha affermato qualche settimana fa l’economista berlusconiano a un convegno dell’Aspen a Roma. «Se fossero calcolati e acquisiti come rilevanti dati come la bellezza, l’ambiente, la storia, il clima, l’Italia avrebbe un’imbarazzante prima posizione, seguita a molte distanze da altre lande». E se lo dice lui vuol dire che effettivamente qualcosa non quadra.

Qualche contraddizione…
Immaginiamo, per esempio, una nazione in cui ogni famiglia possieda un orticello grazie al quale si sostiene, un vigneto e qualche animale da cortile; in cui ogni famiglia installi in casa dei pannelli solari e delle minipale eoliche; in cui le mamme abbiano la curiosa abitudine di cucirsi i vestiti e i papà quella di fabbricarsi gli utensili e i mobili (o viceversa, per non sembrare maschilisti retrogradi). Probabilmente questa nazione avrebbe un Prodotto interno lordo molto basso, pari a quello di un paese del Terzo mondo.
Immaginiamo poi un paese in cui delle cosche mafiose costruiscano palazzi che non servono a nulla, al solo fine di riciclare denaro sporco; in cui milioni di spot pubblicitari convincano la gente a comprare oggetti completamente inutili; in cui un governo decida di costruire un ponte gigantesco e il governo successivo interrompa i lavori; in cui centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti vengano bruciate creando una marea di polveri sottili dannosissime all’uomo; in cui annualmente si producano carri armati, bombe e armi da fuoco e si paghino migliaia di soldati senza alcuno scopo effettivo (per fortuna). Probabilmente questa nazione avrebbe un Pil molto alto, e farebbe parte degli “eccellenti” (G)8 paesi più ricchi del mondo.

…e qualche alternativa
Da Bob Kennedy a Giulio Tremonti sono in molti che si sono opposti a un sistema contraddittorio, per essere eufemistici, perverso, per essere sagaci. Un sistema che si basa sull’infinita capacità delle nostre nazioni di produrre e vendere, andando contro ogni legge fisica e logica. Perché può essere infinita l’avidità, la bramosia di potere, il desiderio del lusso e il bisogno di competere degli esseri umani, ma non le risorse e i gioielli della nostra Madre Terra.
Oggi esistono numerosi altri indici econometrici per misurare quella che Adam Smith, nel suo omonimo capolavoro, chiamava la ricchezza delle nazioni. Per esempio il Genuine Progress Indicator (Gpi), in italiano “indicatore del progresso reale”, che misura l’aumento della qualità della vita; oppure l’Indice dello sviluppo umano, preferito dalle Nazioni Unite, o addirittura la Felicità nazionale lorda.
Rimane il fatto che in un’epoca dilaniata da povertà, disoccupazione, crisi e cambiamenti climatici, nel migliore dei casi, fame, malattie e guerre, nel peggiore, nessun numero può effettivamente sintetizzare, o anche lontanamente rappresentare, quello che viene comunemente definito The state of the world.

L’immagine: Robert Kennedy alla Casa Bianca (foto del governo federale degli Stati Uniti, di pubblico dominio).

Simone Jacca

(Lucidamente, anno V, n. 51, marzo 2010)

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